Dopo il conflitto in Ucraina, anche quello tra Israele e Hamas dà l’impressione di evolvere verso una guerra di attrito: il numero delle vittime al giorno diminuisce, anche se resta altissimo e se vi sono episodi estremamente cruenti. A 110 giorni dallo scoppio delle ostilità, innescate il 7 ottobre dai raid terroristici di Hamas e di altre milizie in territorio israeliano – 1200 vittime e oltre 250 ostaggi catturati -, i morti palestinesi hanno superato i 25 mila. Nella Striscia, dice l’Onu, la fame avanza “a una velocità incredibile”: “una grande maggioranza” dei palestinesi assediati, soprattutto donne e bambini, “non ha cibo a sufficienza”; e non è chiaro se gli aiuti umanitari, viveri e medicinali, raggiungano chi ne ha bisogno.
Ma lo stallo, a Gaza, come in Ucraina, non è una buona notizia: significa il protrarsi dei conflitti, e uno stillicidio di morti e di sofferenze, senza iniziative diplomatiche con prospettive di pace concrete. E, specie in Medio Oriente, lo stallo s’accompagna all’accendersi, tutto intorno, di focolai di tensione e di rischi d’escalation, non solo in CisGiordania e ai confini tra Libano e Israele, ma anche nel Mar Rosso e nello Yemen, in Siria e in Iraq, tra Iran e Pakistan.
Nell’ultima settimana, le punture di spillo si sono susseguite quasi ogni giorno: attacchi degli Huthi dallo Yemen a navi in navigazione nel Mar Rosso; raid anglo-americani su postazioni degli Huthi; provocazioni contro basi Usa in Siria e Iraq e risposte; la reazione del Pakistan a un bombardamento dell’Iran in Belucistan, dopo un attentato in Iran firmato Isis. Azioni che – scrive Nathalie Tocci, direttore dell’Istituto Affari Internazionali – prendono di mira i sintomi dei problemi e non le cause: “Se ci fosse un cessate-il-fuoco a Gaza, gli attacchi degli Huthi diminuirebbero in modo netto”. Ma gli Usa non riescono a moderare Israele e l’Europa, divisa, e non ha un piano che blocchi la spirale di violenze, nella settimana in cui la ricorrenza della Giornata della Memoria accentua l’attenzione sui rischi di anti-semitismo.
Un altro fronte di alta tensione geo-politica è quello sul futuro della Striscia, che divide sempre più il premier israeliano Bibi Netanyahu dal presidente Usa Joe Biden, per il no netto ad ogni scenario di Stato palestinese nel dopo guerra. Incoraggiato dall’andamento delle primarie negli Stati Uniti – Donald Trump ha vinto anche il New Hampshire, dopo lo Iowa -, Netanyahu punta a non cedere fino all’avvicendamento alla Casa Bianca, se mai ci sarà il 5 novembre. Ma è lui che rischia di non arrivarci, perché il suo governo traballa e nuove elezioni gli sarebbero probabilmente fatali.

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Giornalista, collabora con vari media (periodici, quotidiani, siti, radio, tv), dopo avere lavorato per trent'anni all'ANSA, di cui è stato direttore dal 2006 al 2009. Dirige i corsi e le testate della scuola di giornalismo di Urbino e tiene corsi di giornalismo alla Sapienza.