Intervento di Alessandro Galimberti (Presidente OdG Lombardia) durante il convegno ” Strumenti e metodi di contrasto alla disinformazione online” organizzato da Agcom.

“Da quando si è imposta la rete interattiva, il web 2.0, è come se ci trovassimo a nuotare in un acquario tragicomico. Pensate a due eventi fondamentali che negli ultimi anni hanno avuto molta risonanza mediatica e hanno aiutato l’opinione pubblica (perlomeno la parte più attenta) a smascherare alcuni dei meccanismi più perversi dell’informazione on-line: l’elezione di Trump e la “Brexit”.
Innanzitutto, va fatta una premessa necessaria: il problema non sta nei singoli personaggi o nell’evento specifico ma nel funzionamento stesso della rete; ad esempio oggi la tendenza generale è condannare Trump, il suo staff o il partito Repubblicano ma pochi ricordano che nelle precedenti due campagne elettorali vinte da Obama si erano usate tecniche simili. Il punto, quindi, è che non va ricercato il demone nei singoli utilizzatori di questi strumenti viziati ma bisognerebbe far cadere il velo e identificare il marcio presente nello strumento stesso. Partiamo dall’organizzazione: come ha spiegato Martin Sorrell, fondatore ed ex-presidente di WPP (Wire and Plastic Products, il più grande centro media del mondo, ndr) nel 2018, internet oggi è una sorta di duopolio gestito da Facebook e Google, non fosse altro per il fatto che questi colossi amministrano il 75% della pubblicità che si vende on-line. Com’è stato possibile che la politica mondiale, gli operatori della finanza, la stessa opinione pubblica dei paesi occidentali, non si sia accorta di questo sviluppo sregolato e non abbia posto un freno a tale deriva? Detto in altri termini: come potremmo fare a riportare il mercato digitale a un livello che sia controllabile e come si può fare in modo che le remunerazioni arrivino dove dovrebbero senza essere imbrigliate e sussunte dalle OTT? Semplicissimo: bisogna regolare il web così come sono regolate le nostre società fin dall’inizio dell’epoca moderna basandosi sul principio della responsabilità. Perché se guido ubriaco e investo qualcuno, se delinquo in qualsiasi modo o se diffamo qualcuno a mezzo stampa sono perseguibile e vado incontro a delle condanne amministrative e penali e, al contrario, se diffondo delle fake news, se costruisco una campagna di diffamazione ad personam per screditare un candidato politico, se confeziono contenuti per vendere prodotti dannosi su internet non mi succede (quasi mai) nulla? In rete il principio di responsabilità non esiste perché risulta quasi impossibile trovare il responsabile. C’è un evidente problema nel ricostruire le identità di chi delinque visto che certi dati sono in possesso solo degli intermediari di rete e, come stabiliva una norma del 2003 l’ISP (Internet Service Provider, in altri termini chi si occupa del cosiddetto “ultimo miglio) non è responsabile dei contenuti veicolati dai suoi utenti. Come se si trattasse di una sorta di amministratore di condominio che non poteva, giustamente, essere considerato colpevole se i suoi condomini commettevano reati. Però, con l’introduzione del web interattivo, è cambiato tutto. Ad esempio posso improvvisarmi editore e prendere un articolo del “Corriere della Sera” per rilanciarlo quante volte voglio su Facebook, sulle catene di Whatsapp, o addirittura sui miei canali (fino a spacciarlo come mio). Quel contenuto, che ha avuto un costo in termini di ricerca, di dipendenti impegnati, di produzione ecc… non rende un solo euro all’editore originale ma rende moltissimo agli intermediari digitali. Ma torniamo all’ISP: oggi l’intermediario di rete per noi non è più il distributore dell’ultimo miglio, ma è chi ci permette di svolgere tutte quelle azioni che compiamo su internet: si chiama Google, per il quale passano il 90% delle ricerche on-line, si chiama Facebook per il 75% degli utenti che usano social network, si chiama Whatsapp, Instagram ecc…. Il problema è che, a differenza