Giovanni Giovannini fonda Media Duemila nel 1983  e l’Osservatorio TuttiMedia nel 1996. in questo 2020 avrebbe compiuto 100 anni (1920-2020).  Lungimirante sostenitore della tecnologia  a sostegno di una vita migliore e più lunga aveva Nostalgia di Futuro: chissà se alla luce di quanto succede oggi avrebbe cambiato idea.  Alberto Sinigaglia, grande giornalista intervistato da un più giovane collega dà il via alla nostra riflessione su media, cultura, storia, democrazia e informazione al tempo delle piattaforme digitali. (Maria Pia Rossignaud)

Celebrare un anniversario è, oltre a un momento di festa e un’occasione per tirare le somme, un modo di ricordare una storia, di ricomporre i pezzi del passato e sottrarli all’oblio. Nell’antichità le celebrazioni servivano anche per trasmettere agli individui più giovani di una società l’importanza della memoria storica, della grande tradizione di cui un popolo si fa vanto. Il 2020 è l’anno in cui ricorre il centenario della nascita di Giovanni Giovannini e di alcuni grandi giornalisti italiani del dopoguerra: Enzo Biagi, Gigi Ghirotti, Giorgio Bocca, Carlo Laurenzi, Gabriella Poli, Ugo Zatterin e Gianni Rodari. Noi di Media Duemila abbiamo scelto di iniziare le celebrazioni con un racconto di un altro grande giornalista: Alberto Sinigaglia. Approdato a “La Stampa” cinquant’anni fa dalla Mondadori, direttore delle pagine culturali del quotidiano torinese, tra i fondatori di “Tuttolibri” nel 1975, autore di programmi televisivi come “Vent’anni al Duemila”, scrittore e professore universitario, Sinigaglia ha scritto e collaborato fianco a fianco con alcune delle più grandi “firme” del giornalismo italiano contemporaneo.

Parliamo degli esordi. Com’è arrivato al giornalismo?

A Venezia, dove sono cresciuto, frequentavo la casa di Diego Valeri, compagno di scuola di mia nonna. È lì che ho conosciuto Aldo Palazzeschi, Marino Moretti, Giovanni Comisso, Ezra Pound, Giuseppe Ungaretti. Alcuni li avrei ritrovati alla Mondadori, lo stimolante laboratorio del mio apprendistato giornalistico e letterario. Milano in quegli anni viveva un grande fermento culturale. Nella casa editrice incontrai Montale, pochi giorni dopo ci rivedemmo alla Scala e scoprimmo che condividevamo una grande passione per la musica, per questo ci rivedemmo spesso: veniva cercarmi per parlare di opera e concerti, si metteva a cantare per spiegarmi che cosa aveva apprezzato e che cosa aveva detestato di un’esecuzione. Aveva molte antipatie e molte ne suscitava. Forse alimentò qualche gelosia che un poeta in odore di Nobel si fermasse a parlare con un ragazzo. Ma gli piaceva anche parlare con me di giornalismo, si sentiva giornalista, scriveva elzeviri sul “Corriere” ed era critico musicale del “Corriere d’informazione”. Diceva: “Altro che poesie, è lì che mi guadagno il pane”. Non era il solo: anche Moravia, Parise, Flaiano, Arbasino, Pasolini e altri scrittori con i giornali guadagnavano bene.

E dopo la Mondadori?

A Milano incontrai anche Giulio De Benedetti, nell’ultimo periodo del suo regno a “La Stampa”. Mi propose di trasferirmi a Torino per lavorare con lui. Esitai, rinviai: troppe cose mi legavano a Milano. Ne parlò con il suo successore Alberto Ronchey e con il vicedirettore Giovanni Giovannini. Con loro ci eravamo conosciuti di sfuggita. Ma la “garanzia” del vecchio direttore era tale che, senza neppure un colloquio, mi proposero di entrare a far parte della redazione e di occuparmi di politica interna.

Non a caso De Benedetti era considerato una sorta di monarca a “La Stampa”, era stato direttore dal 1948 al ’68. La sua eredità era davvero così evidente?

Altroché, era una vera istituzione. Una personalità forte e carismatica che ha tenuto la direzione del quotidiano per vent’anni, plasmandolo e portandolo a grandi successi. Com’è facile immaginare, era un uomo molto esigente: l’unico che potesse permettersi di appallottolare i pezzi del giovane Pansa sotto il suo naso e imporgli di riscriverli, di rimproverare Enzo Bettizza, il quale però non la prese bene e poi se ne andò. Del resto, è nota la rottura con Enzo Biagi, il giorno in cui fu assassinato il presidente Kennedy.

