di LIVIA SERLUPI CRESCENZI –

Si fa ma non si dice, la politica fa sempre più uso di Internet e delle nuove tecnologie, ma il rapporto tra politica e Rete resta difficile e in pochi analizzano la questione per capire fino in fondo i complicati meccanismi che ne determinano il positivo funzionamento cooperativo. Con la prospettiva di approfondire anche nei prossimi numeri Media Duemila ne parla con Alberto Marinelli, professore ordinario, docente in sociologia dei processi culturali e comunicativi e Teorie e tecniche della comunicazione e dei nuovi media della Sapienza, Università di Roma.

<strong>Si parla sempre più oggi di democrazia liquida. Twitter può effettivamente sostituire un voto politico?</strong>

In nessuna maniera e in particolar modo in Italia, perché Twitter non è assolutamente rappresentativo in questo momento.  Neanche negli Stati Uniti nel paese dove è più diffuso si possono fare discorsi di questo tipo. Le democrazie sono sistemi politici basati su procedure costituzionalmente stabilite e su altre regole di applicazione votate dai rami del Parlamento e approvate, pensiamo alle leggi elettorali. Questa è una delle più grandi deformazioni che si è diffusa negli ultimi tempi e cavalcata dal successo del Movimento 5 Stelle, ma è una deformazione assolutamente molto rischiosa. Twitter è uno straordinario attivatore di coscienze, è uno straordinario selettore di temi su cui dibattere, è uno straordinario sistema in cui le persone si scambiano opinioni spesso in maniera molto decisa, ruvida, sulle persone, sui temi, sui contenuti, non è un sistema elettorale. Se togliamo questo primo equivoco risolviamo una parte del problema. Torniamo alla  democrazia liquida, termine che probabilmente rimanda ad un’espressione giornalistica e al fatto che sia Grillo che altri fanno riferimento a una piattaforma che si chiama Liquid feedback, una piattaforma sviluppata da un nucleo del partito pirata in Germania. Anche qui se noi interpretiamo sistemi di questo tipo come meccanismi opportuni di consultazione, di attivazione del dibattito, di sollecitazione delle migliori idee, di confronto e, se vogliamo ricorrere a un vecchio termine, di sviluppo di intelligenza collettiva o cooperativa, siamo assolutamente d’accordo ed è questa, infatti, la funzione della democrazia elettronica (e-democracy). Li troviamo anche nel dibattito pubblico, politico, scientifico e della Comunità Europea, basta andarsi a riprendere i paper della Comunità Europea prodotti su questo argomento. Ovviamente, si deve far riferimento ad una procedura ormai assolutamente importante e strategica perché non si può più presupporre che il Parlamento possa legiferare non ascoltando le competenze, le conoscenze e il desiderio di partecipazione dei soggetti che a vario titolo hanno titolo a parlare o perché sono implicati, penso ai grandi problemi sul territorio come la TAV, o semplicemente perché hanno la volontà, il desiderio o l’abilità da mettere in campo. Ma un conto è l’attivazione, la procedura selettiva, l’indicazione delle idee, tutte quelle forme che una volta si consumavano sul cartaceo, sulla richiesta di firme per i  referendum e che adesso sono ovviamente molto più espanse dalle tecnologie di rete. Altra storia è il processo deliberativo, che è un processo che attiene alle regole che liberamente ci siamo dati e che liberamente ci togliamo. Nel senso che se decidiamo che diventiamo liquidi lo deve decidere un Parlamento con un voto sovrano, bisogna cambiare la Costituzione. Il motivo ovviamente finale di questa argomentazione si trova anche nei numeri. Io non posso presupporre che alcuni milioni partecipano a un dibattito, posso presupporre che alcuni milioni possono esprimersi su una candidatura o su una linea politica, cosa che avviene serenamente in presenza con le primarie, ma è abbastanza improbabile un livello di coinvolgimento tale in un dibattito, fra l’altro non è nemmeno gestibile dal punto di vista delle cacofonie che si producono, se siamo un milione a parlare. In un milione, in due milioni o in dieci milioni possiamo decidere che è più opportuno il signor X o la signorina Z per essere candidata ad un ruolo dopo un dibattito di mesi, dopo procedure in presenza o on line, dopo l’attivazione di regole: il classico meccanismo che in tutti i paesi del mondo dagli Stati Uniti in poi attiva la selezione della classe dirigente. Altra cosa è il dibattito sulle tematiche emergenti. Ne è un esempio uno dei temi cari al Movimento 5 Stelle: l’energia. E’ evidente che una diversa gestione dell’energia può coinvolgere  alcune decine di migliaia di persone, possono venire idee straordinarie, si possono sollecitare straordinarie risorse che sono depositate nella società, che vengono dal basso e sostanzialmente possono portare i processi decisionali ad un livello molto più elevato di quello che il singolo parlamentare, il singolo responsabile delle risorse energetiche di un partito, o il singolo meccanismo di consultazione classica nella camera dei deputati può portare. E’ ovvio che aprire, svecchiare, modificare da zero questo tipo di procedure può portare risultati straordinariamente positivi. Ma questo, ripeto, non sostituisce le procedure elettive.

