di ARRIGO LEVI –

Il Giorno della Memoria viene celebrato in più di trenta Paesi, comprese quasi tutte le  nazioni europee, che furono vuoi corresponsabili vuoi vittime  del genocidio nazista: in alcuni casi, compresa l’Italia, al tempo stesso corresponsabili e vittime. Un fatto va sottolineato: l’allontanarsi nel tempo di quella immane tragedia non ha diminuito, in molti casi, l’impegno posto per mantenere vivo il ricordo di ciò che è stato. Al contrario, in diversi Paesi, tra cui il nostro, le commemorazioni sono diventate, col passare degli anni, e dei decenni, sempre  più frequenti e diffuse: come se crescesse, non senza qualche buona ragione,  la paura di dimenticare ciò che dovrebbe invece essere ricordato per sempre.
La storia umana è ricca di tragedie; e non sono mancati, nel corso dei secoli, tentativi di distruggere intere nazioni, sconfitte in guerra o colpevoli di essere, molto semplicemente, diverse; spesso diverse per la loro religione. Ma non credo che vi siano altri popoli che possano contendere a quello ebraico il triste primato delle persecuzioni subite, per lo più da parte di chiese cristiane (ma anche da Paesi di fede islamica, egualmente erede storica dell’ebraismo), fondate quindi, in teoria,  sull’amore del prossimo, cuore dell’insegnamento biblico. Un ebreo della mia generazione non dimentica, peraltro,  che se tanti ebrei italiani si salvarono, nella maggior parte dei casi lo dovettero a preti e suore, o a italiani profondamente credenti, che diedero coscientemente la loro vita per salvare degli ebrei. Come non ricordare, a Modena, Odoardo Focherini? E penso che nessun’altra persecuzione subita dal popolo ebraico, e forse da nessun altro popolo, possa essere paragonata a quella nazista,  con la partecipazione di quasi tutte le nazioni europee.
Non è quindi  soltanto la memoria dei perseguitati, ma un quasi incancellabile senso di colpa dei passati persecutori, a imporre il dovere di “non dimenticare”. Questo impegno per non scordare il passato nasce, inoltre, da  una visione più luminosa, forse utopistica, di ciò che vorremmo fosse il futuro. E non è frutto di casualità il fatto che sia l’Occidente, che per un periodo di tempo assai lungo ebbe quasi il dominio dell’intero pianeta, ad avere acquistato per primo la visione della storia delle nazioni come di una storia che tutte le coinvolge e per sempre le coinvolgerà, perché il nostro è “one world”, un solo mondo,  e per  sempre lo sarà.
Tuttavia in questa visione della storia, le due grandi guerre mondiali nate in Europa nel corso del XX Secolo sono anche il simbolo di quello che potrebbe essere il futuro di tutti gli uomini. E la persecuzione, anzi il tentativo – quasi riuscito –  di distruggere l’intero popolo ebraico, è stata il simbolo e l’annuncio di quello che potrebbe essere il destino di ogni popolo. Il “Giorno della Memoria”  della grande persecuzione nazista degli ebrei non riguarda “altri”: riguarda tutti noi, ebrei e non ebrei,  e tutte le generazioni che verranno.
E su che cosa si fonda il sogno di un futuro di fratellanza fra tutti i popoli? Sul ricordo incancellabile di quei decenni della storia del Novecento in cui l’umanità rischiò di autodistruggersi, avendo, per la prima volta nel corso dei secoli, grazie al “progresso” tecnico, la capacità di farlo, disponendo delle armi nucleari, che mai più potranno essere distrutte, e anche se distrutte potranno essere sempre ricostruite, per sempre capaci di cancellare la vita dalla faccia della terra.
No,  il Giorno della Memoria non è soltanto la colpevole, cupa memoria di quello che fu il destino degli Ebrei nell’Europa nazista: è una riflessione sulla nostra storia, sul destino nostro e di tutti gli uomini, sul destino che le generazioni future sapranno costruire per se stesse. E’ quindi  giusto coinvolgere in questa riflessione soprattutto i giovani: affinché non dimentichino che cosa è stato, ma soprattutto affinché  siano consapevoli dell’importanza vitale, per loro e per chi verrà dopo di loro,  della pace fra i popoli, fra tutti i popoli della terra.

Arrigo Levi

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