Post apocalypse. Sole survivor in tatters and gas mask on the ruins of the destroyed city

Nella Striscia di Gaza, la catastrofe umanitaria è immanente da mesi, la fame e la carestia hanno già fatto vittime e stanno per divenire devastanti. L’allarme parte da Roma, dove ha sede il Programma alimentare mondiale, un’agenzia dell’Onu: il 70% dei palestinesi della Striscia, un milione e mezzo di persone, rischiano di non avere da mangiare. Praticamente chiunque abita a Gaza ha già difficoltà a procurarsi il cibo e 210 mila persone nel Nord, al confine con Israele, sono al livello 5, il più alto nella scala della crisi da fame.

Dall’Ue, partono critiche a Israele: il premier belga Alexander De Croo – il Belgio ha la presidenza di turno del Consiglio dei Ministri dei 27 – denuncia il ricorso alla fame come “arma di guerra” e sollecita Israele ad abbandonare i piani per un’offensiva di terra nella città di Rafah; Josep Borrell, capo della diplomazia europea, gli va in scia: “Al valico di Rafah – dice -, le derrate alimentari sono bloccate. Non sono mai stati registrati livelli di insicurezza alimentare simili altrove nel Mondo”.

Parlandosi al telefono lunedì 18 marzo -la prima volta dal 15 febbraio-, il presidente Usa Joe Biden e il premier israeliano Benjamin Netanyahu hanno discusso per oltre un’ora delle divisioni che si sono accentuate fra i due Paesi alleati, in particolare sul dramma umanitario ed alimentare di Gaza e sulla condotta della guerra, che continua a registrare episodi raccapriccianti.

Le vie del negoziato restano aperte. Egitto, Qatar e Usa trattano con Israele e Hamas una tregua e la liberazione degli ostaggi – tutti o una parte -, in cambio della scarcerazione di detenuti palestinesi. L’intesa pare a un passo, ma non si concretizza.

Gli sviluppi del conflitto in Medio Oriente e quelli dell’invasione dell’Ucraina da parte della Russia si collocano sullo sfondo delle presidenziali in Russia: una sorta di plebiscito per Vladimir Putin, che ne esce oggettivamente legittimato e rafforzato, nonostante il voto non sia stato, recitano in coro le cancellerie occidentali, “né libero né equo” e rifletta “il momento cupo della democrazia globale” – il giudizio è di Ishaan Tharoor, sul Washington Post -.

Ne parlano, oggi e domani, a Bruxelles, i capi di stato e/o di governo dei Paesi dell’Ue. L’Italia rinnova il no all’invio di truppe di Paesi della Nato in Ucraina, evocato dal presidente francese Emmanuel Macron. Ma, sostanzialmente, i 27 non possono fare altro che constatare l’impotenza, nelle attuali grandi crisi internazionali.

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Giampiero Gramaglia
Giornalista, collabora con vari media (periodici, quotidiani, siti, radio, tv), dopo avere lavorato per trent'anni all'ANSA, di cui è stato direttore dal 2006 al 2009. Dirige i corsi e le testate della scuola di giornalismo di Urbino e tiene corsi di giornalismo alla Sapienza.