Intervista a Francesco Profumo Presidente Fondazione Bruno Kessler e Acri (Associazione di Fondazioni e Casse di Risparmio italiane).

Complimenti per la sua nuova nomina a Presidente Acri (l’Associazione di Fondazioni e Casse di Risparmio italiane), come intende caratterizzare il suo mandato rispetto alla precedente amministrazione?

Credo che le attività svolte e i risultati ottenuti in tutti questi anni dal presidente uscente Guzzetti siano state tali che il mio mandato si inserirà certamente in continuità con quanto fatto finora. Ci sono molti progetti che al momento sono in essere, che naturalmente porteremo avanti, ma le nuove linee emergeranno con il tempo, a seconda delle attività che sceglieremo di intraprendere.

Rispetto a questo, lei crede che le fondazioni possano influire, o perlomeno funzionare da catalizzatore per lo sviluppo digitale delle aziende italiane e del Paese?

Bisogna fare una premessa poiché l’argomento è spesso trattato in modo impreciso. Le fondazioni sono dei soggetti che hanno un loro statuto sul quale delineano i propri settori di intervento: pertanto la visione di innovazione delle fondazioni è una visione olistica. Riguarda senz’altro la tecnologia ma anche la cultura, le politiche sociali, le modalità d’apprendimento e i modelli organizzativi. Le fondazioni sono esse stesse frutto di una straordinaria innovazione. Quasi trent’anni fa, quando fu riformato il sistema bancario, ci fu la separazione dell’attività filantropica da quella creditizia. Fino ad allora entrambe le mansioni erano svolte dalle casse di risparmio ma poi, giustamente, si è deciso di separare i settori dando vita alle “fondazioni”. Da questo punto di vista possiamo dire che sono uno strumento di grande successo: nel nostro Paese non esisteva un soggetto privato che si occupasse di bene comune che avesse queste dimensioni. Consideri solo che le fondazioni associate all’Acri sono 86, con un patrimonio di circa 40 miliardi e ogni anno erogano circa un miliardo di euro. Provi a immaginare un altro finanziatore del terzo settore di questa portata o un soggetto in grado di dialogare con le istituzioni con una struttura così solida alle spalle. Per questo reputo le fondazioni come una grande innovazione e una scommessa vinta.

Quali sono i campi principali di azione per quello che lei definisce il “bene comune”?

Partendo dal fatto che ogni fondazione ha un suo statuto e una sua autonomia legate al territorio in cui opera e alla sua storia e, considerando inoltre che non tutte possono occuparsi degli stessi ambiti (per varie ragioni, non ultima quella della disponibilità economica), potremmo comunque evidenziare dei campi principali in cui queste si muovono: l’educazione, la ricerca, la sostenibilità, le politiche sociali e culturali e la sanità.

Rispetto alla sua storia personale, in quanto ex-ministro dell’Istruzione, come crede che le fondazioni possano portare avanti un percorso di collaborazione attiva con il settore pubblico?

Considerando sempre l’autonomia di cui parlavo prima, potremmo dire che l’evoluzione stessa delle fondazioni ha contribuito a sostenere l’istruzione. Inizialmente, l’approccio con i territori era di tipo meramente erogativo, nel senso che si andava a supplire a una mancanza laddove ce n’era più bisogno. Oggi invece le fondazioni sono diventate sempre più soggetti con una propria progettualità e, per questo, si configurano come enti in grado di catalizzare, ovvero di chiamare a tavoli di concertazione tutti coloro i quali hanno esperienza su specifiche tematiche e, soprattutto, hanno a cuore la soluzione di problemi. Solo grazie all’autorevolezza e alla neutralità le fondazioni sono state in grado di conquistarsi questo ruolo e diventare dei veri e propri hub di competenze riconosciuti. Non solo, le fondazioni sono le uniche a essere in grado di ascoltare e organizzare collaborazioni tra soggetti che in genere non si parlano al fine di definire modelli di progettualità comune. Nel caso dell’educazione tutto ciò si esplicita attraverso la creazione di reti che sono costituite dalle scuole, dal terzo settore, da soggetti che sono interessati al tema dell’istruzione in senso ampio.

Rispetto a questi processi di cui parla, avviene di frequente che le fondazioni interagiscano con le amministrazioni locali?

Le fondazioni hanno innovato il welfare del nostro paese. Di fronte a una crisi dello stato sociale, così come l’abbiamo vissuta alla fine del secolo scorso, causata dalle ristrettezze di bilancio e da una crescita dei bisogni, esse hanno individuato nelle comunità il soggetto protagonista per immaginare il welfare del futuro. In altre parole la comunità stessa, che è fatta di associazioni, imprese, liberi cittadini, enti, è affiancata dalla fondazione che si assume la responsabilità di prendersi cura direttamente del benessere dei suoi membri. E’ la comunità che si auto-organizza per coprire gli spazi che lo stato non riesce più a raggiungere da solo. Dirò di più: in molti casi la comunità anticipa il Pubblico. Questo perché riesce nel concreto a individuare nuovi bisogni, a sperimentare soluzioni innovative grazie alla propria posizione privilegiata di osservatorio inserito nei territori. Lo stato in questo è appesantito dalla difficoltà di immaginare e realizzare grandi progetti “dall’alto”, mentre la prossimità ai problemi reali, la scala ridotta degli interventi e le relazioni che già esistono nei diversi territori favoriscono e velocizzano l’opera delle fondazioni.

L’attuale situazione economica italiana influisce sull’operato delle fondazioni?

Le fondazioni operano su due livelli: hanno un proprio patrimonio che gestiscono in autonomia e devono conservare nel tempo e, in secondo luogo, cercano di generare rendimenti che possano essere utilizzati per il finanziamento delle proprie attività. Questo è lo schema generale anche se poi, a seconda della struttura e della grandezza della fondazione, il sistema può variare: nel corso degli anni alcune fondazioni sono diventate degli investitori molto sofisticati. Naturalmente risentiamo della situazione dei mercati ma grazie alla solida struttura di gestione e d’investimento l’impatto non è drammatico.

E a livello politico? Lei crede che l’indipendenza delle fondazioni sia minacciata dalle ingerenze della politica, non mi riferisco per forza a influenze poco lecite, ma anche a determinati momenti storici come, ad esempio, quello attuale, oppure no?

Le fondazioni sono soggetti privati senza i vincoli d’intervento dell’ente pubblico o i vincoli di scadenze elettorali. Hanno un orizzonte di lungo periodo e possono sperimentare con grande indipendenza. Anche nei momenti di maggiore difficoltà le fondazioni hanno difeso con forza la propria indipendenza e la propria natura privata e che ciò vada mantenuto inalterato.