Intervista a Gordon Crovitz, fondatore e Co-Ceo NewsGuard


Il vostro servizio di valutazione di affidabilità dei siti d’informazione on-line com’è stato accolto dal pubblico americano?
Molto positivamente. I primi ad abbracciare il progetto sono stati i bibliotecari delle biblioteche pubbliche, che da tempo cercavano uno strumento pratico per aiutare l’alfabetizzazione informatica dei propri utenti. L’estensione di NewsGuard è stata installata nei browser dei computer consultabili dal pubblico e così le persone che utilizzano la biblioteca per connettersi a Internet ora vedono direttamente il giudizio sull’affidabilità di una notizia o di un sito quando aprono i propri profili Facebook, Twitter o effettuano una ricerca. Ciò è stato molto gratificante per noi poiché i bibliotecari sono molto attenti all’utilizzo della rete, soprattutto in materia di informazione on-line, e hanno scelto di adottare il servizio basandosi sul passaparola, senza il bisogno di alcuna campagna di marketing da parte nostra.
E i grandi siti di informazione?
Anche qui le reazioni sono state eccellenti. I media on-line sono più che felici di avere un modo per distinguersi da chi pubblica informazioni false o parziali. Inoltre noi non chiediamo a nessuno di svolgere alcuna attività, il nostro servizio è indipendente e ci occupiamo interamente del processo di valutazione. Oggi molti di questi siti hanno incluso la valutazione di NewsGuard nella propria pagina “chi siamo”, facendo del bollino verde del nostro servizio un punto di forza a testimonianza del lavoro giornalistico e della trasparenza; il che dimostra che il nostro lavoro per loro è importante.
Il servizio, che oggi è gratuito, diventerà a pagamento?
Nel prossimo futuro NewsGuard sarà sottoscrivibile con un piccolo abbonamento per gli utenti privati ma resterà gratuito per alcune categorie come, ad esempio, insegnanti e studenti.
Ed è l’unico modo in cui intendete sostenere economicamente il progetto?
È uno dei modi. L’altra grande fetta di mercato dovrebbe essere rappresentata dalle aziende tecnologiche che vogliono diffondere informazione di prima mano e creare contenuti senza affidarsi ai media di professione. Microsoft è la prima con cui stiamo collaborando e siamo, inoltre, in trattativa con alcuni fornitori di rete e compagnie telefoniche nei Paesi in cui attualmente operiamo. Stiamo cercando, ad esempio, di integrare i servizi di parental control (i filtri per l’utilizzo della rete da parte dei bambini, ndr) con degli strumenti contro la cattiva informazione.
Quindi possiamo dire che in questa porzione di mercato il vostro obiettivo è di porvi come un filtro tra le aziende e l’utente finale?
Preferiamo descriverci semplicemente come un servizio che fornisce maggiori informazioni al consumatore, che lo aiuta a comprendere in modo più diretto chi gli sta riportando una notizia o un’informazione. Per i fornitori di rete una delle opzioni potrebbe essere di comprare la nostra estensione per il browser e renderla disponibile ai propri utenti: in questo caso le compagnie non farebbero altro che dare agli utilizzatori informazioni più dettagliate sui normali servizi che offrono già. Per quanto riguarda il parental control la definizione di filtro è più calzante. In questo caso i fornitori di rete o le compagnie telefoniche che si occupano della rete senza fili potrebbero dare ai genitori la scelta di rendere accessibili o meno siti ritenuti equivoci o non affidabili.
Cosa pensa del modo in cui le OTT si stanno rapportando con il giornalismo? A volte si ha l’impressione che le grandi compagnie non condividano tutti gli sforzi che si stanno facendo contro le fake news e la disinformazione in generale, qual è la sua idea a tale proposito?
Credo che ci troviamo in un periodo di transizione per il giornalismo; in un momento in cui i cittadini hanno meno fiducia in tutte le istituzioni non solo in Italia ma quasi ovunque. Tuttavia i giornalisti hanno l’opportunità di utilizzare gli strumenti che il web offre loro per dare ai consumatori maggiori informazioni sul modo in cui operano, su come riportano le notizie o sulle proprie fonti. Le ricerche dimostrano che i cittadini hanno più fiducia nei media quando questi sono più trasparenti. Di conseguenza noi vediamo il nostro lavoro come un modo per aiutare le persone a recuperare la fiducia verso le aziende d’informazioni degne di fiducia.
Crede che la situazione negli Usa e in Europa sia la stessa?
Mi sembra che dal punto di vista dei cittadini sia più o meno la stessa: ci sono troppi siti che pubblicano informazioni false, artefatte o incomplete e risulta davvero difficile orientarsi nel mondo dell’informazione. La grande differenza è nell’azione politica e legislativa che molti paesi europei e la Comunità Europea stessa stanno compiendo per promulgare leggi sull’informazione volte a incoraggiare le piattaforme e i fornitori di Internet a dare più specifiche sulle fonti delle notizie. Negli Usa, invece, al momento non si sta andando nella stessa direzione.
In questo senso crede che nel futuro NewsGuard possa inserirsi come un possibile nuovo attore, o addirittura un potenziale intermediario, tra le aziende che si occupano di informazione e i grandi gruppi tecnologici?
Non so. Ci descriviamo più come l’ultimo arrivato nella nuova industria della “affidabilità digitale” (cybertrust, ndr). La domanda è: come può un editore che si occupa di informazione crearsi una reputazione affidabile on-line? Noi cerchiamo di aiutarli valutandoli, usando i nove criteri alla base del nostro sistema di giudizio, comparandoli con altri siti web e assegnando a chi pubblica periodicamente informazioni false o poco attendibili il bollino rosso. In questo modo speriamo che gli utenti siano progressivamente portati a diffidare di questi siti poco attendibili e a orientarsi verso chi si sforza di fare informazione in modo serio e professionale.