di ROBERTO SARACCO

 

Non mi ritengo affatto adeguato per affrontare le varie sfaccettature che WikiLeaks comporta. Di queste i giornali, e i commentatori, hanno trattato da molti giorni e il meccanismo che WikiLeaks ha innescato penso garantirà un grande dibattito su etica, libertà di informazione, trasparenza, segretezza, ruolo di Internet e rapporti tra governi e governati.

Vorrei, invece, condividere alcune riflessioni su Wiki e su Leaks, due caratteristiche che credo siano talmente legate ad Internet ed al Web da potere essere considerate una loro caratteristica.

 

Wiki, da una parola hawaiana che significa fare le cose velocemente, è diventato sinonimo di un qualcosa di valore creato in modo continuo da una comunità i cui membri spesso non si conoscono e che trovano la loro forza dal grande numero e da una connettività che consente di mettere a valore il contributo di ciascuno.

Su Wikipedia è difficile associare ad uno specifico articolo il nome di un autore. Se anche vi è stato un iniziatore e forse un contributore predominante quello che leggiamo è l’inestricabile somma e emulsione di moltissimi contributi che hanno esteso, precisato, modificato quanto esisteva prima, sotto l’attento controllo di migliaia di osservatori. La varietà degli interessi degli osservatori è garanzia di neutralità del risultato…nel tempo.

Infatti, ad un certo istante, subito dopo una variazione, potrebbero essere stati introdotti giudizi di parte, inesattezze ed errori. Ma nel tempo questi scompaiono. Quindi, occorre lasciare sedimentare per qualche giorno una notizia per cominciare a veder emergere quello che rappresenta un consenso.

Wikipedia è solo uno tra ormai le centinaia di wiki che esistono e che hanno fatto leva sulla cultura del contributo volontario e al tempo stesso hanno generato una nuova dimensione della parola “prodotto” disaccoppiandola dal concetto di “prezzo”. Evoluzione questa che ha messo in discussione molti biz.

Credo che alla base del wiki vi sia la natura sociale dell’uomo, affinata da milioni di anni di evoluzione che hanno in qualche modo inscritto nel nostro cervello che è bene collaborare e che la collaborazione può essere fine a se stessa e portare a benefici complessivi.

L’assenza di una infrastruttura che facilitasse la collaborazione annullando le barriere spaziali e temporali ha impedito l’emergere di fenomeni come i wiki. L’Enciclopedia di Diderot e D’Alambert non era un wiki anche se ne aveva alcune caratteristiche, come quella della collaborazione a più mani, in quanto le barriere di comunicazione (e i costi connessi) portavano necessariamente al contributo di pochi che proprio in quanto “pochi” sostenevano costi elevati (in termini di impegno perlomeno) e che come tale dovevano essere retribuiti. Il prezzo discendeva da questo. Oggi, il costo della contribuzione è minimo e non richiede una ricompensa al di fuori della propria soddisfazione. La moltitudine dei contributi crea il valore.

La crescente abitudine alla digitalizzazione (che abbatte i costi in produzione, diffusione, analisi e correzione) non farà altro che aumentare i wiki.

Per questo ritengo che WikiLeaks (e simili) troverà opportunità sempre maggiori di alimentazione in futuro.

Le possibilità di accedere ad informazioni e la loro elaborazione è oggi maggiore della nostra capacità di capire cosa questo significhi. Siamo piacevolmente sorpresi dalla efficienza di certe indagini di crimini che vanno a buon fine incrociando dati su telefonate, localizzazione, genetica. Siamo sconcertati da risultati di elezioni politiche sempre più sul filo del rasoio, di film pianificati per il successo che hanno successo, di prodotti che catturano sempre più la nostra attenzione.

Dietro a tutti questi fenomeni c’è la disponibilità di informazioni e la capacità di analizzarle.

C’è persino una azienda che offre previsioni mirate sul futuro sulla base di cosa è successo e sta succedendo su Internet. La psicostoria di Hari Seldon, il matematico che Asimov ha inventato nella trilogia Fondazione, è ormai molto vicina alla realtà.

