di SERGIO SPLENDORE –

La prima cosa da dire è che questo pezzo è un sequel, è il completamento dell’articolo presentato nell’ultimo numero dell’edizione cartacea di Media Duemila. In quel pezzo si riassumevano i risultati di una più ampia ricerca effettuata sui media digitali (ricerca finanziata da Open Society Foundation e condotta dal sottoscritto assieme a Gianpietro Mazzoleni, Università degli Studi di Milano, e Giulio Vigevani, Università degli Studi di Milano-Bicocca). In quel pezzo non abbiamo parlato di media digitali nel loro complesso, quanto di giornalismo digitale. A essere precisi abbiamo parlato delle virtù del giornalismo digitale. Lo abbiamo fatto rimanendo saldamente nell’ambito della produzione di contenuti informativi.
In questo articolo, invece, sconfiniamo, andiamo in un ambiente ameno, se non altro per la mia sensibilità di ricercatore: ci occupiamo di lettori, o meglio, di prosumers. Il termine deriva da una brutta crasi che unisce le parole produttore e consumatore (producer e consumer). Indica perciò coloro che contemporaneamente producono e fruiscono contenuti mediali. È ridondante sottolinearlo, ma il terreno è scivolosissimo.
Alcuni studiosi intravedono negli esiti delle pratiche messe in atto dai prosumers non solo un cambiamento dei media (e di conseguenza un cambiamento nei modi in cui dobbiamo concepirli), ma addirittura un cambiamento culturale tout court. Il riferimento ovvio è a Jeremy Jenkins e al suo Cultura Convergente (2006).
Con una tecnica narrativa posticcia, ma quanto mai in voga (soprattutto in ambito accademico), anche qui facciamo riferimento a un pezzo di letteratura – in questo caso appunto alla Cultura Convergente di Jenkins – per criticarla e prenderne immediatamente le distanze, innanzitutto dal punto di vista metodologico, subito dopo da quello teorico. Dal punto di vista metodologico perché la ricerca che abbiamo svolto si è trovata a considerare, osservare e valutare (in questo rigoroso ordine) solo il portato delle pratiche messe in atto dal lettore e questo portato è stato considerato rispetto alle dinamiche che innesca nelle redazioni. Insomma, non era obiettivo della ricerca fare un’indagine su chi siano coloro che commentano, mandano foto o altro tipo di materiale alle redazioni. No, il nostro punto di vista è stato sempre saldamente dalla parte dei giornalisti, di chi produce informazione. Dalla parte del newsmaking, insomma.
Allo stesso tempo quello che preme sottolineare è che ci siamo trovati a considerare questo aspetto seppure nel disegno iniziale della ricerca era stato sottovalutato (ok, ammettiamo, ancorati alla sociologia degli emittenti e aggrappati all’analitica separazione tra chi produce e chi consuma contenuti dei media, non lo avevo neanche preso in considerazione).
Nella prima intervista effettuata per la ricerca, quando il mio interlocutore stava concludendo la ricostruzione della sua biografia professionale, proprio nel momento in cui raccontava del suo passaggio lavorativo dai media tradizionali a quelli elettronici, intercalò – quasi sbadato – : “Va beh, poi c’è tutto il discorso sul lettore”. E io su quella frase buttata lì apparentemente in maniera distratta, rilanciai (in maniera poco ortodossa dal punto di vista metodologico, proprio perché suggerivo quasi platealmente una risposta), “Intende la retorica sulla partecipazione del lettore alla produzione di informazione?”. “Ma che retorica! Qua siamo nel mezzo di una vera e propria rivoluzione”. Bang.
Nel corso dell’intervista i discorsi attenuarono la portata semantica del termine rivoluzione, ma è certo che non si poteva ignorare che davvero qualcosa stesse accadendo, e che qualcosa fosse degno di indagine.
Tutto ciò non significa affatto avere una visione ottimistica della relazione che si crea tra giornalisti e lettori nel giornalismo digitale, anzi l’intenzione qui è quella di trattare l’argomento in maniera più neutrale possibile. La ricerca si è limitata a rilevare routine e pratiche di produzione che vedono l’attività dei newsmakers intrecciarsi con quella dei pubblici. Gli effetti di queste pratiche, per utilizzare un termine molto caro a una certa sociologia, sono ambivalenti.
L’approccio teorico utilizzato per valutare questi intrecci così evidenti nei resoconti fatti dai giornalisti durante la ricerca, è però quello che mette in guardia dalla fascinazione dovuta a quello che il sociologo canadese Vincent Mosco già definì il sublime digitale (2004), da cui anche chi scrive è spesso abbagliato. Non tanto per sminuire l’apporto del Web 2.0 alla produzione giornalistica, quanto per dargli la propria dimensione. Come sottolinea lo stesso Mosco “è quando le tecnologie come il telefono e il computer cessano di essere sublimi icone della mitologia e entrano nel prosaico mondo della banalità – quando perdono il ruolo come fonti di visioni utopiche – che divengono importanti forze per il cambiamento economico e sociale” (ibidem, 6).
