Nel suo libro “C’era una volta la RAI”, Barbara Floridia, presidente della Commissione di Vigilanza RAI, propone una riflessione ampia e attuale sul futuro del servizio pubblico nell’ecosistema digitale. Tra algoritmi, piattaforme e nuove forme di partecipazione, il volume affronta una domanda centrale: come può il servizio pubblico continuare a garantire pluralismo, qualità dell’informazione e coesione sociale in un contesto dominato da logiche commerciali e semplificazioni.
Nel libro lei immagina una piattaforma digitale dei servizi pubblici europei: in concreto, come si può costruire un algoritmo che promuova davvero il pluralismo senza trasformarsi in uno strumento di indirizzo o selezione “dall’alto” dei contenuti?
“Un algoritmo pubblico deve essere trasparente e verificabile, non una scatola chiusa. Il pluralismo si costruisce favorendo la diversità delle fonti e la visibilità di punti di vista differenti, non imponendo gerarchie. Con regole chiare e un controllo diffuso, con il coinvolgimento di autorità indipendenti, università e società civile, si evita il rischio di indirizzo dall’alto e si rafforza la fiducia dei cittadini”.
Un social pubblico, senza logiche commerciali e senza bolle informative, rischia di essere meno attrattivo rispetto a piattaforme come Facebook o Instagram: come si può rendere sostenibile e competitivo un modello che mette al centro qualità e pluralismo invece dell’engagement?
“La sfida non è imitare i social commerciali, ma offrire qualcosa che oggi manca: affidabilità, utilità e qualità delle relazioni. Passare dalla quantità alla qualità. Un social pubblico può attrarre se è ben progettato, semplice da usare e capace di offrire servizi concreti, oltre a spazi di confronto civile. La sostenibilità si costruisce sul valore pubblico che genera, non solo sui numeri. E nel tempo la fiducia diventa un fattore competitivo”.
Nel capitolo sulla “scomparsa della complessità” lei richiama il pensiero di Hannah Arendt, secondo cui una società privata della capacità di pensare e giudicare diventa vulnerabile alla menzogna: in un ecosistema digitale dove la viralità premia contenuti semplici e spesso distorti, quale ruolo concreto dovrebbe assumere oggi il servizio pubblico?
“Il servizio pubblico deve essere un presidio di profondità in un contesto che premia la superficialità. Deve aiutare le persone a orientarsi, offrendo contesto, verifica dei fatti e strumenti per comprendere. Non si tratta di essere elitari, ma accessibili senza semplificare troppo. Magari prediligere i temi sociali e non solo la cronaca nera. Investire in educazione digitale è essenziale. Così si rafforza la capacità critica e si limita la diffusione della disinformazione”.
Derrick de Kerckhove, direttore scientifico dell’Osservatorio TuttiMedia, pensa che la RAI deve puntare a uno spazio utile alla ricostruzione del senso comune e della coesione sociale tra i cittadini che sembrano averlo perso, in linea con quanto lei scrive ricordando il Maestro Manzi. È d’accordo?
“Sì, ma con uno sguardo contemporaneo. Oggi il senso comune non si ricostruisce uniformando, ma mettendo in dialogo differenze e sensibilità diverse. Il servizio pubblico può tornare a essere un luogo di incontro, anche digitale, capace di unire senza semplificare. Servono linguaggi nuovi e inclusivi. L’obiettivo è ricucire legami sociali e rafforzare la coesione, rispettando la complessità della società”.