In questo senso credo che si possa anche chiudere WikiLeaks ma nel giro di poco tempo la mole di informazioni “legalmente” presenti su Internet e quindi utilizzabili costituirà una tale base di inferenza di conoscenze che sarà impossibile attribuire una responsabilità di divulgazione illegale di informazioni. E qui arrivo al Leaks.

 

Leaks in inglese ha due significati (in parte simili): lasciar trapelare in modo subdolo, tale da non essere facilmente rintracciato, delle notizie e perdita di parte di una sostanza (in genere un fluido), ad esempio perdita di acqua da una tubatura non integra. In entrambe è presente il concetto che qualcosa non ha funzionato e che quindi occorra intervenire per riparare risolvendo così il problema.

In Internet la “tracimazione” di informazioni è parte integrante della stessa rete. Un messaggio che invio dal mio computer a quello di un amico per una chat a due passa attraverso un certo numero di nodi, anche una ventina, lasciando dietro di sè una serie di copie. Non parliamo poi della cosiddetta segretezza ottenibile grazie al canale criptato. L’informazione, almeno per ora, per essere di utilità deve passare attraverso i nostri sensi per arrivare al cervello. Dobbiamo leggerla, ascoltarla… E in questo punto possiamo avere una intromissione non voluta. Si pensi agli sforzi delle banche per criptare la password che digitiamo al bancomat e la soluzione dei truffatori di riprendere il movimento delle nostre dita sulla tastiera per “rubarci” il codice. Si pensi al DRM per impedire la copia digitale di una musica e a quanto sia semplice piazzare un microfono che catturi il suono e lo registri libero da ogni chiave.

Il fatto è che le informazioni digitali hanno una caratteristica unica che le differenzia rispetto agli altri beni: posso duplicarle senza deperire l’originale in alcun modo, anzi non mi accorgo neppure che sia stata fatta una copia. Aggiungiamo a questo il fatto che posso trasmettere l’informazione senza alcun costo ai quattro angoli del mondo e bingo! Abbiamo il problema del Leaks ma senza la perdita di sostanza. Quello che perdiamo è il controllo e il valore associato.

Il trattare l’informazione alla stregua di monete d’oro è alla radice del problema. Se mi rubano le monete d’oro io non le ho più e me ne accorgo. Se mi rubano l’informazione io continuo ad averla. Questa smaterializzazione ha generato in molti anche l’idea che copiare una informazione non sia rubare, in fondo chi la possedeva prima continua a possederla…

Penso che fino a quando continueremo a trattare l’informazione alla stregua di un bene materiale non ne verremo a capo. Questa è la sfida che la tecnologia e la cultura hanno davanti a loro nei prossimi anni.

Alcuni tentativi di affrontare il problema sono presenti nel Web 2.0 in cui non vi è più una informazione che viene condivisa ma un servizio. Questo richiede una azione più complessa (deve esserci qualcuno che lo eroga e che in linea di principio può essere ritenuto responsabile) del semplice accesso ad una banca dati o allo schermo di un video.

In prospettiva il Web 3.0 potrebbe introdurre un ulteriore livello di complessità e di responsabilità (“accountability” in inglese). Questo perché il servizio erogato dal Web 2.0 viene fruito attraverso un intermediatore che lo personalizza al fruitore sulla base di una conoscenza dello stesso.

Queste tecnologie non credo risolveranno il problema dei Leaks, problema che credo sussisterà fino a quando vi saranno persone al mondo, ma certamente permetteranno un monitoraggio più stretto, un po’ come oggi il Tutor in autostrada che non impedisce di spingere sull’acceleratore ma…

Come dicevo all’inizio gli elementi di riflessione e confronto stimolati da WikiLeaks vanno ben oltre la tecnologia e quindi queste mie riflessioni si collocano molto in periferia rispetto al tema.

 

Roberto Saracco

direttore del Future Centre di Telecom Italia a Venezia