“Un’opinione pubblica ben informata è la nostra Corte Suprema”. Con questa frase di Joseph Pulitzer, ancora oggi attuale, Il Presidente del Senato Pietro Grasso ha voluto sottolineare l’importanza del giornalismo come veicolo di trasparenza, legalità e quindi di democrazia. L’occasione è stata il convegno “I mezzi d’informazione a sostegno della legalità. La stampa a garanzia di trasparenza, legalità, contrasto alla corruzione” organizzato dalla Fieg.
“Il giornalismo d’inchiesta – ha sottolineato Grasso – quando svolto seriamente non solo anticipa il lavoro delle procure e delle forze dell’ordine ma può essere un valido supporto alle indagini”. Per il Presidente del Senato, anche sul versante della corruzione, l’informazione è una potente arma per combattere il malaffare “scoprendo gli scandali e gli abusi e dando molti spunti alla magistratura per far partire importanti inchieste”.
Di questo ne è convinto anche il Presidente dell’Autorità Nazionale Anticorruzione, Raffaele Cantone, secondo cui “il controllo diffuso è l’unico che permette a una democrazia di funzionare. Ma, per essere tale, ha bisogno di un’informazione chiara e puntuale”. Secondo Cantone, in Italia abbiamo una delle normative più evolute in termini di trasparenza, obbligando alla pubblicazione di una mole imponente di atti e dati riguardanti i pubblici uffici (appalti, bandi gara per servizi e forniture, bilanci societari, informazioni finanziarie e borsistiche). Nonostante questo, ciò non basta a garantire la piena legalità delle istituzioni; serve il supporto dei giornalisti, nelle vesti tradizionali di ‘cani da guardia’ del potere.
Certamente ci sono in ballo interessi e diritti contrastanti ma ugualmente importanti: il diritto di cronaca, la necessaria esigenza di riservatezza delle indagini, il diritto dei cittadini di essere informati. Tre pilastri da tutelare in nome del buon giornalismo. Un’informazione corretta, inoltre, deve poter essere plurale: “Dalla possibilità di accedere a più fonti diverse si misura una democrazia. Anche se – avverte ancora Grasso – quantità e rapidità della notizia non bastano; bisogna sapere distinguere tra le fonti”. Ad essere investita, infatti, è la vita delle persone e una cattiva informazione può diventare letale. “Con il flusso costante e continuo delle informazione – ha concluso Grasso – la cosa più difficile diventa proprio commisurare il dovere delle verifica con il diritto alla riservatezza e all’oblio”. Mentre secondo Cantone “la sfida – anche normativa – è riuscire a dare notizie utili, di qualità e con regole chiare che non pregiudichino le indagini e rispettino gli individui chiamati in causa; è necessario, perciò, concentrarsi sui fatti realmente rilevanti, rifuggendo dal gossip e dal pettegolezzo; individuare con precisione dove finisce il diritto di cronaca e dove inizia il diritto alla privacy”.
