Il quaderno neroTutti conoscono Giovanni Giovannini, Vanni per gli amici (ed io tra questi), per la sua attività di editore, giornalista, presidente dell’Ansa e della Fieg con la passione per i media e per la cultura dell’innovazione. Pochi conoscono invece la sua passione per l’Africa, testimoniata  dai due libri  curati con Carlo Moriondo per le edizioni EDA: uno nel 1972, “Africa Centro”, l’altro nel 1973, “Africa Nord”. A questo corposo volume di grande formato (322 pagine) furono chiamati a collaborare storici e giornalisti africanisti di grande livello  come Angelo del Boca, Dino Frescobaldi, Igor Man. Un’opera che – come scrisse lo stesso Giovannini al termine della sua ampia introduzione storico-geopolitica – vuole essere l’omaggio e la testimonianza di giornalisti e scrittori  che hanno vissuto i momenti più drammatici  del ventennio africano 1950-1970, da Algeri a Kartum, da Biserta a Suez.

Io  sono stato invece testimone diretto della genesi e della creazione di un libro che per 60 anni Vanni non ha mai voluto scrivere: Il quaderno nero, nato dagli appunti  di un allora 23enne caporalmaggiore, da poco laureato,  sui 20 mesi della sua prigionia nei lager di Limburg, Mannheim, Colmar, Offenburg e Volkerstahausen iniziata all’indomani dell’8 settembre e terminata il 20 aprile 1945, quando i primi carri alleati dell’armata francese di De Lattre de Tassigny entrano sferragliando  a Volkerstahausen. Un diario, ovviamente con molte pagine non scritte, “salvato per quasi due anni tra prigioni e superprigioni, evasioni, bombardamenti, fame, sempre fame”, che è diventata una testimonianza preziosa per chi vuole capire di più di quei tempi terribili e delle vicende dei tantissimi soldati italiani internati nei lager tedeschi.

Il quaderno nero con la copertina nera, che era rimasto per anni dentro un cassetto perché Vanni non amava il reducismo e meno che mai quello della letteratura di genere. Un amico e parente, Mario Grandinetti, trasferì sul computer il testo e insistette perché secondo lui  era “un’opera assolutamente da pubblicare”. E così fecero alcuni amici, come Giorgio Calcagno e Arrigo Levi.  “Ma per dare a Cesare quel che di Cesare – ha scritto Vanni – ha fatto più di tutti per queste nuove Memorie di un ottuagenario,  un collega bravo e amico caro, Cesare Protettì, mi ha sottoposto per mesi e mesi al più faticoso dei pressing per obbligare me a raccontare e rivivere i fatti del Quaderno Nero e poi si è sacrificato lui per legare le varie parti del diario di allora, diventando un vero e proprio coautore del libro”.

A dire il vero il pressing non era poi così faticoso. Ci vedevamo  una o due  volte alla settimana, la sera (al termine della mia giornata di lavoro in agenzia) sul suo magnifico terrazzo della casa di via dell’Orso, con una  vista mozzafiato sui tetti del centro storico di Roma. Talvolta  ci mettevamo al lavoro dopo una cena leggera a base di una minestra di lenticchie rosse preparata dal suo assistente egiziano, e una fetta di provolone del Monaco che gli faceva avere, direttamente dalla Costiera sorrentina,  la nostra comune amica Maria Pia Rossignaud che oggi è direttrice di Media Duemila. Poi si cominciava a lavorare e lui mi raccontava quello che Il quaderno nero non diceva. Eravamo sostanzialmente d’accordo sulla ricostruzione del diario e su come colmare i buchi della narrazione: facevamo ricorso alla sua prodigiosa memoria e a qualche ricerca storica quando la memoria aveva delle falle. L’unico punto su cui eravamo in disaccordo era la storia con Larissa Sapeshko, una giovane e bella studentessa ucraina che faceva l’infermiera  al campo di lavoro di Volkersthausen, ai confini con la Svizzera, sulla sponda tedesca del Reno. Io avrei cominciato il libro con quei due foglietti scritti a matita che erano l’ultima lettera, dolcissima e disperata, spedita da Larissa a Vanni qualche tempo  dopo la loro separazione.

Hai portato nel tuo bel Paese tutta la mia vita e qui hai lasciato un’ombra, triste, disperata e senza gioia… Non mi hai voluto prendere. Troppo pesante era il mio fardello”. Sembrava un disperato grido d’aiuto e insieme un atto di accusa, arrivato a Vanni nel 1946 da un’amica comune che gli raccontava, in un biglietto, quello che aveva saputo: Larissa era stata “erschossen”, fucilata dai sovietici, probabilmente nel campo di Heuberg, nel Baden, dove erano stati portati  molti prigionieri che dovevano essere rimpatriati, ma di cui si era persa ogni traccia.

Mentre ripiegava quei due foglietti e  li rimetteva a posto insieme alle loro foto degli ultimi giorni alla “fabbrica degli spilli”, ho visto Vanni  commuoversi. Quelle foto parlavano di giorni felici e di un amore sincero, come “un’idillio purissimo tra adolescenti”, scriverà Giovannini. Ma forse in quella commozione c’era anche il rimorso per non averla fatta salire su quel camion verso la Svizzera, verso la libertà. Ma sarebbe stato un viaggio pericoloso, che vide Vanni e i suoi sotto la minaccia degli attacchi disperati dei resti della Divisione repubblichina “Monterosa” che si stavano ritirando.

Alla fine scegliemmo  per un ordine cronologico, partendo da quel fine estate del 1944,  in Provenza, dove era schierata l’”Armée des amours e des parfums” – come sarcasticamente chiamava Radio Londra i reparti della IV armata italiana, schierati a Grasse, cittadina famosa per le fabbriche di profumi.

Il libro uscì nel 2004, per i tipi dell’editore Scheiwiller di Milano.  Vanni fece avere una delle prime copie al presidente Ciampi  e nel giro di qualche giorno il Capo dello Stato gli inviò un biglietto di ringraziamento  nel quale faceva riferimento alla “resistenza allargata” di cui furono protagonisti  “le centinaia di migliaia di soldati italiani che accettarono  i campi di concentramento tedeschi, pur di mantenere fede al giuramento prestato”. Includemmo queste parole di Ciampi proprio sotto la dedica di Vanni “ai seicentomila soldati italiani, che prigionieri in Germania dal 1943 al 1945, seppero scrivere una pagina degna di un onorevole ricordo”.

Pochi mesi dopo, il 21 aprile 2005, arrivò per Giovannini la Medaglia d’argento al valor civile e Vanni, alla cerimonia di consegna, volle  al suo fianco me e Maria Pia Rossignaud (nella foto). Questa la motivazione: “Internato dopo l’8 settembre 1943, insieme a circa seicentomila soldati italiani, nei campi di sterminio tedeschi di Limburg e Offenburg per non aver aderito alla Repubblica di Salò e per aver rifiutato ogni forma di collaborazionismo, seppe animare la resistenza dei commilitoni, richiamandoli al senso dell’onore e al sentimento della Patria. Brillante giornalista, in un diario ha raccontato l’esperienza di quei terrificanti venti mesi di prigionia, a testimonianza della disumanità dei lager e di amore per la libertà, la fratellanza e la solidarietà fra i popoli”.