Per quanto non sia un mondo banale, sicuramente non c’è nulla di più prosaico che entrare in una redazione che produce contenuti informativi digitali da mettere in Rete: l’organizzazione necessaria per tale attività, le tempistiche a cui i giornalisti sono costretti, la percezione di una concorrenza che non di rado è letteralmente globale, rendono tutto tremendamente prosaico e mondano.
E proprio in una siffatta condizione che si devono inquadrare le retroazioni che i lettori recapitano (consciamente o meno) in diversi modi alla redazioni e ai suoi giornalisti. Ne elenchiamo quattro tipi, partendo da quello di natura meramente statistica.
Ogni sito produce una costante mole di dati: numero di accessi, numero pagine lette, rank per ciascun articolo, durata media della permanenza sull’articolo e altri ancora. Questi dati sono monitorati da parte della redazione (ovviamente anche dalla parte manageriale) e spesso la struttura dell’homepage viene modificata o mantenuta, in virtù degli articoli che più coinvolgono il lettore. Insomma, altro che i sofisticati e costosissimi strumenti che monitorano i giornali cartacei (vedi l’eyetracking), qui ci troviamo davanti a una mole di dati costante e di facile raccolta.
Il secondo tipo di retroazione è quello relativo ai commenti dei lettori sui singoli articoli. La lettura dei commenti dà modo alle redazioni e al singolo giornalista di comprendere quale sia l’atteggiamento prevalente dei proprio lettori, in qualche modo confrontarsi, e perché no correggersi, approfondire o cambiare un’opinione (o anche deprimersi, come ci confessò un giornalistica che considerava sistematicamente svilenti, e non di rado grevi, i commenti che riceveva alle pagine dei suoi articoli di cronaca).
Un terzo tipo è quello relativo ai profili Facebook e Twitter. Non ci riferiamo in questo caso solo ai profili della testata giornalistica ma anche a quelli personali, che sovente i giornalisti usano in maniera pubblica e professionale, in cui si confrontano sul panorama informativo e sulle notizie da loro prodotte. Facebook, dal punto di vista editoriale è uno strumento senza alcun costo di investimento, che raggiunge differenti gruppi di lettori e che talvolta può determinare dinamiche di approfondimento e trasparenza inaspettate. In questi tipi di feedback, per quanto sia difficile determinare nessi di causa ed effetto chiari ed inequivocabili, è indubbio che per le redazioni e i giornalisti che utilizzano gli strumenti del Web 2.0, in maniera diffusa e senza preclusioni, mutano i modi di concepire il fare giornalismo. In un contesto come quello italiano, poi, in cui mancano chiari e riconosciuti strumenti di accountability e trasparenza, i social media come Facebook e Twitter attivano delle pratiche e determinano la produzione di contenuti prima non disponibili.
L’ultimo livello che consideriamo è quello relativo ai lettori come fonte. Sono stati molti gli esempi citati anche dai giornalisti con cui ho avuto modo di parlare durante la ricerca, e allo stesso tempo sono già molti i veri e propri casi di studio (partendo dallo Tsunami del 2004, per arrivare alle alluvioni abbattutesi in diverse zone dell’Italia nell’ultimo anno, da quella del novembre 2011 a Genova, a quella dell’anno successivo nel grossetano): video, foto, testimonianze che rafforzano, indirizzano o talvolta creano il flusso informativo.
Per concludere questo intervento, e rifacendosi anche a quello precedente pubblicato in queste pagine, per quanto si siano dettagliate pratiche di produzione giornalistica innovativa e che segnano una discontinuità con il giornalismo prodotto in passato per i media tradizionali, siamo ancora lontani dal poter definire in maniera chiara i confini di questa mutazione. L’impressione, tutt’altro rivelatrice ma diffusa e condivisa, è che nel giornalismo ci troviamo proprio di fronte a una mutazione e per dirla con le parole dello scrittore Alessandro Baricco: porzioni di giornalismo che hanno sempre respirato con i polmoni e che adesso stanno imparando a farlo sott’acqua con le branchie. Un giornalismo che talvolta è in grado di esplorare mondi sconosciuti, altre volte di osservare quello che c’è sulla terra ferma da punti di vista inediti, utilizzando non di rado un coro o più voci discordanti invece che un solo accento. Un giornalismo che facendo tutto questo rischia però di annegare e allora si abbandona a scialuppe che lo portano lontano da quelli che dovrebbero essere i suoi principali obiettivi. Quello che si profila è un campo da riconsiderare ed esplorare, senza diffidenza non solo nei confronti di chi commenta, critica e legge il contenuto giornalistico, ma soprattutto di un mondo spesso schivato dai giornalisti: quello dei programmatori, di chi sa maneggiare con cura software e tecnologia, aiutando ad arricchire ulteriormente di contenuti e di modalità espressive l’informazione (si pensi a quello che ha fatto Adrian Holovaty con EveryBlock, oppure – utilizzando strumenti e logiche prettamente giornalistiche – quello che ha fatto il Premio Pulitzer Bill Adair con PolitiFact).
Un giornalismo che deve certo prendere coscienza delle nuove pratiche produttive, che sempre più si imporranno e diffonderanno, e valutarle su basi deontologiche inequivocabili.

Sergio Splendore

media2000@tin.it