“Il mondo è in debito con Arman e con gli altri dieci giornalisti e operatori dei media che hanno perso la vita”, fanno sapere dalla Casa Bianca a poche ore dall’uccisione nell’Ucraina orientale di Arman Soldin, 32enne coordinatore video dell’Agenzia France Presse (Afp). Un debito incalcolabile: appena il 1 maggio scorso Soldin aveva pubblicato sul suo profilo Twitter un video di lui sotto a una pioggia di razzi. “Una delle peggiori esperienze vissute da quando sono in Ucraina – aveva scritto su Twitter – con esplosioni a meno di cinquanta metri. Puro terrore”. Pochi giorni dopo un altro attacco missilistico nei pressi di Bakhmut è costato la vita al reporter.

Il conflitto ha provocato già luccisione di undici giornalisti

Come già accennato, il conflitto scatenato dalla Russia in Ucraina ha provocato già l’uccisione di undici giornalisti. Ed è una guerra che si sta combattendo proprio sui e nei media, oltre che sul campo. Nei due Paesi i giornalisti sono impegnati giorno e notte nel raccontare da vicino ciò che accade in condizioni complicatissime. I reporter sono impegnati, oltre che a rischiare la vita sul campo, anche a fronteggiare la macchina della propaganda.

La sostituzione dei media ucraini e la caccia ai giornalisti locali

Secondo Reporter Senza Frontiere (Rsf) in Ucraina, l’apparato di propaganda del Cremlino è dispiegato in una marcia forzata ad ogni nuova conquista di territorio da parte delle forze russe: disturbo delle televisioni, sostituzione dei media ucraini e “caccia” ai giornalisti locali. Nella zona franca, nonostante la disorganizzazione delle redazioni e le difficoltà legate alla copertura di un paese in guerra, oltre alle restrizioni di cronaca, generalmente proporzionate alla situazione, i giornalisti godono di maggiore libertà. La guerra e lo spirito di unità nazionale hanno ridotto la presa degli oligarchi sui media e le pressioni dovute alle divisioni.

Il ruolo dei social network

L’ombra dell’aggressione russa incombe inoltre su tutta l’area, in particolare sulla Bielorussia ora sotto il suo controllo. Nella stessa Russia sarebbe in atto invece una sorta di operazione per “ripulire” il panorama mediatico russo. La censura sistemica e l’esodo forzato dei media indipendenti russi e poi stranieri hanno liberato spazio per la diffusione di una propaganda coordinata dai media filogovernativi. Il divieto dei social network occidentali avvantaggia la piattaforma Telegram, il cui pubblico in Russia è più che raddoppiato in un anno. Mezzo privilegiato di trasmissione di media indipendenti per aggirare la censura, è stato ampiamente investito dalle reti di propaganda putiniana. E alcuni canali starebbero tracciando anche i movimenti di giornalisti stranieri, assimilati a spie.

 

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Francesco Ferrigno
Giornalista, esperto di comunicazione, copywriter. Laureato in Scienze della Comunicazione e successivamente specializzato in digital journalism e content marketing. Collabora con diversi quotidiani, portali web e agenzie di comunicazione, tra cui Media 2000, Antimafia 2000, iGv Network, Il Mattino.