di MARIO MORCELLINI    

 

Per rispondere alla felice provocazione insita nell’accostamento dei termini informazione, giornalismo e propaganda cercheremo di distanziarci dalle facili polemiche legate all’attualità della politica italiana rivendicando l’urgenza conoscitiva di una aggiornata definizione di giornalismo. Dobbiamo domandarci se questa parola-contenitore è ancora efficace per descrivere il bisogno degli uomini di esser al corrente dei cambiamenti della realtà.

Il giornalismo, per come lo conosciamo in termini di reputazione sociale e di definizione data per scontata, seppur in termini terribilmente semplificati, è essenzialmente questo: partecipare al proprio tempo, essere “in linea” con i cambiamenti, alzare gli occhi rispetto alla soggezione ai fatti. Non è assolutamente un caso, infatti, che in tutte le lingue romanze la parola “notizia” si ancori al concetto di scostamento, a ciò che è nuovo, e non c’è bisogno di ricordare che la parola “news” significa “novità”. La definizione di giornalismo allude dunque a quell’elementare bisogno umano di essere al corrente del nuovo.

L’espansione ipertrofica dei territori della comunicazione e la travolgente ascesa delle tecnologie digitali hanno insidiato una percezione chiara e condivisa del posizionamento del giornalismo. Questa perdita di ruolo ha contribuito a produrre due processi: una pericolosa deriva propagandistica; una tendenza a sfumare i contorni simbolici del giornalismo che rischia di smarrire la sua mission professionale nella più vasta galassia delle informazioni.

Le possibilità dischiuse dalla modernità in termini di produzione di futuro, hanno contribuito a promuovere la centralità del giornalismo in quanto dispositivo sociale atto a metabolizzare il cambiamento e a offrire ai suoi lettori gli strumenti per affrontarlo. Tutto questo ha solo parzialmente a che vedere con l’operazione materiale di fornire informazioni al lettore. L’uomo “moderno” manifesta, infatti, il bisogno di non essere escluso, di sentirsi dentro la corrente degli eventi nuovi o rilevanti, ma tale necessità ha in questi anni preso le sembianze di una insaziabile sete di novità e di scoop. Il profilo del soggetto che si afferma è infatti quello comparativamente più interessato all’innovazione continua di scenari e ambienti, a una costante euforizzazione di possibilità insite nel “nuovo”. Viene quindi a perdersi la funzione del gionalismo in quanto dispositivo atto a far percepire che cosa davvero è rilevante nella lettura e nell’esperienza del mondo.

Il giornalismo deve riuscire a interpretare una funzione di allargamento simbolico del linguaggio delle persone, altrimenti rischia di divenire elemento di quella moltiplicazione ossessiva di notizie e immagini che, senza una mediazione, fallisce il progetto di diventare parte integrante della personalità culturale del soggetto che la riceve. Infranta la bella ed illuministica sicurezza che aumento dell’informazione significhi aumento della partecipazione, viene messa in discussione l’idea che l’exploit delle news significhi incremento della competenza, del potere del soggetto nella lettura e nella gerarchizzazione degli eventi, della sua capacità di capire la società in cui è inserito.

Occorre a questo punto interrogarsi sulla forza complessiva del comparto dell’informazione, sulla sua autorevolezza, sulla centralità del giornalista nei dispositivi pubblici di costruzione dell’agenda, sulla sua autonomia. In una parola, sull’effettiva separazione dai poteri pubblici come la politica e la finanza. Quando viene a mancare la giusta distanza dalle fonti delle notizie e quando queste ultime si inseriscono nel mercato delle informazioni producendo da sole il loro interessato racconto sul mondo, il giornalismo rischia di prestare la sua voce al megafono del potere. In questo modo il giornalismo perde il legame fondamentale con l’idea di cittadinanza, venendo meno a un patto etico che lo vuole controllore dei processi della vita pubblica.

È evidente la diversa importanza che il giornalismo ha avuto nella costruzione della società e della politica dei diversi Paesi: negli Stati Uniti, uno dei primi atti di “dissodazione” e civilizzazione del “selvaggio” West era la fondazione, piuttosto che di una Chiesa o di una banca, anzitutto di un giornale. Non è solo una citazione di colore, ma la prova di quanto generosa fosse l’imputazione di un legame “cogente” tra la professione informativa e i processi identitari, sul cui studio si afferma l’idea di un rapporto reale o desiderabile tra giornalismo e democrazia. La propaganda, anche quando si esprime all’interno di cornici giornalistiche, rompe questo legame e fornisce un racconto del mondo parziale e interessato.

La disponibilità e l’approvvigionamento di informazioni sono stati, infatti, per lungo tempo considerati un requisito di partecipazione competente che rendeva i cittadini più forti e più consapevoli. La breve riflessione proposta ci spinge a chiederci in che misura, oggi, possiamo ancora pensare e sperare che il giornalismo di cui disponiamo sia elemento di presidio della cittadinanza, in grado di rendere i cittadini più selettivi, più forti e competenti nel partecipare alla vita pubblica, o non sia invece succube della tentazione di ripiegamento privatistico e individualistico dominante nelle cornici dell’immaginario moderno

Come studiosi dei processi sociali non possiamo non presidiare i confini del cambiamento, rivendicando con nostalgia una presunta età dell’oro in cui il giornalismo svolgeva un’azione eminentemente pro-sociale. Lo scenario mediale contemporaneo acuisce i segnali della crisi che abbiamo cercato di riassumere e rischia di portare a compimento il processo di marginalizzazione del giornalismo. Ma è proprio in questo momento che vale la pena di declinare al positivo la crisi, cogliendone gli elementi di opportunità. Il giornalismo deve evitare la facile tentazione di raccontarsi vittima dei tempi e cercare un rinnovato patto simbolico con i suoi lettori. La straordinaria vocazione alla ricerca e alla produzione di informazioni dal basso – che trova nelle tecnologie digitali il suo ambiente naturale – è spia di un fermento sociale che ha ancora bisogno di professionisti delle notizie, che sappiano rinunciare a una rendita di posizione che non ha più un ancoraggio con il presente. Riconquistando sul campo la propria legittimità sociale il giornalismo potrà negoziare una rinnovata identità per offrirsi come piattaforma di comprensione della società che cambia.

 

Mario Morcellini

preside Scienze della Comunicazione, “Sapienza”, Università di Roma

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