L’avanzamento a pieno a ritmo dell’emergenza climatica, tra global warming, scioglimento dei ghiacci, record di emissioni, fenomeni metereologici estremi, sempre più diffusi e violenti, richiedono al neo presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, un intervento “riparatore” quanto più possibile celere, rispetto al ripristino delle principali politiche ambientali e climatiche attuate da Obama, e smantellate da Trump, nonché il rientro degli Usa all’interno dell’Accordo globale di Parigi del dicembre 2015, da cui sono ufficialmente usciti lo scorso 4 novembre. Tra gli ultimi atti, dei circa 100 provvedimenti (anti)ambientali di Trump, c’è stato il via libera al disboscamento della grande foresta nazionale di Tongass in Alaska, al fine di incentivare la crescita economica, e l’industria nordamericana in particolare, sempre più indebolita dagli effetti della pandemia. Come ricordato dal New York Times, gli Stati Uniti sono uno dei maggiori emettitori al mondo di gas climalteranti, assieme alla Cina. Tra le dieci priorità annunciate dal programma Biden, oltre ai fondi per la ripartenza post Covid, si prevede dunque un “piano verde” di duemila miliardi di dollari in quattro anni, per ridurre le emissioni del 45-50% entro il 2030, il ripristino di diverse aree faunistiche e ambientali (limitate dal precedente governo), e l’incremento di energie pulite (vendita di auto a zero emissioni; elevare gli standard di energia elettrica pulita; agevolare sistemi di sostituzione del fossile, migliorare il riciclo dei materiali, abbattere le emissioni industriali; ridurre le emissioni di CO2 ed istituire nuove tasse sul carbone e sui fossili). Gli esperti tuttavia, sostengono che quantunque il neo Presidente riuscisse a revocare le delibere del predecessore, occorrerebbero almeno due anni prima di riuscire a porre un freno alle emissioni, e che sarà ulteriormente complicato, in termini di tempistiche e burocrazie, bloccare il rilancio attuato da Trump della costruzione degli oleodotti americani, tra cui Keystone e Dakota bloccati da Obama, o delle trivellazioni nell’area protetta dell’Alaska messe in atto con lo scopo di favorire le grandi compagnie petrolifere e i potenti giganti dei combustibili fossili. Al fine inoltre di incentivare le energie alternative, la”strategia verde” di Biden prevede una serie di sgravi fiscali per incrementare la distribuzione e la produzione delle “rinnovabili”, per il quale piano potrà contare anche sul sostegno di un’ampia fascia di giovani investitori americani ambientalisti. Il quotidiano britannico Guardian, riportando dati del sito Climate Action Tracker. Morning Consult, ha rilevato infatti, che il 74% degli elettori di Biden ha definito il cambiamento climatico come un aspetto “molto importante” per il proprio voto. Tra le nuove linee guida etiche previste dalla Casa Bianca, oltre alla priorità dell’ Accordo di Parigi, si prevede anche il rientro nell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), mentre sul fronte del clima, se le politiche venissero attuate, si auspica un taglio delle emissioni Usa di gas serra dell’equivalente di 75 miliardi di tonnellate di CO2, il che ridurrebbe l’aumento delle temperature globali al 2100 di 0,1 grado. Secondo un report di Rhodium Group, è risultato che se alcuni dei provvedimenti maggiormente impattanti, varati da Trump dovessero procedere, entro il 2035 ci ritroveremo con altri 1,8 miliardi di tonnellate di gas serra in atmosfera, equivalenti a più delle emissioni di Germania, Gran Bretagna, Canada messe insieme, in un anno. Al di la della corsa contro il tempo, nel colossale sforzo di decarbonizzare la più grande economia al mondo, resta il fatto che la crisi climatica è stata per la prima volta al centro di un dibattito presidenziale, durante il quale è stato evidenziato dal democratico l’importante correlazione tra i provvedimenti ecologici e la crescita economica, sintetizzato nel principio programmatico “climate-and-jobs plan”. E possibile dunque, che dopo un ordine esecutivo per rientrare negli accordi climatici di Parigi ed i 30 giorni dell’Onu per prenderne atto, già dai primi di marzo gli Usa potrebbero essere di nuovo nell’ Accordo di Parigi.