Come andò con Biagi?

Biagi era un emiliano caloroso, generoso, schietto e simpatico. Un gran lavoratore, di veloce e coinvolgente scrittura. Ha lavorato anche nei settimanali, è stato un grande giornalista televisivo, fino alla fine. Ma il rapporto più lungo con un giornale l’ha avuto con “La Stampa”. E considerava De Benedetti un maestro e un secondo padre. Biagi era inviato negli Stati Uniti per un altro servizio. Un giorno sta pranzando nel motel che lo ospita quando sente un urlo, si spalanca la porta della cucina e ne esce la cameriera che grida: “Hanno sparato a Kennedy”. Lui si sfila il tovagliolo, corre verso il televisore acceso nella hall: Cronkite sconvolto, in maniche di camicia, riferisce le gravi condizioni del presidente, se ne va, riappare e tra le lacrime dice: “Il presidente Kennedy è morto”. Biagi si siede subito alla macchina da scrivere, racconta come gli americani hanno saputo la tragedia di Dallas. Il direttore, letto il pezzo, lo getta nel cestino, manda a Biagi un telegramma in cui gli dice che un inviato avrebbe dovuto ricostruire il fatto, l’attentato, non come lo aveva annunciato la tv. Ordinò che il pezzo principale fosse firmato dal corrispondente Antonio Barolini. Accettò che si pubblicasse anche Biagi, ma lo umiliò facendolo impaginare di taglio basso. Biagi mi raccontò che quel giorno il direttore l’aveva licenziato. Nel museo de “La Stampa” è esposto il telegramma con il quale Biagi si dimise. Probabilmente i due telegrammi s’incrociarono.

Ma non finì così…

No. Un anno dopo Biagi ritorna a Torino, si apposta dietro una colonna di via Roma, aspetta che dal giornale esca l’autista di De Benedetti e gli dice: “Signor Matta, mi aiuti a incontrare di nuovo il direttore”. Matta è sorpreso, si sente spiazzato, ma gli promette che proverà. Il direttore tutti i giorni andava a Rivoli per una passeggiata nei boschi. Si portava dietro la posta perché voleva scegliere le lettere per “Specchio dei tempi”, il suo dialogo quotidiano con i lettori. Diceva con autoironia: “Vado a consultarmi con il re degli Elfi”. Partiva da una casa che amava e oggi appartiene a suo genero Eugenio Scalfari. Mentre arrivano a Rivoli il signor Matta si fa coraggio e gli dice: “Sa, direttore, chi ho incontrato ieri?”. De Benedetti non parla. “Per caso, ieri, a Porta Nuova, ho incontrato Biagi. Mi ha detto di salutarla”. Il direttore tace ancora, scende dalla macchina, si avvia verso casa, poi si ferma, torna indietro, si appoggia al finestrino e dice: “Senta Matta, se per caso, a Porta Nuova, torna a vedere Biagi, gli dica di chiamarmi”. Così Biagi fu riassunto a “La Stampa”.

E la sua esperienza personale a “La Stampa” com’è stata?

Anni di lavoro intenso, di scuola, di maestri, di buoni rapporti umani, di grande giornalismo, di battaglie vinte – le leggi sul divorzio e sull’aborto, la nascita di “Tuttolibri” – e di atroci sconfitte come la morte di Carlo Casalegno, il primo giornalista assassinato dalle Brigate rosse. Non è retorico parlare di maestri: lo erano Giulio De Benedetti, che continuavo a vedere, lo erano i direttori Alberto Ronchey e Arrigo Levi che gli succedette, lo era Casalegno, lo erano i grandi collaboratori, lo fu Indro Montanelli, che nel 1973 ottenne, come lui disse, “rifugio politico” presso il quotidiano torinese. Più dell’università mi ha cresciuto la scuola della Mondadori e mi ha perfezionato la scuola de “La Stampa”. Accadeva in tutti i giornali. Rifacevi l’attacco, rifacevi il pezzo, se ti spiegavano che erano sbagliati. C’era il tempo di “passare” l’articolo, cioè correggerlo da cima a fondo, c’era chi era capace di farlo e aveva il tempo di farlo. I maledetti “tagli” delle redazioni hanno causato molti disastri riducendo la qualità dei giornali. Addio maestri. Giovanni Giovannini era uno di loro.

