Non potevano non esserci riferimenti all’editoria, alle agenzie di stampa e alla fotografia nel primo romanzo di Cesare Protettì, giornalista di lungo corso (per 20 anni all’Ansa e per 10 all’Apcom, ora  Askanews) e autore di una dozzina di saggi sulla materia. Il romanzo si intitola Jack Pannella. Per vivere preferivo la notte, una produzione Transeuropa, in arrivo in questi giorni nelle librerie. Per scriverlo Protettì ha aspettato la terza età, fedele all’insegnamento (prima vivi e poi scrivi) che gli diede Piero Chiara durante una delle sue primissine interviste per Tribuna Politica Letteraria, diretta allora da Chantal Dubois. Per la verità una prima intrusione nel mondo della letteratura c’era stata nel 2004 quando, durante lunghe serate sulla bellissima terrazza di casa Giovannini, in via dell’Orso a Roma, Protettì aveva dato una mano al presidente della FIEG a scrivere, col Quaderno Nero, la sua dolorosa e avventurosa storia di internato militare, dopo la tragedia dell‘8 settembre 1943. Il quaderno era rimasto chiuso in un cassetto per oltre 60 anni e solo le insistenze dei suoi familiari e di altri pochissimi amici veri, lo convinsero a mettere mano a quella pagina della vita sua e di una ragazza ucraina, Larissa, che sarebbe tragicamente scomparsa.

La storia che ci racconta questa volta Cesare Protettì –  un po’ romanzo, un po’ memoria – è ambientata tra Parigi e la costa marchigiana e ha per protagonista Jack Pannella, al secolo Giacomo Di Giuseppe, un ragazzo sambenedettese affascinante e un po‘ Narciso.  Arrivato a Parigi da renitente alla leva, diventa un padre e un compagno piuttosto inaffidabile. Abile nel gioco, ha pensato di poter costruire il suo successo ai tavoli da poker e invece è rimasto sempre in bilico tra mito e redenzione in attesa di una seconda possibilità, simboleggiata dal 7 di cuori, trovato affisso alla bacheca di casa sua, il giorno della sua morte.  Forse era destino che la vita di Jack si intrecciasse con presenze giornalistiche. Uno dei ricordi più intensi pubblicati dopo la morte di Giacomo fu proprio quello di Paolo Di Mizio, giornalista del TG5, inviato di guerra in Iraq nel ’91, corrispondente da Washington nel 2003 e attualmente editorialista del quotidiano La Notizia: sentivo che lui aveva qualcosa di speciale da dirmi, da insegnarmi. Eravamo insomma entrati in contatto, in qualche modo misterioso, su una stessa lunghezza d’onda mentale. Come se sentissimo che un giorno in un lontano futuro avremmo avuto un messaggio da trasmetterci. Né poteva essere diversamente per uno che era stato, ed era ancora, dopo l’esperienza francese, una leggenda di paese.

Questa leggenda nella capitale francese, a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta, aveva fatto amicizie, buone e cattive, e vissuto la rivoluzione dell’Ultimo tango a Parigi e della scandalosa canzone Je t’aime, moi non plus di Serge Gainsbourg e Jane Birkin. Dalle Marche, per il tramite di una redazione parigina guidata da un suo amico, gli arrivavano le notizie dell’ANSA sul terremoto di Ancona, sull’incendio allo stadio Ballarin di San Benedetto, con le sue giovani vittime, e i take sulla terribile vendetta delle Brigate Rosse ai danni di Roberto Peci, fratello del “pentito” Patrizio. Quella redazione, ispirata a Stop e alle altre testate del gruppo di Cino Del Duca, crea nella trama del romanzo un asse tra la storia di Jack e questo grande editore e produttore italo-francese. Cino (Pacifico) era nato a Montedinove, in provincia di Ascoli Piceno, nel luglio del 1899 ed era morto a Milano nel maggio del 1967. Però aveva voluto essere sepolto a Parigi, nel cimitero di Père-Lachaise, ultimo indirizzo terreno di importanti figure del mondo della cultura europea, come Frédéric Chopin, Gioacchino Rossini, Oscar Wilde, Moliere, La Fontaine, Baudelaire, Maria Callas e Edith Piaf.

Nelle pagine del romanzo c’è anche un piccolo scoop su una insospettabile poesia di Prevert, un po’ licenziosa e c’è un cameo sull’arte fotografica di Giacomelli e sui guai che le foto dei suoi pretini giocosi procurarono a don Enzo, cacciato dal rettorato del seminario di Senigallia. Non manca Pasolini, con le tappe finali del suo viaggio/reportage dalle coste italiane sul nuovo turismo degli anni Settanta e con la sua ultima partita ufficiale, nella Nazionale Artisti, proprio allo stadio Ballarin di San Benedetto, prima di essere assassinato a Ostia.

 

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