Leggi il numero di Media Duemila dedicato all’industria 4.0

Tanto si è discettato sulla distinzione fra nativi e tardivi digitali, cioè tra persone nate prima o dopo la diffusione di massa dell’informatica. Una suddivisione analoga potrebbe riguardare anche strutture sociali quali le imprese o le istituzioni: si potrebbe dunque distinguere tra industrie in cui la rivoluzione digitale rappresenta già un fatto acclarato e le “altre”, quelle che ne sono investite con ritardo, passivamente; oppure fra istituzioni “friendly”, che offrono al cittadino servizi moderni, e quelle ancora ferme al fax.
Dal settembre 2017 il Governo – con capofila il Ministero dello Sviluppo Economico (MISE), guidato da Carlo Calenda – è impegnato in uno sforzo politico ed economico di portata straordinaria per rendere l’innovazione tecnologica strutturale nel tessuto industriale nazionale. Un impegno noto tra gli addetti ai lavori come Piano ‘Industria 4.0’
Tra i tecnici impegnati in questa azione, che spesso si svolge lontana dai riflettori della politica, un ruolo di spicco è rivestito dal DG per la Politica Industriale del MISE Stefano Firpo, 43enne torinese, discendente da magnanimi lombi – il nonno, Luigi Firpo, fu celebre studioso del pensiero politico italiano ed europeo. È laureato in Scienze Politiche, ma presenta un forte profilo economico, grazie a due Master in Economia, presso l’Università di Torino e la London School of Economics, entrambi conseguiti con il massimo dei voti. Insomma, ha il physique du rôle necessario per occuparsi di una materia strategica come la politica industriale, associando a un solido background tecnico la capacità di interpretare gli scenari internazionali.

“Sì, lo confesso, – esordisce nel nostro incontro nel suo ufficio del Ministero dello Sviluppo Economico – mi considero un po’ il papà di ‘Industria 4.0’, un piano ineludibile per far ritrovare al sistema industriale italiano la competitività smarrita negli ultimi quindi anni. Il recupero di produttività non può infatti che passare da una ritrovata capacità di investire in innovazione, in efficientamento dei siti produttivi, in un migliore posizionamento strategico nella catene globali di creazione del valore, che oggi vedono il nostro sistema scivolare verso posizioni di mera fornitura e conto-terzismo, in rinnovati modelli di business.
Abbiamo voluto dare al Paese una grande opportunità di rilancio degli investimenti. Era urgente, trovandoci di fronte, secondo dati UCIMU, a un parco macchinari con un’età media di 13 anni, e che pertanto presentava un rischio elevato di obsolescenza. La storia recente ha visto una sensibile riduzione degli investimenti; ma non solo, anche la qualità ha lasciato a desiderare, rivolgendosi troppo spesso verso settori protetti, verso forme di rendita o, all’interno dei settori, verso progetti poco innovativi, tesi più all’incremento della superficie e della capacità produttiva ma poco sensibili ad aumentare l’intensità delle produzioni e al rinnovo del parco prodotti. Scelte di investimento spesso assecondate e talora persino favorite da leggi di incentivazione sbagliate.

Ovvero?

Penso a certe leggi Tremonti che hanno contribuito a costellare (e deturpare) il nostro territorio di capannoni oggi vuoti e abbandonati. Per non parlare di un sistema bancario che se avevi il nuovo capannone da dare in garanzia ti dava credito senza molto interrogarsi, ma se avevi un’idea innovativa, know-how, una nuova tecnologia da sperimentare si faceva subito più accorto e titubante, non sapendola valutare e tradurre in garanzia reale. Ogni volta che vedo un capannone abbandonato penso al credito bancario in sofferenza che lo ha finanziato. 15 anni di investimenti sbagliati si misurano anche attraverso le centinaia di miliardi di crediti deteriorati e in sofferenza accumulati da molte nostre banche. Si parla tanto di bassa produttività del lavoro ma anche quella del capitale non ha brillato. Investimenti e finanza hanno creato un’allocazione del capitale davvero povera che non ha saputo spingere la crescita.

Il vostro Piano ‘Industria 4.0’ in cosa si differenzia?

Il Piano indirizza gli investimenti verso l’innovazione, attraverso il rinnovo del parco macchine e l’acquisizione di tecnologie di avanguardia, l’integrazione fra macchine e software. Verso una maggiore propensione alla spesa in ricerca e lo sviluppo e al trasferimento tecnologico. Verso una presa di coscienza, da parte dell’imprenditore, dell’importanza di codificare e poter trasmettere il know-how aziendale, dando valore a beni immateriali sempre più importanti in processi produttivi che, nell’economia della conoscenza e dei dati, si vanno dematerializzando, quali brevetti, conoscenze, formule, algoritmi, piattaforme software, tecnologie di intelligenza artificiale. Insomma, cambia la prospettiva ed è altresì forte l’esigenza di una formazione specifica, vista la carenza di competenze in discipline STEM (Science, Technology, Engineering and Mathematics). Si pensi che solo in 14 laureati su 1.000 lo sono in tali materie.

Come si è arrivati al Piano ‘Industria 4.0’?