Che tipo di maestro era Giovannini?

Lo colloco senz’altro fra i migliori della generazione di Arrigo Benedetti, Alberto Ronchey, Arrigo Levi, Piero Ottone, Alberto Cavallari, Indro Montanelli, Eugenio Scalfari. Giovannini ha fatto bene tutto: cronista, inviato speciale, vice-direttore, amministratore delegato, editore. L’essere stato un ottimo amministratore ed editore, profeta del nuovo giornalismo e delle nuove tecnologie dell’informazione, ha fatto dimenticare la sua abilità, il suo coraggio nei ruoli precedenti. La sua vicenda personale di soldato internato in un lager tedesco, invece, era alla base del suo modo di vivere il giornalismo con responsabilità, impegno democratico e un’adeguata idea della cultura. Le stesse motivazioni che lo indussero a guidare in anni cruciali il sindacato piemontese dei giornalisti, l’Associazione Stampa Subalpina, e a fondare a Torino il Centro di studi sul giornalismo “Gino Pestelli” con Alessandro Galante Garrone, Luigi Firpo, Valerio Castronovo, Carlo Casalegno. Anche per questo toccò a Giovannini pronunciare l’orazione ufficiale ai funerali di Casalegno in Via Marenco, sulla soglia de “La Stampa” dove si era allestita la camera ardente per il vicedirettore ucciso da quattro terroristi che gli avevano teso l’agguato nell’androne di casa, sapendolo solo, disarmato e senza scorta. Ricordò che con lui era stato assassinato anche un uomo della Resistenza, che nella cultura del giornale, nei suoi articoli e nella rubrica “Il nostro Stato” difendeva l’Italia risorta dalle stupidità, dalle vergogne e i dalle atrocità della dittatura fascista.

Per Giovannini fu un duro colpo.

Ma riuscì a non abbattersi e a trarne più forza. Corresse un poco la definizione secondo cui per essere un buon giornalista servivano “salute di ferro e nervi d’acciaio”. Aggiunse: “Ma attenti a non distruggere quello che ci hanno lasciato i partigiani e i padri costituenti”. Era convinto che il giornalismo fosse un baluardo a difesa della democrazia e della libertà di pensiero: una ricerca di verità, da garantire ai cittadini in quanto diritto fondamentale. Trasmetteva il senso di responsabilità. Lavorava molto e sapeva far lavorare. Ma riuscivamo a divertirci, persino a riscoprire la goliardia. Una volta al mese un redattore doveva cucinare la cena per i colleghi del turno di notte. Il lavoro redazionale del “cuoco” veniva equamente suddiviso tra i colleghi. C’era chi portava il pesce fresco da Venezia, chi portava il cinghiale dalla Maremma, ne uscivano cene luculliane e adeguate bevute. Le ho descritte del racconto “Un serpente in redazione” (nel libro “Il Pappagallo e il Doge”, n.d.r.), il cui titolo allude tra l’altro alle vipere che nei giornali c’erano e ci sono ancora. Il “serpente” in questione era allegro: aveva la testa di Giovannini e il corpo di tutti noi redattori che, uno dietro l’altro, le mani sulle spalle del collega davanti, formavamo un serpente umano che faceva tutto il giro del giornale e si fermava baccagliando nell’ufficio del direttore.  Vanni era un condottiero in tutto, anche nelle bricconerie.  Un condottiero sicuro e di grande solidità. Piaceva a Gianni Agnelli. Avevano un ottimo rapporto.  Per questo, quando nel 1968 si doveva scegliere il successore di Giulio De Benedetti alla guida de “La Stampa”, Vanni era certo toccasse a lui. Ma la scelta ricadde su Alberto Ronchey, già corrispondente da Mosca e inviato internazionale di indiscutibile qualità.  Faticò a digerire la nomina a vicedirettore accanto a Carlo Casalegno e a Pietro Martinotti. Poi la interpretò benissimo: fu lui a varare le pagine della Liguria e le pagine di Novara, che poi Arrigo Levi sviluppò, creando redazioni del quotidiano in ogni capoluogo di provincia del Piemonte.

Immagino ci rimase male.

