FORUM PA compie vent’anni e tanta acqua è passata sotto i ponti da quel 1990. Era in carica il penultimo Governo Andreotti, Prima Repubblica nel suo massimo, ministro era Remo Gaspari e massimi player nella PA erano la Bull e l’Olivetti. Sembra un’altra era geologica, non una generazione scarsa! Tra le tante cose che sono passate, alcune rimpiante, altre meno, FORUM PA è rimasto a lottare con tenacia per una Pubblica Amministrazione che sappia rinnovarsi a misura dei bisogni dei cittadini e delle imprese che la pagano.

L’edizione di quest’anno si caratterizza per due fattori esogeni ed uno endogeno: i primi sono la crisi economica globale (compreso il terremoto in Abruzzo) e il terremoto di riforme e di strigliate che nella PA ha indotto il nuovo ministro Renato Brunetta. Il secondo è dato dalla spinta evolutiva della manifestazione: il FORUM PA che non vuole essere più vetrina, ma attore in prima persona del cambiamento. La sua strategia e i suoi obiettivi possono essere riassunti in uno slogan per cui ci può aiutare una parola di moda che è insieme anche una metafora di quel che vogliamo dire, il “web 2.0” (se non sapete cos’è il web 2.0 vi conviene leggere la definizione su wiki e gli articoli lì citati, soprattutto quello dell’inventore del termine Tim O’ Reilly): FORUM PA propone con forza la nascita di una “PA 2.0”.

Ma che vuol dire al di là del cavalcare uno slogan?

Due sono gli aspetti che questo nostro neologismo vuole esprimere: il primo e più evidente sarà spiegato punto per punto nel prosieguo dell’articolo, e si basa sull’assunto che una PA che vuole fiducia deve imparare da un approccio collaborativo basato sulla fiducia; il secondo punto è più semplice, ma altrettanto importante: quando noi utenti di informatica della prima generazione aspettavamo la versione 2.0 di un software, dopo infinite e in genere deludenti versioni 1.xx, non ci aspettavamo qualche piccolo miglioramento, ma una rivisitazione dalle fondamenta che, imparando dall’esperienza di noi utenti, ci proponesse un qualcosa del tutto nuovo e fatto proprio come ci serviva… non c’è bisogno di aggiungere altro.

PA 2.0 vuol dire applicare alla PA alcuni paradigmi di base del web 2.0 e provare a vedere se l’esercizio funziona e ci aiuta a dissodare il giardino dove nasce la fiducia, ingrediente base di qualsiasi ricetta per uscire dalla crisi. Tentiamo in forma sintetica.

Il potere di valutare è dato all’utente: è questo forse il più evidente tra i principi del web 2.0 ed è il primo che cerchiamo di applicare alla PA che vorremmo. Come il nuovo web costruisce le sue gerarchie e la reputazione delle sue informazioni e dei suoi attori sul giudizio informato degli utenti (ad esempio con il social rating, ossia l’attribuzione di importanza/rilevanza/valore ad un’informazione da parte di chi la legge) così la PA 2.0 deve permettere ai cittadini di esprimere facilmente e intuitivamente il loro giudizio sui servizi pubblici che adoperano. La proposta di Brunetta dell’uso degli emoticons ne è una traduzione semplice e immediata che meriterebbe forse una maggiore attenzione. Ma dare al cittadino il potere di valutare vuol dire anche dargli le informazioni in modo chiaro e confrontabile, così che ciascuno possa scegliere. Un’altra importante conseguenza che deriva da una PA che dia spazio alla valutazione dei cittadini è il riconoscimento del merito. Il mancato riconoscimento del merito e la non promozione dei talenti sono peccati originali della società italiana ingessata e fondata sulla cooptazione: aprire la porta alla libera valutazione dei cittadini vuol dire fare entrare aria nuova.

