Settant’anni di voto anche per le donne; settant’anni di suffragio compiutamente universale. Nel 2016 ricorre quest’anniversario che, quasi certamente, sarà commemorato con il consueto armamentario di articoli di giornale di ‘aede’ specializzate (le solite ‘scrittore’ di repertorio), qualche suggestiva manifestazione e dichiarazioni politiche strumentali, che lasciano il tempo che trovano. E, invece, sarebbe un momento imperdibile per riflettere, anche (e soprattutto) fra i giovani, sulla parità raggiunta e consolidata, ovvero su qualcosa concretamente ancora di là da venire.
Punto di riferimento è questo anniversario scisso, costituito da quel decreto n. 74 del 10 marzo 1946: assunto quale pietra miliare è, in realtà, il completamento del decreto legislativo luogotenenziale n. 23 del 31 gennaio 1945, il quale, in un momento ancora istituzionalmente ibrido per l’Italia, dotò le donne ultraventunenni dell’elettorato attivo, ‘dimenticando’ di attribuire loro quello passivo, ovvero della possibilità di essere candidate.
Ci fu messa una pezza e così, prima alle amministrative del marzo ’45 (che si svolsero addirittura in otto turni!), poi al referendum per la scelta della forma istituzionale, fra Repubblica e Monarchia, le donne, rigorosamente senza rossetto, esordirono come elettrici.
Per tanti anni ho scritto di queste cose: ma oggi, leggendo il volume significativamente rosa del Professor Marco Severini, docente di Storia dell’Italia contemporanea presso l’Università di Macerata, “Dieci donne – Storia delle prime elettrici italiane”, mi accorgo di aver preso una topica (vergognandomene assai), e, con me, la stragrande maggioranza di chi ripete a pappagallo quello che qualcuno, inizialmente, erroneamente diffuse.
Dobbiamo, infatti, al Professor Severini la scoperta e la divulgazione di 10 donne che, a causa di una ‘congiunzione astral-giudiziaria’ favorevole, e di un illuminato presidente della Corte d’Appello di Ancona, il famoso giurista Lodovico Mortara, (che arrivò persino, qualche anno dopo, al rango di Guardasigilli per l’espace d’un matin, nel post Prima Guerra Mondiale), rimasero iscritte 10 mesi nelle liste elettorali di Senigallia e di Montemarciano.
Fu solo un’insolita tregua fra le continue consultazioni elettorali – un costume praticato non solo ai giorni nostri – che impedì alle ‘Fab ten’ di esercitare realmente, uniche fra le regnicole (parola fatale), il diritto di voto, prima che la sentenza della Corte d’Appello presieduta da Lodovico Mortara fosse annullata dalla Cassazione.
Severini ha restituito nome e personalità a queste 10 progenitrici nella cabina elettorale: le maestre senigalliesi Carola Bacchi, Palmira Bagaioli, Giulia Berna, Adele Capobianchi, Giuseppina Graziola, Iginia Matteucci, Emilia Simoncioni, Enrica Tesei e Dina Tosoni e la montemarcianese Luigia Mandolini-Matteucci, raccontandoci le loro vicende personali e ricostruendo, parimenti, la lotta per l’ottenimento del diritto di voto alle donne a cavallo fra l’Unità d’Italia e i primi 25 anni del nuovo secolo, poi paralizzata dall’avvento del fascismo, e le sue protagoniste.
Anzi, parlando di protagoniste (fra tutte, Anna Maria Mozzoni e Anna Kuliscioff, senza dimenticare Teresa Labriola e la marchigiana, considerata dai suoi conterranei un po’ ingrata, Maria Montessori), lo storico non dimentica due convinti ‘fiancheggiatori’ politici del voto alle donne: il pugliese Salvatore Morelli e il calabrese Roberto Mirabelli. Entrambi, ce lo dicono gli annali, morti in disgrazia o comunque emarginati dall’agone politico.
Viene quasi da pensare che la forte innervatura matriarcale della società meridionale abbia in qualche modo ‘illuminato’ questi due precursori, che, anche in piena attività parlamentare, affrontarono un vero e proprio apartheid politico per sostenere le loro idee pro-donne.

