di GIOVANNI ANZIDEI –

Un importante evento mediatico al Teatro Eliseo di Roma, con il  Capo dello Stato, quattro ministri (Istruzione Università e Ricerca, Beni Culturali, Coesione Territoriale, Sviluppo Economico), rappresentanti della Confindustria, del FAI, delle Università, dei Musei, dei Teatri, e i Presidenti dell’Accademia dei Lincei e della Enciclopedia Treccani, promotori assieme con il Sole 24 Ore dell’evento: “Gli Stati Generali della Cultura”. A condurre la manifestazione affollatissima dentro e fuori il teatro sono stati il Direttore del Sole 24 Ore Roberto Napoletano e nel pomeriggio Armando Massarenti, responsabile de Il Sole 24 Ore Domenica.
Una grande occasione nata dal costruttivo dibattito acceso dal manifesto per una “Costituente della Cultura” pubblicato a febbraio dal Sole 24 Ore, che ha raccolto moltissime adesioni e interventi prestigiosi, a partire dal Presidente Napolitano. La manifestazione, iniziata con le note dell’inno nazionale, è stata aperta dalla relazione introduttiva di Giuliano Amato, che ha raccolto applausi  quando ha criticato il degrado della città di Roma, che si accompagna anche al degrado dei suoi beni storici ed artistici e del suo patrimonio culturale. Una critica che ha rappresentato simbolicamente lo stato generale della cultura in Italia, molto sentita e condivisa dalla platea, gremita di studenti, operatori del settore, insegnanti, che lo hanno gridato a gran voce arrivando a contestare i ministri del Governo tecnico che non hanno finora dato concretezza agli interventi sulla cultura. Ai ministri, che hanno parlato di crisi, di risorse che mancano, di debito pubblico ed hanno tentato di annunciare più ampi progetti futuri e un miglior uso delle risorse, ha replicato dal pubblico una ricercatrice “voglio sapere il mio presente!” reclamando indicazioni tempestive e attuali. Studenti e insegnanti hanno protestato per i finanziamenti che alle scuole private invece arrivano, mentre aumentano le difficoltà della scuola pubblica. Un clima di sfiducia e contestazione, che andava montando mentre della cultura che doveva essere al centro dell’incontro si andavano perdendo le tracce, come ha sottolineato un intervento dal pubblico: “Ministro Ornaghi, lei parla come un economista, perché non parla di cultura? Non ne possiamo più di sentire solo parole”.

Un applauso è andato al Presidente dell’Accademia dei Lincei Lamberto Maffei quando ha ricordato che “i giovani e la scuola sono il punto di partenza e bisogna ripartire dalla semina dell’istruzione per il miglioramento del paese, per il risveglio di interesse per il sapere, la ricerca, la scienza, quanto mai necessari nell’attuale momento di crisi economica e di valori”. A ricomporre la fiducia tra il pubblico e le istituzioni presenti è intervenuto a fine mattinata il discorso del Presidente Giorgio Napolitano con la sua autorevolezza, che ha riconosciuto le ansie e le preoccupazioni emerse dal pubblico, raccogliendo applausi, anche quando non ha risparmiato critiche ai burocrati dell’attuale governo: “Come è possibile che un oscuro estensore di norme abbia potuto pensare all’abolizione immediata di ben sedici istituti di ricerca?”.

La crisi non ci da tregua, “siamo sotto di 80 miliardi per gli interessi sul debito pubblico”, ma di fronte alla necessità di insistere nella politica dei tagli “occorre pensare ad una nuova scala di priorità nella scelta dei tagli, allontanandoci dalla logica dei tagli lineari che sono forvianti”, “devono essere detti più si per cultura, ricerca e tutela del patrimonio”.  Parole che hanno riportato la speranza ma che attendono con il tempo la prova dei fatti. La stessa verifica che attende la proposta avanzata di far nascere un ente ad hoc per la cultura, apprezzata anche dal Ministro Passera, ma temuta da molti per il rischio di creare un altro carrozzone all’italiana. In molti si sono chiesti come sarebbe andata la manifestazione se sul palco non fossero stati invitati i ministri, lasciando più spazio proprio alla cultura, che nel nostro paese sopravvive come l’erba selvatica, senza alcun aiuto. Ed il suo impoverimento è in larga misura anche responsabile del degrado morale ed economico del paese.

La cultura deve ripartire dalla base della società, dall’educazione dei giovani e per tornare a crescere e dare i suoi frutti ha bisogno di tempo e di prospettive. Al contrario vive oggi soffocata in una errata e miope interpretazione dell’emergenza economica basata sul tagliare ciò che non produce subito. E’ come voler prendere i frutti di un albero pagando solo il raccoglitore e volendo risparmiare sull’acqua per annaffiarlo. I tempi della cultura non sono sintonizzati con i tempi della nostra attuale politica, che è, o meglio dovrebbe essere, l’arte di governare per il bene comune. Ma questo potrà accadere anche in Italia solo quando potremo chiamare veri politici molti degli attuali rappresentanti dei partiti, alcuni dei quali sembrano viver ed operare nella convinzione che quando l’albero si sarà seccato loro non saranno più al potere ma avranno comunque raccolto. E purtroppo per la cultura e anche per noi, non sembrano intenzionati né a piantare nuovi alberi né a seminare nell’istruzione.

Giovanni Anzidei

media2000@tin.it

Articolo precedenteLa senseable city di Ratti pone l’uomo al centro della città
Articolo successivoI cittadini digitali chiedono diritti. Redditest: evitiamo l’ossessione “trasparenza”