I fondi per il giornalismo investigativo sono in calo in molti Paesi. Il CoViD-19 accelera questa tendenza. Le politiche nazionali per i media, soprattutto quelli di servizio pubblico, diventano fattori essenziali nel rallentare questa erosione.
La possibilità per i giornalisti e gli organi di informazione di svolgere la loro funzione di “cani da guardia” dei poteri politico ed economico nella società, è ostacolata soprattutto dal fatto che in molti Paesi le risorse per il giornalismo investigativo sono scarse e sporadiche. Inoltre, nel contesto del giornalismo contemporaneo, due fattori rendono l’impresa impossibile: da un lato, la mancanza di “team” specificamente dedicati all’approfondimento e al lavoro di indagine, anche a causa del ridimensionamento numerico delle redazioni; dall’altro la mancanza di tempo, tipicamente richiesto quando si tratta di una “storia” di giornalismo investigativo. La pandemia CoViD-19 ha solo accentuato e accelerato una situazione di crisi che viene da lontano.
Questo è uno dei risultati principali derivati da un’indagine condotta dai ricercatori del
progetto “Media for Democracy Monitor 2020”, condotto nel quadro delle attività
dell’Euromedia Research Group in diciotto Paesi1 nella prima metà del 2020.
Occorre dire che ci sono casi, come la Finlandia, l’Islanda e i Paesi Bassi, in cui vengono
regolarmente stanziate risorse ad hoc per il giornalismo investigativo. Nei Paesi Bassi la
realizzazione di progetti giornalistici di qualità e l’investimento nella funzione investigativa delle redazioni sono stati incoraggiati negli anni da una consolidata politica di sovvenzioni. Sussidi orientati al giornalismo investigativo sono stati concessi anche nelle Fiandre, in un mercato in cui le risorse investite dalle media companies sul giornalismo investigativo sono in declino.
Dall’altra parte dell’Oceano Atlantico, a causa delle pressioni finanziarie, i media cileni hanno sostanzialmente ridotto la produzione di inchieste giornalistiche, e sono invece ricorse all’acquisto di notizie di approfondimento da parte di freelancer o comunque a strategie di esternalizzazione. Per contrastare questa deriva, il “Centro per il giornalismo investigativo” ha sviluppato un modello di crowdfunding applicabile al giornalismo investigativo di qualità e una testata nativa digitale sta conducendo inchieste finanziandosi con abbonamenti a lungo termine.
Tra i Paesi che sembrano mantenere un impegno concreto a favore del giornalismo
investigativo troviamo la Svezia, la Danimarca e il Regno Unito. In Svezia, in particolare, il
10% delle risorse editoriali delle emittenti nazionali private viene destinato al giornalismo
investigativo, anche se i media privati regionali sembrano incapaci di tenere il passo con
questa tendenza.

In Danimarca, un giornalismo investigativo adeguatamente finanziato è considerato una
priorità dalla maggior parte dei principali mezzi di informazione; un impegno rispettato
attraverso la creazione di task force dedicate e l’impegno delle singole redazioni sul tema.
Nel caso del Regno Unito, sebbene la solida tradizione del giornalismo d’inchiesta sia stata
influenzata negativamente dalle crescenti pressioni finanziarie (specie nella stampa locale e
regionale), la produzione di importanti storie di giornalismo d’inchiesta mantiene una forte
vitalità, specialmente nel settore privato.
In Australia, anche se gli investimenti per il giornalismo d’inchiesta sono stati ridotti e le
condizioni sono meno favorevoli, il settore dei media, e in particolare le emittenti pubbliche,
considerano il genere investigativo una priorità.
In alcuni Paesi, come la Finlandia, dove pure il ruolo di controllo del giornalismo “cane da
guardia” è reso difficile a causa delle risorse limitate, i media di servizio pubblico
rappresentano delle vere e proprie best practices, impegnate per controbilanciare i deficit
del giornalismo investigativo. In particolare, l’emittente di servizio pubblico YLE ospita una
task force che si occupa esclusivamente di giornalismo investigativo.
In conclusione, l’esistenza di un giornalismo investigativo “in salute” è proporzionale alla
solidità finanziaria che caratterizza le organizzazioni mediatiche a livello nazionale e al grado di impegno e investimento finanziario dedicato. L’inchiesta non può essere una priorità in Paesi dove la sopravvivenza stessa dei player del mercato dell’informazione è a rischio.
Viceversa, nuovi modelli di business per il mondo dell’informazione consentono un concreto
investimento sul giornalismo investigativo, anche in tempi di crisi economica.
Comprendendo in questo la scelta di diversi Paesi di prevedere sussidi pubblici mirati.

Contatti MDM2020:
Achilleas Karadimitriou, National & Kapodistrian University of Athens akaradim@media.uoa.gr
Christian Ruggiero, Sapienza Università di Roma christian.ruggiero@uniroma1.it
Report completo (18 Paesi) disponibile qui:
http://www.euromediagroup.org/mdm/policybrief02.pdf
Media for Democracy Monitor 2020 (MDM) è un progetto di ricerca longitudinale sulle prestazioni dei media in relazione alla democrazia. Nel 2011, scienziati della comunicazione e della politica di 10 paesi hanno prodotto un primo rapporto contenente lo stato dell’arte, basato su indicatori pertinenti individuati da esperti nazionali. I risultati sono stati pubblicati da Nordicom in un volume disponibile in open access e sul sito web dell’Euromedia Research Group è disponibile il database per singoli indicatori.
Nel 2020, ricercatori di diciotto paesi hanno applicato gli indicatori MDM al proprio contesto
mediatico nazionale, fornendo approfondimenti sullo sviluppo della performance dei media in relazione alla democrazia nel decennio di digitalizzazione dei media (dal 2010 al 2019). I paesi partecipanti sono: Australia, Austria, Belgio, Canada, Cile, Danimarca, Finlandia, Germania, Grecia, Hong Kong, Islanda, Italia, Paesi Bassi, Portogallo, Svezia, Svizzera, Corea del Sud e Regno Unito. I risultati completi dello studio verranno pubblicati all’inizio del 2021. Il progetto di ricerca è finanziato dal Dutch Journalism Fund.
Il Progetto MDM è parte delle attività dell’Euromedia Research Group, con il coordinamento di Josef Trappel, Università di Salisburgo (josef.trappel@sbg.ac.at) e di Werner A. Meier, Università di Zurigo (wernera.meier@uzh.ch).