di MICHELE MEZZA -Capita spesso di vedere due vecchie signore chiacchierare sui modi per tenersi in forma e limitare gli screzi del tempo. Ognuna cerca sempre nelle condizioni dell’altra la conferma della bontà delle sue ricette.
Esattamente questa situazione sembrava di  percepire ieri sul New York Times, leggendo il lungo articolo che il quotidiano della Grande Mela dedicava alle contorsioni tecnologiche del suo competitor della capitale, il Washington Post.
O forse si parlava a nuora perchè suocera intendesse?
Infatti il reportage, con il solito corredo di fonti e dati, illustra le conseguenze della svolta digitale che da qualche tempo ha fatto irruzione anche nel tempio del Watergate.
La chiave dell’articolo è il termine nostalgia-drenched, ossia “imbottito di nostalgia” usato dal direttore generale del quotidiano capitolino Marcus Brauchli per segnalare la ritrosia dei suoi giornalisti ad entrare in una nuova logica digitale.
Precisamente Brauchli dice, parlando dei problemi nell’introduzione di nuovo soluzioni editoriali nella redazione “There are a lot of nostalgia-drenched people in the journalism field…”. Una nostalgia, fa intendere il dirigente editoriale, che intralcia il cambiamento, appesantendo la macchina giornale in maniera ormai insopportabile.
Proprio il caso del Washington Post, riportato appunto dal New York Times, fa giustizia di ogni alibi contenutistico che, di solito, si usano per rallentare le conseguenze di una scelta discontinua in termini organizzativi. Infatti, di fronte al tema del cambio di modello produttivo, a tutte le latitudini giornalistiche si è soliti abbarbicarsi alla banale constatazione che sono i contenuti che rendono competitivo un giornale, e dunque e lì che bisogna intervenire. Il fatto che le due cattedrali del giornalismo mondiale assumano come centrale il modello produttivo per ridare futuro alla propria impresa dovrebbe rendere chiaro a tutti quali siano oggi i termini del problema. Lo stesso Brauchli, con il sano pragmatismo americano, spiega senza fronzoli la causa della crisi: “Prima eravamo gli unici a produrre qualità, oggi molti possono fare meglio di noi in vari campi”.
E’ questo il buco nero da cui non è facile uscire per chi si era abituato ad essere un gigante in mezzo  ai nani, sia esso un giornale, un professionista, un’azienda, un’università. I nani stanno crescendo e moltiplicandosi e difendere il proprio primato è oggi molto complicato.
La vicenda del Washington Post, può essere letta come la metafora dell’intero occidente: dobbiamo cambiare forme e contenuti di tutto quello che facciamo perché c’è sempre qualcuno che lo fa meglio di noi.
L’articolo del New York Times, non senza perfidia, inizia raccontando di una cena organizzata dal direttore generale del Washington Post con i grandi notabili della sua redazione per spiegare che ormai bisogna che tutti, nel senso di ognuno, senza distinzione di ruolo o carica deve assumersi il compito di spingere il processo di trasformazione. A quel tavolo erano seduti mostri sacri del giornalismo, che hanno scritto tappe fondamentali della storia delle inchieste e dei reportage mondiali come il celeberrimo Woodword, co-autore del caso del Watergate, o i premi Pulitzer Atkinson e Dana Prest. Gente che avrebbe qualche titolo per ritrarsi dinanzi al nuovo mondo. Ma sembra che non sia stato così.