Sì, ma fu una decisione saggia. Non ho gli strumenti per dire se Agnelli sia stato un grande industriale, ma conosco abbastanza cose per dire che è stato un grande editore. Lo dimostra la scelta di Ronchey come direttore e la successiva scelta di Giovannini come stratega dell’ingresso dell’Avvocato e della Fiat nell’editoria ben oltre “La Stampa”. Fu Giovannini a creare il Gruppo editoriale Fabbri-Bompiani-Sanzogno-Etas Libri. Fu Giovannini a pilotare l’acquisto del “Corriere della Sera”. Naturale che poi scalasse le vette dell’informazione: presidente dell’Ansa, presidente della Fieg, fondatore di Media Duemila, radar avanzato e saggista profetico delle trasformazioni dovute all’incalzare delle nuove tecnologie. Tornando ad Agnelli editore, ha sempre amato “La Stampa”, ne ha sempre garantito la libertà, l’ha difesa da ingerenze esterne, sia nazionali e che internazionali: non concesse la testa di Vittorio Gorresio ad Amintore Fanfani che gliel’aveva chiesta; non licenziò né il direttore Arrigo Levi né gli scrittori Carlo Fruttero e Franco Lucentini per l’elzeviro “Pare che” in cui facevano dell’ironia su Gheddafi. Il dittatore libico si infuriò, minacciò di far saltare l’accordo che avrebbe portato prezioso capitale alla FIAT in un momento in cui il gruppo era in forte crisi, ma Agnelli fu irremovibile e l’accordo si concluse lo stesso.

Ma oggi la principale assente nel giornalismo non è quest’epica di cui lei ci parla? La difesa della propria indipendenza, il coraggio e la capacità di essere autorevoli. Come se ormai il principale compito del giornalista fosse raccogliere le informazioni che la rete consegna, metterle insieme e renderle comprensibili ai più, attraverso un mezzo di diffusione indiretto.

Questo è il punto. L’amicizia con Giovannini, con Casalegno, con Ronchey, con Arrigo Levi, con Alberto Cavallari, con Andrea Barbato, con un grande fondatore e direttore di settimanali come Arrigo Benedetti nasceva prima di tutto da un’intesa sui principi fondamentali del giornalismo. Dobbiamo essere i garanti di una società libera e informata, anzi libera in quanto informata. Siamo i cercatori della verità alla quale i cittadini hanno diritto per essere informati, per comprendere i fatti, analizzarli, giudicarli, scegliere, decidere. Dobbiamo difendere i cittadini dagli inganni, dalle trappole, dalle bugie, dalla propaganda. Oggi diremmo dalle “fake news”. La politica, viziata dal facile uso dei social network e incoraggiata dai risultati, sempre più evita l’ “intermediazione”, la sfugge, la scoraggia, la minaccia. L’emergenza della pandemia, l’angoscia, l’incertezza, la paura fisica del Coronavirus hanno dimostrato quanto necessaria sia l’informazione professionale, quanto il giornalismo sia il salvagente da afferrare per non annegare nel mare di chiacchiere, soluzioni primitive, ricette demenziali circolate con ogni mezzo, appunto “senza intermediari”, direttamente da idioti o da abili manovratori al servizio di certa politica in perenne campagna elettorale. Quel salvagente si chiama giornalismo onesto e consapevole di essere un servizio pubblico. Proprio in queste settimane si è registrato un lieve ritorno alle edicole, una scelta netta a favore dei telegiornali più sobri e più ricchi di fatti piuttosto che di dichiarazioni. Speriamo che i dati positivi si rafforzino, che i giornalisti siano premiati per le fatiche di questo periodo, rincuorati per il futuro. Speriamo che nelle redazioni cessino i tagli e si torni agli investimenti e anche a compensi meno umilianti per tanti giovani e non più giovani collaboratori. Torniamo a parlare di verità, di etica, di affidabilità, di responsabilità, anche di passione. Giovannini, che intuiva il futuro, lo accoglieva, lo esplorava, immaginava nuove vie per l’informazione da percorrere forti del nostro passato, forti di regole tecniche, etiche e morali ben sperimentate.  Ora telefoni, tablet, pc danno informazione buona e falsa informazione, verità e menzogne. Soprattutto illusione, la pericolosa illusione di essere informati: uno dei pericoli più gravi che un individuo e una società possono correre. Il giornalismo è la sua unica difesa.