Sandro Gozi, Generazione Erasmus al potere. Il coraggio della responsabilità (Università Bocconi Editore, 2016, 188 pagg, 13,60 euro)

Il progetto Erasmus è uno di quei grandi traguardi dell’Europa che hanno cambiato direttamente e indirettamente il corso della vita di tutti i (giovani) cittadini europei. È opinione comune che sia stato lo strumento principe per accrescere conoscenze e competenze dell’ormai attuale classe dirigente europea. Questa è la premessa alle riflessioni dell’onorevole Sandro Gozi, sotto-segretario agli Affari europei, che nel volume “Generazione Erasmus al potere” traccia le linee guida per pensare all’Europa del futuro.

Le istituzioni di oggi, siano esse nazionali o transnazionali, si muovono in una cornice di mutamenti strutturali che impongono velocità d’azione e urgenza. Proprio queste due prerogative non sembrano aderire alla perfezione al concetto di Unione europea, vista come luogo di tecnocrati e burocrati. L’Ue viene, infatti, percepita come il luogo dove si pratica l’austerity e dove non sembra risiedere il coraggio che anima ogni azione politica.

In questo contesto viene richiamata all’ordine la generazione Erasmus, che ha il dovere di riportare l’Europa in prima linea accanto ai cittadini piuttosto che in contrapposizione ad essi. Le soluzioni, dunque, si manifestano nel riscatto della politica nei confronti del mercato (da sempre totem intoccabile) e nel riempire le istituzioni di uomini e donne che abbiano la ferma volontà di fare politica attivamente. La via è, dunque, esclusivamente quella di una politica condivisa: ci deve essere condivisione di successi ma al tempo stesso condivisione dei rischi; e su questi ultimi si deve pensare a un cambio di rotta, in perfetta discontinuità con il passato.

L’Europa è il teatro di crisi economiche e sconvolgimenti globali. Tra questi è costantemente in primo piano la ferita aperta dell’immigrazione, un dramma prima di tutto umano, cui nessun Paese del vecchio continente può sottrarsi. L’onorevole Gozi affronta la questione in una sezione del libro appositamente dedicata, decidendo di abbinare alla parola immigrazione la parola solidarietà. Le immagini dei morti nel nostro mare, il Mediterraneo, impongono alla classe politica di non restare inerte.

È, infatti, opportuno ricordare che per chi intraprende questi viaggi della speranza la terra promessa siamo noi: l’Europa. Eppure, piuttosto che essere teatri di speranza, i singoli Paesi preferiscono alimentare l’egoismo che ha innalzato muri invalicabili. Così, ancora una volta, ci si rivolge alla giovane classe dirigente, alla quale si chiede di ragionare sul binomio libertà – sicurezza. Infatti, l’errore risiede nel concepire queste due parole come antitetiche, alimentando le voci populiste fautrici di quei muri che per anni si è tentato di abbattere.

Tuttavia, se da un lato è bene non perdere di vista il lato umano della questione, è parimenti doveroso ragionare con lucida razionalità. Accoglienza e gestione del rimpatrio non possono più essere terreno di comportamenti arbitrari. Al contrario ci deve essere un coordinamento sovranazionale che argini, ancora una volta, le derive populiste.

L’autore del libro apre, inoltre, un interessante dibattito su quella che potrebbe essere “la madre di tutte le questioni”, causa dell’attuale deriva dell’Unione europea: lo squilibrio demografico. Infatti, la politica non ha ancora ben chiaro che il rischio di una società bloccata frena qualunque possibilità di crescita nel futuro. Questa è la ragione per la quale devono essere trovate al più presto soluzioni che segnino vie percorribili. Tra le proposte, la più interessante è quella secondo la quale si può invertire la crisi demografica attraverso i flussi migratori. Qualora si decidesse di governare l’immigrazione e di affiancare a essa politiche familiari e giovanili a medio e lungo termine, si porrebbero forti barriere a ogni forma di deriva populista.

L’immigrazione non è certamente l’unico spettro dell’Europa. Negli ultimi anni sembra regnare ovunque nel vecchio continente il terrore d’imminenti e incontrollabili attacchi terroristici. Il massacro di Charlie Hebdo, le terribili immagini in 50 Boulevard Voltaire, indirizzo del Bataclan, e ora la scena della Promenade des Anglais a Nizza si sedimentano come attimi di dolore nelle menti dei cittadini europei. Può, dunque, avere un senso parlare di Europa come potenza militare e non solo civile. Una difesa integrata consentirebbe di aumentare l’efficacia delle azioni antiterrorismo e alleggerirebbe le spese militari dei singoli paesi. In un mondo in frantumi, colpito da guerre e crisi di ogni genere, l’Europa deve tornare a essere la culla dei diritti umani, lavorando sulla sicurezza per garantire la libertà di tutti.

Guardare al domani per l’Europa, come ricorda Sandro Gozi, deve significare soprattutto essere propulsore dell’innovazione tecnologica. Negli ultimi mesi del 2015 uno studio della Harvard Business Review ha segnalato che la più grande crisi che l’Europa deve fronteggiare è digital recession. È una questione alquanto spinosa e soprattutto sconosciuta ai più. Per far fronte alla problematica la Commissione europea ha in programma di destinare il 3% del PIL a R&S.

Dunque, è necessario tanto ridisegnare l’Europa del futuro quanto metterla in partica, partendo dal fatto che bisogna “continuare ad essere noi stessi”.

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