A un passo dall’Apocalisse, anzi a poco più di un’ora dall’Apocalisse: nella notte tra martedì e mercoledì, il Mondo s’è fermato sull’orlo d’un abisso di malvagità dall’impatto imprevedibile: Donald Trump ha fatto un passo indietro dalla sua minaccia di distruggere la civiltà iraniana, colpendo obiettivi civili come ponti, ferrovie, centrali elettriche, installazioni energetiche, accettando un cessate-il-fuoco di due settimane in cambio della riapertura alla navigazione, da parte dell’Iran, dello Stretto di Hormuz.

L’umanità intera ha tirato un sospiro di sollievo. Ma il cessate-il-fuoco è fragile ed appare a rischio. Adesso, la sfida, tutt’altro che facile, è trasformare la tregua in pace: mediati dal Pakistan, negoziati tra Usa e Iran cominceranno nel fine settimana a Islamabad. Nelle ore più cruciali, Papa Leone XIV ha dato una spinta forse decisiva al magnate presidente, fin lì in bilico tra il bluff e la prova di forza catastrofica. Ora, chi è finora rimasto defilato, come l’Onu e l’Ue, deve agire perché questa tregua diventi pace.

Il post liberatorio di Trump sul suo social Truth è arrivato tra martedì e mercoledì, all’una di notte italiana, le sette di sera a Washington. Il Consiglio Supremo di sicurezza nazionale iraniano ha poi confermato d’avere accettato il cessate-il-fuoco: Teheran, però, avverte che la tregua non è la fine della guerra: “Teniamo il dito sul grilletto: se il nemico dovesse commettere il minimo errore, andrebbe incontro a tutta la nostra forza”.

Israele di adegua al cessate-il-fuoco, ma precisa che esso non riguarda il Libano, dove continuano bombardamenti e combattimenti – 250 vittime solo mercoledì -. Per la Cnn, nel governo israeliano c’è “preoccupazioni” per la tregua concordata tra Iran e Usa, perché nessuno degli obiettivi dell’aggressione israelo-americana è stato finora raggiunto: il programma nucleare iraniano non è stato smantellato, i depositi e i lanciatori di missili balistici non sono stati annientati, il regime non è stato rovesciato e Teheran conserva la capacità di coordinare le milizie sciite nell’intera ragione.

L’annuncio del pericolo di distruzione scampato, o almeno rinviato, s’è subito riverberato su borse e mercati, con i prezzi dell’energia in calo – il petrolio è sceso ben sotto i cento dollari al barile -. Ma gli andamenti, nelle ore successive, sono stati altalenanti. Usa e Iran cantano entrambi vittoria e rendono merito alla mediazione del premier pachistano Shehbaz Sharif; l’Iran sostiene che gli spetta di governare il transito delle navi attraverso lo Stretto di Hormuz.

Nell’inconsueto intrecciarsi di buone notizie dal Medio Oriente, c’è pure da registrare la liberazione della giornalista free-lance americana Shelly Kittleson, sequestrata la scorsa settimana in Iraq e oggetto di uno cambio di prigionieri con detenuti della milizia sciita pro-oraniana Kataib Hezbollah.

Iran: tregua, le parole del Papa per la pace
C’è chi vede nell’intesa in extremis, per ora solo temporanea, tra Usa e Iran un ruolo della Cina, che avrebbe esercitato pressioni in extremis sia su Washington che su Teheran. Ma i media Usa danno più rilievo alle parole pronunciate, martedì sera, da Papa Leone XIV, il primo papa statunitense, che, parlando ai giornalisti a Castel Gandolfo, aveva giudicato “inaccettabile” la minaccia formulata contro il popolo iraniano. “E’ una questione morale per l’umanità intero: tutti, nel proprio cuore, pensino a tanti innocenti, tanti bambini, tanti anziani, che sarebbero vittime di questa escalation…”.

Per Leone XIV, “occorre rigettare la guerra, specialmente questa guerra, ritenuta da molti ingiusta”: Invece, “continuare l’escalation non risolve niente e anzi provoca una crisi economica mondiale, una crisi energetica e grande instabilità… Bisogna tornare al tavolo e trovare soluzioni: gli attacchi alle infrastrutture civili sono contro il diritto internazionale e sono il segno della distruzione che l’essere umano è capace di mettere in atto… Tutti dobbiamo lavorare per la pace…”.

Con un riflesso molto americano, e anche per questo colto da tutti i media Usa, Papa Prevost ha poi sollecitato i cittadini statunitensi a prendere contatto coi loro rappresentanti nel Congresso “per dire che non vogliamo la guerra, che vogliamo la pace: siamo un popolo che ama la pace e c’è bisogno di pace nel Mondo”.

Iran: tregua, le parole di Trump violente e brutali
Il sollievo generale per l’Apocalisse sventata, o almeno rinviata, non cancella, però, l’impressione creata dalle parole usate, martedì mattina, dal magnate presidente, che, secondo il New York Times, “vanno al di là della spacconata” e pongono “problemi costituzionali”. Nel Congresso, c’è chi cerca di limitare i poteri di guerra di un leader la cui lucidità molti ormai contestano.

