di CESARE PROTETTI’

 

       A me pare che nella complicata vicenda della sentenza di Milano (“Google Vividown”) le parole più chiare siano state dette all’amico Vittorio Zambardino (“Scene digitali” del 16 aprile) dal professor Francesco Pizzetti, presidente dell’Autorità garante per i dati personali, secondo il quale, in sintesi, la sentenza è un’opera di ingegneria giuridica con un errore tecnico per quanto riguarda la privacy che probabilmente non supererà il controllo di legittimità nei gradi successivi di giudizio.
L’errore giuridico – che qui su Media Duemila ci interessa di meno – è che nella sentenza si dice che l’Internet Service Provider (ISP) tratta i dati, sia pure nel solo segmento finale del processo, ed avrebbe avuto quindi l’obbligo di informare l’utente sui vincoli di legge da rispettare: cioè sul fatto che le persone riprese nel video dovevano essere avvertite e si doveva ottenere il loro consenso. Ma l’articolo 13 del Codice – osserva Pizzetti – riguarda le informazione che lo ISP deve dare al suo utente in merito alle “sue” modalità di trattamento, cioè su ciò che lo ISP fa con i dati di chi utilizza la piattaforma.
L’ingegneria giuridica sta nel fatto che la sentenza, pur riconoscendo e ribadendo che la soluzione non può arrivare per la via del controllo del contenuto, cerca di radicare in ordinamenti che oggi non lo prevedono un dovere qualificato di informativa che non è quello previsto dal codice privacy, ma che nasce dalle caratteristiche proprie di queste tecnologie. Insomma il giudice penale di Milano, in fondo, intendeva favorire la Rete, ponendo solo – per via interpretativa – qualche onere di informativa sugli ISP.
Ovviamente gli americani queste operazioni di ingegneria giuridica non le capiscono. Del resto sono contestate anche dai nostri giuristi, tanto più in materia penale, dove – osserva giustamente Pizzetti – si dovrebbe essere sempre certi che il cittadino sappia “prima” che sta per commettere un illecito.
E a questo punto proprio Pizzetti sottolinea un rischio visto che, a differenza di noi italiani, gli americani sono abituati a prendere massimamente sul serio le decisioni dei tribunali. Il rischio è che l’Italia possa passare come un Paese che è contro la libertà della Rete alla pari dei Paesi antidemocratici. Insomma: Italia uguale Cina. Il che non è, sicuramente.
E c’è un rischio ulteriore e più grande, secondo Pizzetti: “che i grandi ISP internazionali lascino l’Italia. Sarebbe il massimo del ridicolo”.
Io francamente non credo che gli ISP lasceranno l’Italia. E non solo per motivi economici. Nel bene e nel male l’Italia è un grande laboratorio sociale, dove tecnologie e sistemi di comunicazione hanno fatto pezzi di strada importanti sul terreno dell’innovazione.
Conviene a Google e a tutti rimanere in questo laboratorio.
E’ vero, si rischia qualche condanna. Ma in Italia c’è il processo breve, la prescrizione, la Cassazione e – male che va – la Corte Costituzionale.

 

Cesare Protettì

giornalista e docente universitario