In realtà stavamo già studiando il tema Industria 4.0 da qualche tempo e già nel 2015 avevamo condotto un’analisi di benchmarking delle politiche adottate su questo fronte dai principali Paesi industrializzati. Un contributo importantissimo ci è poi arrivato grazie all’indagine conoscitiva presentata nel luglio dell’anno scorso dalla Commissione congiunta per le Attività produttive di Camera e Senato.
Quando è stato presentato al pubblico nel settembre del 2016, il Piano Industria 4.0 rappresentava pertanto un’iniziativa già matura, pronta a essere tradotta in legge. Da quel momento ci siamo potuti concentrare nella traduzione dei vari strumenti descritti nel Piano in disposizioni e misure che poi sono integralmente state recepite nella Legge di Bilancio 2017, anche grazie a una forte condivisone all’interno del Governo e della Cabina di Regia dedicata.

Quali sono le linee guida del Governo?

Abbiamo abbandonato il pletorico intreccio di bandi settoriali, di filiera o per tecnologia, tipici di un approccio un po’ dirigistico che ha spesso connotato le politiche di incentivazione alle imprese nel lontano come nel più recente passato e che ancora oggi orienta buona parte delle politiche di coesione di derivazione europea. Abbiamo preferito seguire una strada diversa basata su incentivi di natura fiscale automatici. In particolare siamo intervenuti, attraverso il cd. super ammortamento, sui nuovi beni strumentali, al fine di favorire e velocizzare il rinnovo del parco macchinari; abbiamo poi introdotto l’iperammortamento, mirato, invece, all’innovazione più spinta che trasforma l’impresa e ne modernizza in profondità processi e modelli di business, investendo in tecnologie abilitanti, digitali e non. Stiamo dando continuità al Piano Banda Ultra Larga, consapevoli dell’urgenza di dare una migliore copertura di rete a tante imprese (quasi il 70% delle nostre PMI) che sono ancora non adeguatamente servite e rischiano di trovarsi in una sempre più difficile situazione di digital divide.

Sembra una descrizione di un mondo futuro da romanzo science-fiction…

Questo futuro è già in corso. Ad esempio, la personalizzazione spinta è già una realtà quotidiana in molte industrie italiane. Pensate che ormai per molti modelli automobilistici si ha la possibilità di realizzare 15 miliardi di possibili customizzazioni.
Altri due strumenti importanti previsti dal Piano Industria 4.0, oltre a super ammortamento e iper ammortamento, sono il credito d’imposta alla ricerca effettuata direttamente dalle imprese o da consorzi di ricerca fra imprese e università, e il Patent Box, ovvero un regime fiscale speciale, che defiscalizza fino al 50% i redditi d’impresa derivanti dallo sfruttamento di beni immateriali e proprietà intellettuale: brevetti, software proprietari, formule, modelli e conoscenze industriali. Insomma, nel giro di sei mesi abbiamo promosso i provvedimenti di politica industriale più massicci e innovativi degli ultimi decenni, con una spesa di 18 miliardi di euro di risorse pubbliche, di cui la metà in misure shock (per lo più iper- e superammortamento) entro il 2018. Il resto va a finanziare interventi strutturali come il credito di imposta alla R&S e il Patent Box.
Utilizzando la leva fiscale, si evita l’effetto ‘interventi a pioggia’, in quanto i finanziamenti si attivano solo se il privato ci mette del suo. Si realizza così un patto fra pubblico e privato in cui le risorse pubbliche vengono mobilitate in corrispondenza di scelte di investimento prese in autonomia dagli imprenditori.

Un Piano che cambia la struttura produttiva dell’Italia?

Senza dubbio. Anzi, oggi, grazie alle misure citate, l’Italia è fra i Paesi più attrattivi del mondo per le politiche fiscali a favore degli investimenti in digitale e in innovazione. Non ce lo diciamo da soli, bensì lo attesta il Digital Tax Index 2017, una ricerca compiuta da PWC Germania e dall’Università di Mannheim, che ha posto l’Italia al secondo posto al mondo per un fisco pro innovazione. Rimaniamo solo dietro all’Irlanda. L’anno scorso eravamo ventesimi.

Siamo alla fine del primo semestre 2017. Quali risultati potete vantare?

I risultati diventeranno più evidenti solo dall’anno prossimo, quando potremmo avere contezza, attraverso i bilanci 2017, della effettiva capacità di traino delle misure adottate. Qualche primo dato sembra comunque dare indicazioni confortanti. Sono ad esempio significativi i dati sugli ordinativi già registrati a marzo 2017, tutti con tassi di crescita a doppia cifra: ad esempio sulle macchine utensili abbiamo un +22%, sul software un +15%. Il contributo degli investimenti alla crescita del PIL si vedranno nei prossimi mesi ma già mi aspetto qualche segnale positivo sul secondo e terzo quadrimestre di questa’anno. La strada per spingere crescita e investimenti è stata finalmente intrapresa, ma non dobbiamo accontentarci di un piccolo recupero sul PIL di qualche frazione percentuale. La nostra ambizione deve essere quella di creare molta più ricchezza.

 

Stefano Firpo