Il riconoscimento dell’autorevolezza della stampa è sicuramente un motivo di vanto per la categoria ma, avverte il Presidente della Fieg Maurizio Costa, “c’è l’esigenza costante di ribadirlo e rivalorizzarlo: attraverso il rigore, l’attenzione alla notizia e l’affermazione di un ruolo non sostituibile né dai social network né dalla massa indifferenziata delle notizie stesse”. Il giornalista è dunque ancora interprete e mediatore principale della realtà. Per questo la Federazione degli editori si è fatta promotrice di un tavolo tecnico che metta assieme le organizzazioni che rappresentano il mondo dell’informazione (Fnsi, edicolanti, distributori) per ripensare la filiera dell’informazione. “Sono finiti i tempi gloriosi ma – secondo Costa – continuare ad affrontare la rivoluzione digitale arroccandosi su posizioni datate è una strada perdente”. Non ci si può nascondere, il futuro è digitale ma “il web non può risolvere da solo il problema della trasparenza; anche superando il problema del digital divide ci sarà sempre bisogno di chi materialmente trovi le notizie sul territorio”. Per questo, all’interno del sistema della Rete, “vanno definite delle regole – concertate con i cosiddetti ‘over the top’ – su trasparenza e pubblicità delle notizie che incidono direttamente sulla vita delle popolazione”. Questo, per Costa, è “un punto delicatissimo, che deve stimolare la ricerca di un equilibrio tra chi produce i contenuti e gli investimenti pubblicitari”. I costi sostenuti dagli editori – ci tengono a sottolineare in Fieg – devono poter avere un valore e non essere sfruttati da altri colossi tecnologici che puntano solo al mero business”. Ma Internet implica anche altre sfide, prima su tutte – come accennato – il nodo del digital divide. Con il digitale il cittadino è sempre più controllore; ci sono piattaforme che raccolgono dati ma permettono anche di fare segnalazioni (è il caso, ad esempio, di Mafialeaks). Il grande ostacolo a questa forma evoluta e consapevole di citizen journalism è proprio l’esclusione, l’accesso negato alla Rete che trasforma ampie fasce della popolazione in cittadini ‘incompleti’. “L’esclusione è alla base anche della cultura criminale – afferma il Commissario per le infrastrutture e le reti di Agcom, Antonio Preto – e la nozione di informazione come servizio universale serve a darle, invece, una dignità superiore. Bisogna fare attenzione a non far aggiungere a quello tecnico un digital divide di tipo culturale, per non allargare ulteriormente le differenze sociali”.
Senza interventi correttivi si rischia, dunque, di prestare il fianco anche all’illegalità. Per questo, secondo l’Autorità Garante per le Comunicazioni, è necessario rivedere il diritto d’accesso: il New York Times in passato lo ha definito addirittura un diritto universale e, in molti documenti delle organizzazioni internazionali, si parla di ‘net neutrality’ (tutti devono essere tutelati allo stesso modo); non bastano le infrastrutture, serve una cultura dell’innovazione.
Ma il convegno è stato anche lo spunto per un confronto ‘pratico’, sul modo in cui l’informazione affronta quotidianamente due fenomeni enormi e fluidi come illegalità e corruzione, con le testimonianze di giornalisti che ‘sul campo’ vedono l’evoluzione del modo di fare inchiesta rispetto al passato. “Questo tipo di giornalismo è come se fosse una guerra – spiega Corrado Formigli, giornalista d’inchiesta di lungo corso e oggi volto noto della tv come conduttore di ‘Piazza Pulita’ – ma per fare le guerre servono le armi, gli uomini, i mezzi, la libertà di muoversi ed esprimersi. Oggi tutto questo lo abbiamo sempre di meno”. Il riferimento è alle crescenti difficoltà nel trovare una struttura editoriale forte che supporti il lavoro di un giornalista ‘scomodo’; le liti temerarie, con richieste di danni milionari al giornalista di turno, stanno raffreddando in molti casi le velleità di ricerca della verità; l’intrusione dei poteri forti che sconfinano nel mondo dell’editoria impediscono di svolgere serenamente il proprio lavoro.
Per Massimo Mucchetti, giornalista prestato alla politica – oggi senatore – “bisogna che i giornalisti si riapproprino dell’indipendenza; oggi c’è una grande dipendenza, ad esempio, dalle fonti che usano la stampa per avere visibilità; questa inversione dei ruoli trasforma il giornalismo d’inchiesta in cronaca giudiziaria, indebolendo l’intera industria dell’informazione”.
Mentre per Attilio Bolzoni, grande firma di ‘Repubblica’ e autore di importanti inchieste su mafia e criminalità organizzata, bisogna focalizzare l’attenzione su aspetti più concreti e meno strutturali: “Il giornalismo d’inchiesta è cambiato perché la criminalità ha cambiato volto, ha una faccia il più delle volte ‘pulita’. Per fare un buon lavoro – secondo Bolzoni – ci vogliono più tempo e più risorse perché non si sa il pericolo da dove può venire. In Italia, oggi, il problema non sono i poteri illegali ma quelli legali che si muovono illegalmente; non c’è più la rintracciabilità del crimine”.

Marcello Gelardini