Pubblichiamo l’intervento di Gianfranco Fini, Presidente della Camera dei deputati, in occasione della presentazione della relazione annuale dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni

 

La Camera dei deputati è lieta di ospitare, per la quarta volta consecutiva dall’inizio della legislatura, la presentazione della Relazione annuale dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni che cade, anche quest’anno, in un momento particolarmente delicato per la vita economica e sociale del Paese.

L’occasione di oggi è propizia, in particolare, per fare il punto sullo stato di salute in cui versa in Italia l’intero sistema dei media le cui prospettive di crescita e di sviluppo tecnologico sono intrinsecamente correlate all’effettivo esplicarsi di un mercato aperto e concorrenziale.

Maggiore concorrenzialità in questo settore vuol dire soprattutto maggiore contendibilità delle risorse, in primis di quelle pubblicitarie; vuol dire, in altri termini, “ossigeno” per i media tradizionali, a cominciare dalla radio e dalla carta stampata, e per quelli che si affacciano per la prima volta sul mercato.

A questo riguardo, il salto tecnologico e la sfida digitale costituiscono un’occasione storica che non va sciupata, anche perché abbiamo una disponibilità di contenuti senza precedenti rispetto al passato ed una maggiore ricchezza di risorse trasmissive.

Ciò, tuttavia, non significa che la tecnologia sia portatrice, di per sé, di soluzioni autonome. Serve – come le istituzioni europee ci ricordano – un governo pubblico della risorsa frequenziale che guardi agli interessi complessivi del sistema.

In questo senso, ritengo che sia davvero apprezzabile che siano stati definiti il calendario e le regole di massima per la gara per l’assegnazione delle frequenze ad uso della banda larga mobile ed è positivo che queste regole si fondino su una competizione aperta e trasparente in grado di assicurare allo Stato anche la giusta remunerazione per la cessione dei diritti d’uso.

Occorre, infatti, che la parte più significativa di queste risorse torni al “sistema-Paese” sotto forma di politiche di investimento a beneficio della infrastrutturazione a banda larga.

Le risorse spettrali sono un bene pubblico essenziale e, a tale proposito, ritengo fondate le ragioni di chi osserva che l’accesso all’asset frequenziale deve essere assicurato nel rigoroso rispetto dei principi di sostanziale parità di condizioni e di neutralità tecnologica di cui lo Stato deve farsi garante.

La scelta del cosiddetto “beauty contest” per la prossima assegnazione di sei frequenze televisive, via etere terrestre in tecnologia digitale, è ormai una scelta compiuta.

Ora dobbiamo solo attendere che la selezione consegua gli effetti sperati in termini di effettiva apertura del mercato televisivo a nuovi operatori di rete e di nuove opportunità di sviluppo del settore nel suo complesso.

In prospettiva, occorrerà porsi il problema della giusta valorizzazione pubblica delle risorse frequenziali televisive, attraverso un adeguamento economico dei canoni.

Lo Stato deve sempre perseguire il massimo di beneficio pubblico dalla cessione dei diritti d’uso sia che si tratti della concessione delle spiagge o che si tratti della cessione dell’etere.

Politiche virtuose di risanamento dei conti pubblici e di rilancio dell’economia passano anche attraverso scelte credibili e neutrali di valorizzazione degli asset statali essenziali concessi in uso a soggetti privati.

A proposito di “grandi politiche pubbliche”, diviene sempre più urgente la definizione di un’univoca scelta di politica industriale sul tema dell’infrastrutturazione tecnologica del Paese con una rete fissa a banda larga ed ultralarga che risponda, per estensione, alla domanda crescente di connettività e di servizi che il mondo delle imprese, della pubblica amministrazione e i cittadini nel loro complesso richiedono.

Le istituzioni europee hanno da tempo tracciato il percorso e fissato obiettivi ambiziosi. In Italia, l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni ha dato un contributo essenziale in tal senso e, da questo punto di vista, è, ritengo, condivisibile l’approccio teorico più volte enunciato dal Presidente Calabrò sul cosiddetto progetto di “fiber nation“, ossia su un disegno ed una strategia organica per la rete fissa di nuova generazione che eviti il rischio della moltiplicazione di iniziative locali in assenza di un preciso piano nazionale.

A tale riguardo, tutti i più recenti documenti dell’Autorità ci ricordano che non servono costose duplicazioni di infrastrutture civili, mentre occorre ricercare un equo contemperamento tra il riconoscimento di un adeguato premio di rischio per il capitale impiegato da parte del soggetto che assumerà gli oneri di investimento maggiori nella costruzione della rete di nuova generazione e la garanzia di regole ed assetti concorrenziali idonei ad assicurare il corretto equilibrio tra l’operatore proprietario dell’infrastruttura e gli altri operatori che su quella stessa struttura intendono fornire servizi agli utenti finali.