Sfruttare l’intelligenza collettiva e rompere la barriera tra chi sa e dà informazioni (soggetto attivo) e chi non sa e impara o si informa (destinatario passivo dell’informazione). La caratteristica maggiormente segnalata nel web 2.0 è appunto quella di basarsi sui contenuti creati dagli utenti e di mettere in piedi un continuo accrescimento della conoscenza tramite un lavoro collaborativo. La famosa e ipercitata Wikipedia è un fenomeno di questo genere e di straordinario successo, cui lavorano centinaia di migliaia di volontari che accettano regole comuni. Cosa può insegnare l’uso dell’intelligenza collettiva alla PA? Prima di tutto che nessuno conosce il proprio territorio meglio di chi ci vive, nessuno conosce le caratteristiche necessarie per i servizi pubblici meglio di chi li usa, nessuno conosce i processi amministrativi meglio di chi nella PA lavora con competenza. Dare spazio e fiducia a questi saperi, anche interni, ci schiude una miniera inesauribile. Come cito spesso riportando Taijchi Ohno (Toyota)“Le risorse umane sono qualcosa al di sopra di ogni misurazione. Le capacità di queste risorse possono estendersi illimitatamente quando ogni persona comincia a pensare”. Una PA 2.0 è quindi un’amministrazione che ascolta, un’amministrazione che si fida.

I dati come tessere di puzzle sempre nuovi: è la caratteristica che i tecnici chiamano “remixability”, che permette in ambiente web 2.0 di prendere pezzi di informazioni e ricomporli per costruire nuovi documenti in forma anche automatica. Ad esempio pensiamo alle informazioni RSS o ai feed, che ci mettono a disposizione un “agente” che ci tiene informati, nei campi di nostro interesse, di tutto quel che succede in rete. La PA 2.0 può assumere da questa funzione il paradigma dei dati che girano intorno all’utente. Dopo anni che ne parliamo questo obiettivo non è stato ancora raggiunto, ma è a portata di mano: è già possibile pensare ad un “cruscotto” in cui ciascun cittadino abbia sotto controllo tutti i dati che le amministrazioni centrali e locali possiedono su di lui, dalle multe al suo fascicolo sanitario. Caratteristica essenziale perché la remixability funzioni è che i dati siano “pubblici”. Un punto chiave quindi della PA 2.0 è quello di mantenere “pubblici”, e quindi a disposizione di tutti, i dati pubblici, ovviamente nel rispetto della privacy e della sicurezza.

La nascita del “prosumer”: figura mista tra consumer e producer rispecchia la nuova interattività del web 2.0. Nel nuovo contesto “i mercati sono conversazioni”: con la Rivoluzione Digitale si assiste infatti nella new economy all’evoluzione da consumatori passivi… a prosumer attivi. Per esempio, Amazon.com si è affermata come azienda leader nell’e-commerce in parte grazie alla sua abilità di costruire relazioni con i clienti basate sul dialogo piuttosto che sulla vendita del singolo prodotto. Amazon supporta lo scambio di informazioni fra i clienti; offre spazio per contribuire al suo sito nella forma di recensioni di tipo librario (vedi definizione di prosumer su di Wikipedia).
La PA 2.0, sulla stessa lunghezza d’onda, promuove l’abbattimento della barriera tra chi fornisce servizi e chi ne fruisce e si configura quindi come una “amministrazione condivisa” che facendosi forte del dettato costituzionale (Art. 118 u.c. “ Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà”) scardina il “paradigma bipolare” che vuole da una parte l’amministrazione come unica fonte sia di potere che di prestazioni e dall’altra i cittadini amministrati (clienti, assistiti, pazienti, ecc.) comunque soggetti passivi dell’intervento pubblico.

La necessità del lifelong learning, ossia di un apprendimento che dura tutta la vita, non è una caratteristica solo del web 2.0, ma di tutta la nostra società “liquida” che rivoluziona conoscenze e paradigmi con una velocità impensabile sino a qualche decina di anni fa. Una PA 2.0 non può quindi che essere un’organizzazione basata sulla formazione continua, sulla circolarità della conoscenza, sulla sperimentazione.

Moltissime altre sarebbero le caratteristiche da esaminare e proporre (magari provateci voi), ma l’esercizio è già chiaro. Un’ultima cosa però è importante: nel web 2.0 il mercato ha premiato con grandi fortune delle grandi idee (pensiamo ai due ragazzi di Google), anche qui qualcosa da imparare c’è. Certo è difficile immaginare un innovatore della PA che diventa ricco con un’idea, ma forse premiarlo almeno con un miglioramento nella carriera e nello stipendio che riconosca il merito sarebbe fondamentale per non farlo sentire, in fondo in fondo, un po’ stupido.

Carlo Mochi Sismondi

Direttore Generale Forum PA