Né guerra, né pace: l’irresolutezza ondivaga del presidente Usa Donald Trump, che alterna minacce d’Armageddon e improbabili ottimismi, e l’ostinazione della leadership iraniana tengono il Mondo in un limbo d’incertezza e di ansia. Il conflitto può ripartire ad ogni istante, che sia un incidente, una provocazione, uno sbalzo d’umore del magnate presidente; un’intesa appare lontana; la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz, che fino al 28 febbraio, cioè fino all’aggressione coordinata israelo-americana all’Iran era totale, non è per nulla garantita, tra la chiusura decretata da Teheran e il blocco imposto da Washington ai porti iraniani.
Lì, la tregua è fragilissima: mercoledì mattina, le Guardie della Rivoluzione, i pasdaran iraniani, hanno sparato, per la seconda volta, conto una nave in transito e ne hanno abbordate due o te – queste sono tutte informazioni non confermate -; domenica scorsa, la U.S. Navy aveva sequestrato un mercantile, il Touska, che portava in Iran merci cinesi – fra essi, dice la Fox, prodotti chimici che possono servire a fini militari. A tutto mercoledì, erano 31 – scrivono i media Usa – i mercantili cui la US Navy ha impedito l’accesso allo Stretto o l’uscita da esso, facendo loro invertire la rotta.
Sul rinvio a tempo indeterminato, fino a quando i negoziati non saranno conclusi, dell’ultimatum all’Iran, che scadeva ieri, mercoledì 22 aprile, i principali media Usa s’interrogano senza fornire una spiegazione univoca dell’ennesima scelta contraddittoria – e, almeno, questa volta benvenuta – di Trump.
In 50 giorni, il magnate presidente è passato dall’aggressione unilaterale, decisa e gestita in tandem con il premier israeliano Benjamin Netanyahu, all’odierna tregua unilaterale a tempo indeterminato decretata con un post sul suo social Truth senza avere ottenuto nulla in cambio dall’Iran, ma solo nell’attesa di una fantomatica “proposta unitaria” da parte iraniana. I programmi nucleari iraniani non sono stati cancellati, le capacità missilistiche non sono state azzerate, il cambio di regime non c’è stato, anche se non è chiaro chi comandi a Teheran, ammesso che qualcuno comandi. Quel che pare certo è che la guida suprema designata a succedere all’ayatollah Ali Khamenei, ucciso nella prima ondata di attacchi israeliani, suo figlio Mojtaba Khamenei, non esercita il potere: non appare in pubblico da quel 28 febbraio, né fa sentire la sua voce.
Se la guerra all’Iran è nel limbo, quella in Ucraina è in stallo da mesi sul terreno. La Russia porta avanti l’invasione con attacchi aerei sulle città ucraine; Kiev affida le residue speranze di difesa e resistenza al prestito da 90 miliardi di euro che l’Ue può finalmente sbloccare, venuto meno il veto ungherese. Ma la pace resta lontana qui come in Iran e tra israeliani e palestinesi.