Come mai solo le dieci maestre marchigiane ottennero il voto?
“Non è che furono soltanto loro a ricorrere per essere iscritte nelle liste elettorali; il fervore del movimento femminile produsse una serie di ricorsi in tal senso – risponde Marco Severini ad un’incuriosita recensora – Furono, però, tutti rigettati, tranne nel caso della Corte di Appello di Ancona.
In quest’occasione, fondamentale fu la circostanza che Lodovico Mortara si trovasse a guidarla, in un periodo brevissimo, ossia appena un anno. Quello giusto, però, per emanare tale sentenza ‘rivoluzionaria’ per l’epoca, e tutta in punta di diritto.
Se fosse rimasto a Cagliari, sua sede di provenienza, magari le promotrici del ricorso vittorioso sarebbero potute essere un drappello di maestre sarde!”

Il magistrato – la cui vita Severini ricostruisce con dovizia di particolari, evidenziandone la solitudine dell’uomo di scienza giuridica rispetto ad un’omologazione maschilista dei suoi colleghi – non si fece influenzare da quelle argomentazioni di deminutio psico-fisica delle donne, tipiche fino a una manciata d’anni fa, e che ritroviamo persino, all’epoca della discussione in Costituente nella Commissione dei 75, riguardante la parità dei sessi sancita non senza battaglia dall’articolo 3.
Proprio una personalità della scienza giuridica che fu, vari lustri dopo, Presidente della Repubblica come Giovanni Leone, si abbandonò a obiezioni maschiliste sulla parità fra uomo e donna, battibeccando a tal proposito con Lina Merlin; e tutto ciò lo fece a diritto di voto e di elettorato passivo conseguiti!
La seconda sezione del libro, dedicata ai profili biografici delle dieci protagoniste, è interessante almeno quanto la prima, che dà un affresco dell’epoca e ricostruisce i precedenti, nonché le evoluzioni successive del diritto di voto delle donne.
Affascinano, però, le notizie che il Professor Severini è riuscito a reperire sulle dieci maestre. Ciò perché, mentre sui personaggi storici, sebbene donne, come la Mozzoni o la Montessori, Ada Negri o Margherita Sarfatti oppure l’inquieta Sibilla Aleramo, c’è una strada maestra di documentazione e di opere su cui lavorare, per persone ‘invisibili’ e facenti parte dell’indistinto scenario del quotidiano il lavoro è ben più difficile (ma appassionante).

Come l’ha risolto, Marco Severini?
“Ragionando – risponde – Sapevo che in quegli anni e fino al 1911 l’insegnamento elementare era affidato alla gestione dei singoli Comuni.
Fu da quell’anno in poi, con la Legge Daneo – Credaro, del 4 giugno 1911 n.487, che la competenza passò allo Stato centrale. Dunque, occorreva diventare un ‘topo d’archivio’ in polverosi, spesso decentrati archivi comunali; è stata una vera e propria caccia all’uomo; anzi, alle donne. Questo perché di questa eccezione alla storia del voto in Italia non se n’erano accorti né gli storici, né i pur minuziosi biografi di Giolitti, sotto la cui presidenza del Consiglio il fatto avvenne”.

Da tale appassionata e faticosa ricerca sono emerse le personalità di queste dieci donne, altrimenti destinate all’oblio. Fra tutte, campeggia Giulia Berna, donna di tempra d’acciaio, indomita e fortemente politicizzata, che ebbe anche figli impegnati nell’insorgenza. Una figura che meriterebbe un approfondimento biografico ben più ampio. Chissà…

L’impegno di Marco Severini nel campo così poco scandagliato della storia delle donne non si esaurisce in “Dieci donne”: dopo il convegno internazionale “Dodici passi nella Storia – Le tappe dell’emancipazione femminile”, svoltosi a Senigallia e Montemarciano lo scorso giugno, divulgherà i suoi interessanti risultati l’omonimo libro degli atti, curato insieme a Lidia Pupilli, e che uscirà il prossimo 4 marzo, per i tipi di Marsilio e di cui vi diamo in anteprima la foto della copertina.
Un’altra occasione per comprendere pienamente la fatica che fecero le nostre predecessore per renderci libere e autorevoli come noi donne oggi siamo e spronarci a vigilare perché le loro conquiste non si erodano.