Adesso, leggeremo e sentiremo frasi e propositi da Apocalisse: l’inizio della fine, lo scontro finale, la sfida mortale, e via dicendo. L’orrore e lo sgomento per la strage terroristica a Charlie Hebdo innescano reazioni forti, propositi duri. Ed è sacrosantamente giusto dare la caccia ai responsabili, mandanti ed esecutori, individuarli, catturarli e perseguirli.
E, poi, è difficile misurare le parole e le reazioni, con la mente in tumulto e il pensiero ai colleghi che erano maestri d’ironia e satira, due forme d’espressione che integralisti e terroristi aborrono, perché implicano il mettersi in discussione e il sapere riconoscere i propri difetti e le proprie colpe.
Ma, nella guerra al terrorismo, in un conflitto dov’è in gioco la libertà, in tutte le sue sfaccettature, di fede religiosa, di linea politica, pure di pensiero e d’espressione, noi dobbiamo avere la lucidità, la fermezza e il coraggio di non tradire noi stessi e i valori che difendiamo.
E’ già successo, e solo pochi anni or sono, che, per debellare i terroristi, ci siamo messi sul loro stesso piano: abbiamo utilizzato metodi e strumenti che non appartengono più alla nostra civiltà, anche se sono nella nostra storia; abbiamo negato loro giustizia e diritti, quasi tornando alla legge del taglione; ci siamo affidati alle armi e alle bombe, alle invasioni e alle occupazioni. E, intanto, dicevamo, con retorica retriva, di volere vincere “la battaglia dei cuori e delle menti”.
E così, facendo d’ogni erba un fascio, abbiamo alimentato ostilità e rancore nei nemici del dialogo, fra i proseliti dell’odio; e, spesso, ce li siamo allevati in seno, nelle periferie del degrado, là dove alligna il nuovo segregazionismo delle nostre metropoli.
Perché il nemico non è una religione, e neppure un’etnia; lo scontro non è tra due civiltà, ma tra chi afferma la civiltà dell’uomo, della parola, del pensiero, della solidarietà e della tolleranza, ovunque egli stia, e chi la nega. E se ne esce vincitori non accettando di combattere sul terreno dei ‘cattivi’, efferatezza e negazione dei diritti; ma restando fermi sul nostro terreno, pietas per le persone e rispetto dei diritti.
Se no, vincono loro, i terroristi, gli integralisti, gli oscurantisti. La Francia, l’Europa, l’Occidente non facciano proprie formule xenofobe e non cerchino scorciatoie all’impegno di generazioni; e rispondano con fermezza e all’unisono, colpendo i responsabili e non criminalizzando gruppi o comunità.

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È attualmente consigliere per la comunicazione dell’Istituto Affari Internazionali; collabora con vari media (periodici, quotidiani, radio, tv) e con l’Unione europea; gestisce il sito GpNewsUsa2016.eu; tiene corsi in Università e scuole di giornalismo. Inizia l’attività giornalistica a “La Provincia Pavese” nel 1972. Dal 1976 al ’79 è alla “Gazzetta del Popolo” di Torino, per la quale nel 1979 apre l’ufficio di corrispondenza a Bruxelles. Nel 1980 passa all’Ufficio dell’Ansa di Bruxelles di cui diventa responsabile nel 1984. Segue per dieci anni la Cee e la Nato. Nel 1989 è a Roma: caporedattore Esteri, caporedattore centrale Esteri, vide-direttore. Nel 1992 è tra i fondatori dello European Press Club, di cui è tuttora segretario generale. Nel 1999 va a guidare l’ufficio Ansa di Parigi e nel 2000 diviene responsabile dell’ufficio di Washington e del Nord America. Dal dicembre 2006 al giugno 2009 dirige l’Ansa. Dopo è successivamente direttore de l'AgenceEurope, di EurActiv.it e vice-direttore de La Presse.