La trincea su cui il giornale giocherà la sua battaglia sarà infatti la newsroom, ossia una nuova fabbrica della notizia, dove cambia la geometria e la logica dell’informazione. Il giornalista non è più produttore della singola informazione, ma conduttore del flusso, che grazie ad un’immersione continua nella rete, deve misurare il grado di rilevanza e attendibilità delle singole notizie per decidere dove investire il valore aggiunto del giornale. E’ evidente che in questo contesto mutino, radicalmente, gerarchie, profili professionali, e linguaggi della redazione. Una trasformazione che porta l’oggetto quotidiano a cambiare pelle e mutare perfino la configurazione logistica. Infatti  prima della ristrutturazione la divisione fra sito web e redazione al Washington Post era anche fisica, faceva notare il New York Times che la sua trasformazione l’ha compiuta nel 2005, con la sede dei webmaster che era da tutt’altra parte. Ora l’integrazione è totale, e capi redattori e webmaster lavorano gomito a gomito. Anzi i primi seguono i secondi che dettano il ritmo non solo delle notizie ma, questa è la vera novità, anche del livello di sintonia che si crea con il pubblico, valutata in real time tramite i social network del giornale. Le notizie infatti man mano che si formano, ed entrano nella classifica di priorità dell’impaginazione, vengono esposte ad una “quotazione” del gradimento del pubblico che nel corso della giornata, in una specie di borsa delle news, fa comprendere cosa vuole approfondire di più. Si identificano così le cosiddette Track, ossia piste di ricerca delle informazioni, che vengono agganciate nella newsroom dai webmasters che indicizzano i flussi informativi e passate ai reporter per il trattamento editoriale. Ovviamente l’anima di un processo così automatizzato è la potenza di ricerca che viene da un sistema editoriale progettato da Google, che diventa così il nuovo capo redattore del giornale.
Gli elementi della velocità e della qualità devono dunque combinarsi per creare un mix efficacie. Di conseguenza il giornale muta anche griglia di interpretazione dei fatti.
“Prima – spiega Brauchli- noi cercavamo di coprire tutte le informazioni possibili, diventando fonte primaria, oggi puntiamo solo sulle notizie su cui possiamo dare un senso diverso dal flusso”. Insieme al prodotto editoriale muta anche il perimetro aziendale che integra nuove funzioni e sopratutto nuovi servizi, che renderanno il giornale economicamente autosufficiente. In questa logica diventa essenziale capire se si è, ora per ora, sulla cresta dell’onda, ossia se si è davvero un elemento indispensabile a milioni di persone per completare e qualificare la propria dieta mediatica. In questo diventa preziosissimo il continuo lavoro di raccolta dei dati sull’utenza: quanti contatti, quanto tempo di permanenza sul sito, quante query, ect, ect…
Certo la romantica visione, rimandataci dalle versioni cinematografiche, dei redattori acquattati in un garage alla ricerca della propria Gola Profonda si disperde in un frenetico compulsare di schermi e tastiere per incontrare il proprio track.
Ma questa è la vita al tempo della rete.
Sopratutto questa è la nuova forma di adattamento che vede un sistema industriale, qual’è il giornalismo, riconfigurarsi all’interno di un mercato dove le relazioni di scambio delle informazioni non permettono più di tutelare il monopolio professionale della redazione. La lezione non riguarda però solo la componente giornalistica. Infatti l’esempio che ci viene dal Washington Post ci fa capire come i dirigenti del gruppo editoriale si assumano la responsabilità di guidare il processo di riorganizzazione, sottraendolo a logiche utilitaristiche o strumentali delle singole componenti redazionali. Proprio in questo passaggio si nasconde uno dei motivi che ha portato all’insuccesso  molti tentativi di modernizzazione digitale nelle redazioni di casa nostra: l’irresponsabilità della componente manageriale che lasciava ai vertici redazionali il compito di riorganizzare industrialmente la testata.
Potremmo dire che  il giornalismo è cosa troppo importante per lasciarlo solo ai giornalisti. Anche se senza di loro non è concepibile.
Sarebbe davvero utile se anche nel nostro contesto nazionale si ponesse il tema di una rilettura del modo di fare il giornale. Si tratterebbe di affrontare, come sistema paese, uno dei nodi fondamentali del nostro sviluppo: ossia come piegare l’innovazione ad una nuova cultura professionale della produzione. Le infrastrutture e i contenuti, i due alibi che costantemente fanno velo al problema reale sarebbero facilmente aggirate.
Un giornale è un giornale, diceva alla fine degli anni ’70 un grande direttore come Luigi Pintor, per spiegare che la comunità redazionale ha una sua logica interna, non adattabile nemmeno ai supremi interessi della politica. Oggi bisogna constatare, come ci insegna il Washington Post, che un giornale non è solo un giornale ma molto di più, e molto meglio, bisogna avere il coraggio di aggiungere.

Michele Mezza

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