Se non fosse una tragedia, con le vittime già sotterrate sotto l’indifferenza ipocritamente mascherata da impotenza – quelle iraniane e libanesi non hanno né volti né nomi: sono solo numeri; e noi, che ci possiamo fare? -, la guerra d’aggressione all’Iran sarebbe un vertiginoso ottovolante, su e giù seguendo le dichiarazioni in vorticosa contraddizione del presidente Usa Donald Trump cui Teheran replica con altrettanta inattendibilità.
Do un ultimatum; no, anzi, lo rinvio – quello per ora in vigore scade nella notte tra venerdì e sabato -. Abbiamo vinto; no, anzi, li annienteremo. Vogliono fare un accordo a ogni costo, ma io non sono interessato; no, anzi, stiamo trattando e i negoziati vanno bene. Fin qui Trump.
Lato Teheran, dove non si sa bene chi parli e quanto conti chi parla, la musica è analoga: Trump dice di volere parlare, ma in realtà sta per attaccarci sul nostro territorio; non ci fidiamo, però mandiamo una delegazione a negoziare; lo Stretto di Hormuz è cosa nostra, ma gli amici possono passare – e chi ci prova a fare lo slalom tra le mine, sfidando droni iraniani e flotta statunitense? -.
L’unica campana che suona sempre uguale, a morto per gli iraniani e i libanesi, è quella israeliana: il premier Benjamin Netanyagu e il suo governo hanno le idee chiare e fisse, martellare l’Iran e azzerare la presenza della milizia sciita pro-iraniana Hezbollah alle proprie frontiere, invadendo e occupando il sud del Libano fino al fiume Litani, destinato a diventare di fatto una nuova frontiera.
Giorno per giorno, gli sviluppi sono densi di incognite. A Washington, si sa chi comanda, Trump, ma non si capisce che cosa voglia. A Teheran, non si capisce proprio chi comanda: fatti fuori sotto le bombe israeliane la Guida Suprema Ali Khameney e l’uomo forte Ali Larijani, decapitati ministeri, intelligence, apparati di sicurezza, la nuova Guida Suprema Mojtaba Khameney non si mostra e non fa neppure sentire la sua voce, alimentando ogni dubbio sulle sue condizioni.
Sotto di lui, il presidente Masoud Peseshkian è sparito; il ministro degli Esteri Abbas Araghchi è una voce dialogante, ma anche minacciante; Mohammad Bagher Zolghadr, già comandante delle Guardie della Rivoluzione, è il nuovo segretario del Supremo Consiglio per la Sicurezza nazionale, il posto che aveva Larijani. La figura emergente è il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf, indicato dalla Casa Bianca come possibile interlocutore (ma questa ‘investitura’ potrebbe essere un handicap per lui all’interno).
E l’Ucraina?, in tutto questo. Si continua a combattere e a morire. Ma, noi, che ci possiamo fare?