dei vecchi intermediari, quelli attuali sanno tutto dei propri utenti, da quali sono le loro preferenze di viaggio o i loro piatti preferiti fino ai loro orientamenti sessuali e politici; è così, infatti, che si creano i cosiddetti circoli omofilici, ovvero le comunità di utenti che in rete hanno pensieri o gusti in comune. Quindi, sapendo tutto di noi, come potevano saperlo Trump o i brexiters inglesi, sanno anche se si commette un reato, se sto producendo troll o fake news, se mi delocalizzo e, ad esempio, apro un profilo basato in Uzbekistan per iniziare una campagna di diffamazione contro un politico. Qui emerge uno dei problemi dirimenti del nostro dibattito: se la magistratura del paese dove il politico diffamato volesse perseguire il diffamatore dovrebbe chiedere l’ausilio non del paese in cui il profilo risulta registrato (nel nostro esempio l’Uzbekistan) ma dovrebbe rivolgersi all’intermediario. Siccome la maggior parte di questi fenomeni oggi si verifica su Facebook, la magistratura dovrebbe rivolgersi allo stato della California (negli Usa ogni stato ha autonomia su questa materia) per chiedere ausilio giudiziario. Ma in tale stato la diffamazione è reato? No, ovviamente, è un illecito civilistico e quindi mancherebbe la doppia imputabilità tra il paese richiedente e il paese ospite rendendo impossibile l’ausilio giudiziario. Così, ogni possibilità di trovare, perseguire ed eventualmente condannare il malfattore decade, in pratica si sancisce il (pericolosissimo e deleterio) principio dell’impunità on-line.
Proprio in questo modo, negli ultimi quindici anni, si è verificata quella spoliazione illegittima di introiti, e anche di valore, ai danni di tutte quelle aziende che vivevano grazie ai diritti d’autore. Giornali, case editrici, case di produzione cinematografica, case discografiche e tutti coloro i quali ricavavano una parte significativa dei propri introiti dal copyright non hanno goduto neanche di rimando degli incassi che alle loro spalle si sono potuti fare. E chi, se non Google (o chi per loro) è oggi in grado di prevenire o bloccare tale flusso di contenuti pirata? Non si cada nell’ingenuo errore di pensare che sia un controllo impossibile, a titolo di esempio si prenda la piattaforma Youtube: poco tempo fa hanno dichiarato che dai loro server sono in grado di monitorare quasi in tempo reale circa il 95% del materiale caricato on-line. È evidente che se è in grado Youtube sono capaci anche gli altri. Quindi, ritorno al mio punto, che mi sembra quasi assurdo per quanto semplice: bisogna che le grandi aziende digitali rispondano, come tutti, al principio di responsabilità. Bisogna che si adeguino al resto della società senza pensare (ed agire) come se ne fossero al di sopra. Dal canto nostro non dobbiamo dare adito a chi sventola lo spauracchio della censura perché nessuno sta invocando la subordinazione di internet alla politica, ci mancherebbe altro, e poi, in sostanza, il risultato sarebbe lo stesso, ma bisogna che tali gruppi si pieghino al diritto, su questo non credo ci siano distinguo possibili. Del resto, per far sì che tale stravolgimento sia possibile è necessario che la comunità internazionale si riunisca, si accordi, crei un’autorità garante sovra-nazionale e si premuri di far rispettare le leggi; al momento ciò non sembra neanche lontanamente possibile. Ovvio che, se nessuno avanza richieste, non saranno mai le aziende a proporsi. Ecco perché non critico direttamente Facebook, Google o gli altri: ciò che loro fanno equivale precisamente a ciò che tutte le aziende fanno, ovvero massimizzano i guadagni cercando di diminuire i rischi. Come potrebbero essere loro a chieder una regolamentazione qualsiasi che inceppi il business perfetto che sono riusciti a creare negli anni? Siamo noi che dobbiamo renderci conto che senza regole non vince la democrazia, o la libertà, come qualcuno vorrebbe farci credere; senza regole vincono i più forti, quelli che hanno più potere e più risorse”.