L’Italia del dopoguerra ha sempre coltivato ambizioni di rapporti in qualche modo preferenziali, rispetto all’Occidente, con la Russia, non fosse altro perché aveva il più grande Partito comunista d’un Paese Nato e, ancora ai tempi della Fiat di Valletta, era capace di condurre in porto operazioni come quella di Togliattigrad, mentre, sul piano dell’approccio culturale e popolare, oscillava tra gli ‘italiani brava gente’ della campagna di Russia e le missioni esplorative e disillusorie di Peppone e don Camillo.
In qualche modo, è una storia analoga alla vicenda cinese di questi giorni, con il Memorandum d’Intesa sulla Nuova Via della Seta che sta per essere firmato in occasione della visita a Roma, imminente, del presidente cinese Xi Jinping, a dispetto delle remore e dei moniti di Usa e Ue.
A cavallo tra XX e XXI Secolo, l’ambizione italiana s’è nutrita di qualche circostanza favorevole, che ha alimentato l’illusione di contare: i rapporti personali disinibiti intessuti da Silvio Berlusconi con Vladimir Putin; lo stato comatoso dell’economia russa nell’era Ieltsin e il bisogno d’interlocutori di Mosca nella fase in cui la Russia di Putin si leccava le ferite; il fatto che un evento che poteva essere miliare nelle relazioni tra l’Occidente, e la Nato in particolare, e la Russia si sia svolto in Italia, al Vertice di Pratica di Mare.
Negli ultimi anni, l’italico presunto filo-russismo, che in realtà non è mai stato tale, è evoluto verso un epidermico, ma numericamente consistente, filo-putinismo, in parte per la fascinazione diffusa che il presidente russo esercita su chi ha il culto del leader forte e in parte perché Putin è un ‘fixer’, di fronte agli impacci decisionali o agli andamenti zigzaganti dei suoi principali interlocutori occidentali, che siano Obama o Trump. Nel M5S ci possono pure essere residui di movimentismo anti-americano.
Proprio nel momento in cui l’Italia poteva forse sperare di acquisire un ruolo dialettico, o di ponte, tra l’Ue e la Russia di Putin, stante gli atteggiamenti ondivaghi di Trump e dei suoi e la rigidità ‘post Crimea’ dell’Unione europea e anche di Francia e Germania, l’inaffidabilità e l’inconsistenza della politica estera del governo giallo-verde ha compromesso questa ipotesi, al di là dell’agitarsi, probabilmente non disinteressato a fini partitici, del vice-premier Matteo Salvini.
Così, la contrarietà a parole alle sanzioni verso la Russia non s’è mai tradotto in azioni concrete contro il loro rinnovo, passato sempre sotto silenzio e/o sostanzialmente inosservato, anche grazie alla scarsa memoria della stampa italiana e alla scarsa attitudine alla verifica della corrispondenza fra parole e fatti. E in fondo la stessa Italia che fa ‘muro di gomma’ – esercizio che le s’addice bene – di fronte alle richieste degli Stati Uniti di spendere di più e meglio per la sicurezza e la difesa. Ma questa è un’altra storia. O è la solita storia.

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È attualmente consigliere per la comunicazione dell’Istituto Affari Internazionali; collabora con vari media (periodici, quotidiani, radio, tv) e con l’Unione europea; gestisce il sito GpNewsUsa2016.eu; tiene corsi in Università e scuole di giornalismo. Inizia l’attività giornalistica a “La Provincia Pavese” nel 1972. Dal 1976 al ’79 è alla “Gazzetta del Popolo” di Torino, per la quale nel 1979 apre l’ufficio di corrispondenza a Bruxelles. Nel 1980 passa all’Ufficio dell’Ansa di Bruxelles di cui diventa responsabile nel 1984. Segue per dieci anni la Cee e la Nato. Nel 1989 è a Roma: caporedattore Esteri, caporedattore centrale Esteri, vide-direttore. Nel 1992 è tra i fondatori dello European Press Club, di cui è tuttora segretario generale. Nel 1999 va a guidare l’ufficio Ansa di Parigi e nel 2000 diviene responsabile dell’ufficio di Washington e del Nord America. Dal dicembre 2006 al giugno 2009 dirige l’Ansa. Dopo è successivamente direttore de l'AgenceEurope, di EurActiv.it e vice-direttore de La Presse.