Sono sfide di grande complessità, dal cui esito dipenderanno in larga misura la tenuta economica del Paese, la sua capacità di competere a livello globale, la possibilità di dotare il sistema delle imprese e la pubblica amministrazione di quel tasso di modernità ed efficienza che consentirà di assicurare ai cittadini servizi di qualità.

In questo contesto generale, c’è poi la sfida inedita che investe, in modo urgente, il comparto dell’informazione e della comunicazione su carta.

Il rivolgimento tecnologico, il processo di smaterializzazione dei supporti, la crescente offerta di contenuti digitali sono tutte grandi questioni che incidono sui destini dell’industria editoriale tradizionale e che la parte più forte e più strutturata del mercato già da tempo considera come una nuova opportunità di crescita.

I maggiori gruppi editoriali italiani, sul modello di quanto avviene in tutto il mondo, si preparano a competere nel nuovo contesto digitale. Molti quotidiani sono già sbarcati sul tablet e molte aziende si propongono di superare in positivo il conflitto dialettico inevitabile con i nuovi protagonisti della filiera digitale, provando a stringere accordi, promuovendo negoziazioni e, quando è necessario, richiamando le autorità pubbliche a vigilare sulle condotte anticoncorrenziali.

Il recente provvedimento su Google, adottato dall’Autorità garante della concorrenza, e propiziato da una giusta iniziativa della Federazione Italiana Editori Giornali (FIEG), è un primo interessante segnale di come la tradizionale industria editoriale possa positivamente misurarsi con le opportunità offerte dal nuovo scenario tecnologico.

Su questo fronte occorre, tuttavia, una particolare attenzione, che conduca all’adozione di più efficaci strumenti legislativi per la tutela del diritto d’autore.

A tale riguardo, credo che bene stia facendo l’Autorità di garanzia per le comunicazioni a dotarsi di una prima regolamentazione della materia del diritto d’autore sulle reti digitali e bene farebbero il Governo e il Parlamento ad impegnarsi per mettere in campo un progetto organico di riforma del diritto d’autore, e dei diritti in generale, sulle reti di comunicazione elettronica. Deve comunque essere chiaro che, per quanto si riuscirà a fare, è impensabile che la rivoluzione digitale non imponga “dei prezzi da pagare”.

Non si sa, infatti, se le profezie di Philip Meyer si dimostreranno veritiere o se l’ultima copia cartacea del New York Times verrà davvero stampata nel 2043.

Si sa, però, che molti giornali, in svariate parti del mondo, dal Nord Europa agli USA, stanno scegliendo di abbandonare la carta e che la stessa industria mondiale della carta si interroga preoccupata sul futuro e, di conseguenza, sulla necessità di misurarsi con il fenomeno della smaterializzazione dei supporti, che ha già interessato e coinvolto altri comparti produttivi, come quello musicale e quello dell’home video.

La domanda, dunque, che tutti gli attori istituzionali – quindi anche il Parlamento – ed industriali del settore devono porsi è la seguente: possiamo davvero attendere che le cose facciano il loro corso o, invece, abbiamo il dovere di intervenire per guidare i processi e per accompagnare le naturali dinamiche di mercato con misure ed interventi idonei a ridurre i costi sociali della transizione, trasformando un processo inevitabile in una nuova opportunità di crescita economica e sociale?

Il problema degli editori non è tanto quello di “produrre” informazione, quanto quello di vendere informazione, ossia di continuare a fare il proprio mestiere anche nel caso in cui, in una prospettiva non lontana, il confronto competitivo, già oggi aspramente dialettico, dovesse spostarsi, in modo definitivo, sul versante dei nuovi portali dell’informazione digitale.

I grandi editori italiani possono giocare questa sfida, e, come ho ricordato, hanno cominciato a farlo; resta da affrontare il problema dell’immenso patrimonio informativo, di nicchia, locale, specialistico, di opinione e di tendenza in ordine al quale sarebbero auspicabili, nel breve-medio periodo, nuove politiche pubbliche in grado di far cessare, in modo progressivo, i contributi diretti e di accompagnare il processo di digitalizzazione e lo sbarco sul web con iniziative selettive finalizzate ad incentivare gli investimenti tecnologici.

Lo scorso anno avevo sottolineato che la svolta digitale – con tutto ciò che ne deriva in termini di nuovi modelli di consumo, nuovi target, nuove modalità di fruizione dei contenuti – richiede un approccio consapevole in ordine agli obiettivi che si devono perseguire: maggiore pluralismo, maggiori opportunità di scelta, maggiore efficienza allocativa.

Essa richiede, però, anche scelte coraggiose per evitare ogni inerzia ed ogni tentazione di arroccamento a difesa di antiche rendite di posizione, che non permetterebbero al “sistema-Paese” di competere adeguatamente nel circuito internazionale.

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