Il Wall Street Journal ricostruisce il giorno in cui le parole di Trump “hanno tenuto il Mondo intero con il fiato sospeso”: per il giornale, “postando che un’intera civiltà sarebbe andata distrutta, se non si fosse trovato un accordo, il presidente ha generato un panico globale…”.

Il contenzioso non è solo tra Usa e Iran. Dissensi sulla guerra emergono nell’Amministrazione Usa: al Pentagono, è in corso un ‘braccio di ferro’ tra il segretario alla Guerra Pete Hegseth e il segretario alla Marina Dan Driscoll, che ha l’appoggio del vice-presidente Vance, perplesso sul conflitto.

Il Washington Post ricostruisce come il premier israeliano Benjamin Netanyahu abbia persuaso Trump ad aggredire l’Iran, nonostante buona parte delle sue tesi fossero ritenute infondate dall’intelligence e dai vertici militari degli Stati Uniti, specie là dove argomentava che l’attacco avrebbe innescato moti popolari anti-regime – cosa che, infatti, non è avvenuta -.

Iran: come s’era arrivati alla vigilia dell’apocalisse
Lunedì, in una conferenza stampa convocata per spiegare le circostanze dello spettacolare recupero dell’aviatore statunitense disperso in Iraq dopo l’abbattimento del suo aereo – ne verrà fuori un film di sicuro -, Trump aveva confermato l’intenzione di colpire le infrastrutture civili iraniane. E, a chi gli chiedeva se non pensasse che distruggere i ponti e le centrali costituisca un crimine di guerra, rispondeva facendo spallucce “No, per nulla”.

L’Iran – aveva detto Trump – “può essere annientato in una sola notte” e gli ci vorranno “cento anni per riprendersi”. La controproposta iraniana in dieci punti alle richieste Usa era giudicata “un passo avanti, ma non sufficiente”: Teheran non voleva un cessate-il-fuoco ma la fine delle ostilità e chiedeva, fra l’altro, la levata delle sanzioni nei suoi confronti e ilo pagamento dei danni di guerra. Se Usa e Israele avessero attuato le loro minacce, le rappresaglie sarebbero state “devastanti”.

La retorica era incendiaria da entrambe le parti. Molti media Usa notavano il ‘delirio mistico’ in cui, nei giorni di Pasqua, sono caduti Trump, che dice che Dio è con gli Usa nella guerra all’Iran, e pure il capo del Pentagono Hegseth che paragona a Cristo risorto l’aviatore recuperato sui monti iraniani.

In un’analisi, il Washington Post nota che le turbolenze all’attività economica, provocate in Asia e in Europa dalla chiusura dello Stretto di Hormuz, non lasciano indenni gli Stati Uniti: “Anche se la guerra finisce presto, gli americani potrebbero avvertirne i disagi economici per mesi”.

Per migliaia di iraniani, vittime dell’aggressione israelo-americana, la tregua è arrivata troppo tardi, l’apocalisse c’è già stata. I giorni di Pasqua hanno visto stragi di bambini, in Iran e in Libano; e anche in Israele ci sono state vittime.

Mercoledì, Trump ha ricevuto alla Casa Bianca il segretario generale della Nato Marc Rutte, a cui ha reiterato la propria insoddisfazione per lo scarso sostegno ricevuto da molto Paesi dell’Alleanza nella guerra all’Iran. Per il Wall Street Journal, Trump valuta se ritirare militari americani dai Paesi che sono stati più critici e meno collaborativi.

“Gli alleati della Nato sono stati messi alla prova e hanno fallito”, scrive Trump in una nota affidata alla sua portavoce Karoline Leavitt, prima di incontrare Rutte. E Leavitt, nel diffonderla, ribadiva che il presidente sta ancora pensando al ritiro degli Usa dalla Nato. Per legge il ritiro dall’Alleanza non potrebbe farvi senza l’avallo del Congresso che non pare facile da ottenere.

Dopo l’incontro con Rutte, che è stato “schietto e aperto” – una definizione condivisa da entrambe le parti -, Trump ha postato un messaggio tutto a lettere maiuscole sul suo social Truth: “La Nato non c’era quando ne avevamo bisogno, e non ci sarà se ne avremo bisogno di nuovo. Ricordate la Groenlandia: quel grosso pezzo di ghiaccio, mal gestito”.

Intervistato dalla Cnn, Rutte ha espresso la sua ammirazione per la leadership di Trump e ha detto: “E’ chiaramente deluso da molti alleati della Nato”, ma “ho fatto notare come molti Paesi europei hanno aiutato” gli Usa in Iran. Rutte s’è anche detto “assolutamente” convinto che il mondo sia più sicuro ora rispetto a prima della guerra all’Iran.

 

Articolo precedenteFarsi trovare online oggi: gli impatti dell’IA sulla search
Articolo successivoSchillaci: “Innovazione vera coniuga valore clinico e sostenibilità”
Giampiero Gramaglia
Giornalista, collabora con vari media (periodici, quotidiani, siti, radio, tv), dopo avere lavorato per trent'anni all'ANSA, di cui è stato direttore dal 2006 al 2009. Dirige i corsi e le testate della scuola di giornalismo di Urbino e tiene corsi di giornalismo alla Sapienza.