<strong>Quindi si può parlare di partecipazione e non democrazia liquida con la quale i cittadini possono decidere in quale forma esercitare il proprio potere politico?</strong>

Le piattaforme come Liquid feedback non sono piattaforme di decisione sono piattaforme di consultazione, di aggregazione delle idee e di espressione di una tendenza. Le piattaforme cosiddette di consultazione servono per far salire al livello dell’attenzione pubblica questo tipo di dibattiti per coinvolgere nel processo decisionale anche l’interlocutore politico, cioè quello che ha poi la responsabilità politica, per premere dal basso perché alcune cose si attivino. Il movimento di opinione, l’ascolto della società civile è da sempre storicamente servita a fare questo. Se la società civile o il movimento di opinione o le competenze sono più avanzate è evidente che la piattaforma tecnologica, l’ambiente tecnologico consente a queste idee di emergere, di salire, di conquistare l’attenzione, di poter far dire alla persona che è seduta nella redazione di un giornale di un show televisivo di successo: bene, vieni a parlarne qui – perché così arriva piano piano a una massa sempre più grande che si sensibilizza.

<strong>Si parte dalla Rete per approdare ai media tradizionali?</strong>

Non a caso quello che è successo in campagna elettorale risponde proprio a questa logica. Nessuno si sogna di dire che Grillo ha vinto per la Rete, chi lo dice sbaglia clamorosamente. Grillo ha vinto perché è stato rilanciato ovviamente dalla televisione sulle parole d’ordine che ha avuto modo di far emergere anche attraverso un dibattito con i suoi, ma poi sono diventate parole condivise dai giornali e dalla televisione che parlavano di lui, questo è sufficientemente evidente. D’altra parte la soluzione è nei numeri: i numeri delle persone che possono leggere i blog sono di un certo tipo, i numeri che guardano la televisione sono di un altro tipo. Insegno nuove tecnologie da anni non è che ho un complesso di inferiorità sapendo che  i blog ragionano su alcune migliaia di numeri e  i media tradizionali su alcuni milioni. Anzi, penso di essere più smart di quelli che ragionano su alcuni milioni ma allo stesso tempo non ho un delirio di onnipotenza e non dico che è la rete che muove, no, la rete agita. Se alla rete aggiungo alcuni colpi ad effetto cioè Grillo ad esempio  che in Sicilia ha attraversato a nuoto lo Stretto. Lì non c’è niente di tecnologico. C’è l’impresa fatta giustamente per richiamare l’attenzione dei media, lo sbarco in Sicilia. C’è un uso strategico dei vari sistemi della comunicazione. Non è la rete che decide.

<strong>Cosa sono quindi le Quirinarie?</strong>

Le Quirinarie sono una cosa inventata giustamente, dal loro punto di vista, per fare battaglia politica. Come si fa campagna politica e si prova a svecchiare le candidature che venivano dai partiti tradizionali, beh, si prova dicendo alle persone votatemi qualcuno. Poi si sa che la Gabbanelli è una splendida giornalista che va lasciata al suo mestiere e che non è la candidata per la Presidenza della Repubblica e, quindi, che cosa sono le Quirinarie se non un grande spazio in cui emergono delle tendenze più o meno positive e propositive. Andiamo al dunque. Dei dieci candidati, lui si è autoescluso e siamo a nove, dei restanti sette non erano di fatto eleggibili o quasi  anche  perché si sono rifiutati  in quanto facevano giustamente altro mestiere, ne rimanevano due, su quei due Rodotà e Prodi è stata fatto una battaglia politica. Quindi le Quirinarie sono servite a far emergere Rodotà e Prodi. Perciò hanno ottenuto il loro scopo. E’ un sistema democratico? Ma non è un sistema democratico è un sistema di consultazione della base. Il sistema democratico, fin quando non lo cambieremo, è quello che prevede i franchi tiratori in Parlamento a prescindere da quello che eticamente si pensa dei franchi tiratori e di tutto il resto. Ovviamente, le Quirinarie sono andate al loro obiettivo. Il loro obiettivo era di far emergere dei nomi che potessero entrare nella contesa della Presidenza della Repubblica a pari titolo di altri nomi. I partiti sono stati spinti a votare sull’uno e sull’altro, si sono spaccati al voto sull’uno e sull’altro. E’ evidente che quello non è un sistema per eleggere è un sistema per far emergere energie dal basso, cosa sempre straordinariamente positiva. E’ Il ricambio delle classi dirigenti teorizzato da Vilfredo Pareto in poi, e anche nella sociologia politica della scuola italiana di circa un secolo fa oramai. Per far circolare le élite  bisogna avere un sufficiente ricambio dal basso. E questo ricambio dal basso oggi si esercita anche facendo pressione con i sistemi che sono stati giustamente messi in campo dal Movimento 5 Stelle. Dico queste cose da studioso, osservatore e cittadino, non da persona che fa politica in maniera diretta e attiva.

<strong>Cosa conta come numero quindi quel 4677, cioè i voti ottenuti da Stefano Rodotà in Internet per la sua candidatura a Presidente della Repubblica?</strong>

Una testa è una testa, conta e va rispettata. Se quella testa serve a muovere altre teste e quindi a far emergere la candidatura di un personaggio nobile, quella testa conta. Contano le 20.000 e più che hanno firmato la petizione pubblica per Rodotà e contano i 4677 iscritti al Movimento 5 Stelle che hanno votato Rodotà. Non è democrazia diretta. Io non penso si debba arrivare all’elezione del Presidente della Repubblica attraverso una espressione di volontà su Internet. Penso che quindi i sistemi democratici arriveranno al ricorso alle nuove tecnologie per gradi. Il Presidente della Repubblica è eletto dal Parlamento in seduta congiunta. Questo è il sistema elettorale, poi, attraverso le tecnologie, è possibile far emergere una candidatura. E’ un diritto e le tecnologie abilitano questo diritto.
<p style=”text-align: right;”>Livia Serlupi Crescenzi</p>