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di LIVIA SERLUPI CRESCENZI –

Ogni due giorni creiamo più dati di quelli prodotti dall’alba della civilizzazione al 2003 e la quantità prodotta cresce del 40% ogni anno, semplicemente utilizzando motori di ricerca, social network, o soltanto facendo acquisti. Queste sono le cifre dichiarate dalla Vice Presidente della Commissione Europea e responsabile della Agenda Digitale Neelie Kroes lo scorso marzo. Parlando di dati come “nuovo petrolio” infatti, Neelie Kroes ha messo in evidenza l’importanza assunta dalla raccolta delle informazioni tracciabili attraverso i nostri profili per stimolare lo sviluppo economico. Un mercato – ha ribadito – che vale decine se non centinaia di miliardi di euro l’anno. Un tema cruciale quindi, per il nostro presente e per il nostro futuro, quello dei Big Data, che non può essere trascurato né banalizzato e che l’Osservatorio TuttiMedia affronta con manager ed esperti del settore a Milano, presso Rai Pubblicità.

Ma quanto valgono veramente i nostri dati? Secondo il Financial Times non molto. In America se sono considerate le semplici informazioni sull’età, il sesso e la località si parla di 0,0005 dollari per persona. Vale a dire che per mezzo dollaro, la metà del costo di una tazzina di caffè, si possono acquistare i dati di mille persone. Questo nuovo mercato cresciuto con i data broker si rivolge anche alle aziende che vogliono lanciare i loro specifici prodotti quali: vacanze, prodotti finanziari e pure automobili. Queste aziende sono disposte a pagare di più le informazioni mirate. I dati di un possibile acquirente di automobile valgono 0,0021 dollari. Il costo per le informazioni su mille persone di questo tipo è quindi di  2,11 dollari. Per queste aziende diventa significativo anche conoscere i particolari del vissuto dei profili catalogati. Sono, infatti, gli eventi importanti nella vita delle persone che rendono gli identikit commerciali allettanti al tracciamento per la vendita delle informazioni specifiche. Chi sta per affrontare un divorzio o per avere un bambino oppure è in procinto di comprare una nuova macchina è disposto a modificare le abitudini di acquisto e per questo diventa facile preda di specifici annunci pubblicitari. Tutti questi dettagli sono trattati da speciali algoritmi che lavorano su dati aggregati piuttosto che su informazioni di singoli individui per poi indicare quali annunci pubblicitari possono servire ai consumatori. Una madre al secondo trimestre di gravidanza, ad esempio, vale 0,11 dollari. Senza parlare delle informazioni sulle persone con specifiche malattie. Per 0,26 dollari a persona LeadsPlease.Com, specifica il Financial Times nella sua ricerca, vende i nomi e gli indirizzi email di persone che soffrono di particolari disturbi come il cancro o il diabete ecc. Le informazioni includono le cure e i trattamenti adottati. Più le informazioni sono intime più il loro valore aumenta. Un aumento che comunque, anche aggiungendo le notizie più inconfessate, spesso non raggiunge un dollaro per nominativo. Infatti, l’assoluta ubiquità di dati di centinaia di milioni di persone, probabili consumatori, è responsabile della caduta dei prezzi di acquisto di tali informazioni.

In Europa la situazione è un po’ diversa, questo mercato non è ancora completamente sviluppato,  ma soprattutto l’Unione Europea ha allo studio una nuova normativa in materia di privacy per la tutela dei cittadini europei che dovrebbe entrare in vigore in tutti gli stati membri, un cappello normativo uguale per tutti che rivoluzionerà gli attuali scenari. Tuttavia la questione dei Big Data necessita di cittadini consapevoli come ha dichiarato Derrick de Kerckhove, direttore scientifico di Media Duemila e massmediologo di fama internazionale. “La persona digitale è proprio quella profilazione che è necessario imparare a gestire. Bisogna creare una coscienza critica nelle persone [… ] vi deve essere il diritto per ciascuno di avere accesso ai propri profili per controllarli e gestirli” (intervista su Media Duemila n. 292).

In tema di privacy non bisogna mai abbassare le antenne quindi, visto che è notizia di questi giorni che l’Amministrazione Americana si è impegnata attraverso un’attività lobbistica per ridiscutere i limiti imposti dalla legislazione europea alla possibilità di “spiare” i cittadini europei. Una informazione avvalorata, secondo il giornale economico finanziario britannico Financial Times, da documenti e dalla testimonianza di  tre funzionari europei. Il provvedimento conosciuto in Europa come l’”anti Fisa clause” (Foreign Intelligence Surveillance Act) redatto per impedire agli Stati Uniti di sorvegliare le chiamate internazionali e le email, sarebbe stato soppresso dopo l’insistente richiesta degli Stati Uniti che avrebbero potuto altrimenti  mettere in discussione l’accordo di libero scambio tra gli Usa e l’Europa. La tutela è stata abbandonata dalla Commissione europea nel gennaio 2012, nonostante l’affermazione di Viviane Reding, alto funzionario della giustizia della Ue, che l’esenzione avrebbe fermato proprio quel tipo di sorveglianza recentemente rivelato come parte del  PRISM, programma clandestino di sorveglianza  elettronica della National Security Agency. L’ argomento utilizzato da molti commissari Ue favorevoli allo stop  della misura “anti Fisa”  è stato quello della pratica inutilità della clausola in quanto i server di questi  giganti tecnologici e dei servizi web si trovano per la maggior parte negli Stati Uniti e quindi sotto la giurisdizione Usa. Probabilmente l’ampio e caldo dibattito intorno a questi temi e gli scandali che si susseguono riempiendo le pagine dei giornali potrebbero obbligare le parti ad effettuare negoziati  alla luce del sole così da rendere i cittadini globali un po’ più consapevoli di ciò che i loro rappresentanti stanno facendo  per conciliare le libertà individuali con la sicurezza internazionale nel tentativo di salvaguardare noi tutti da minacce criminali transnazionali.

Livia Serlupi Crescenzi

media2000@tin.it

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