Ieri presso l’Agcom si è discusso del libro Salvare i media di Julia Cagé. A seguire riportiamo gli interventi della tavola rotonda.

Francesco Posteraro (Commissario Agcom)
“Il libro della Cagé mostra come oggi il suffragio universale non basti più a legittimare il potere politico. La democrazia deve far leva sull’informazione, intesa come servizio pubblco. Da questo deriva la necessità di intervento pubblico nel finanziamento dei giornali, così come in altri settori della conoscenza. La soluzione che propone è di associazioni no profit nei quali i diritti di voto non siano proporzionali a quote societarie. Non è proposta generosa e ingenua. Si prospetta, per compensare abbandono quote di potere, meccanismi di defiscalizzazione ed esenzione fiscale per rendere appetibile rinuncia”.
Julia Cagé (autrice “Salvare i media?”)
“Siamo alla fine di una lunga parentesi, durata più di un secolo. Siamo alla fine di questa parentesi e dovviamo trovare nuovi modelli per avere l’indipendenza dai media. Non si possono massimizzare profitti e qualità. L’unico modello sostenibile è un modello No-profit che è il modo migliore per finanziare i media con le defiscalizzazioni, deve investire ogni surplus nell’organizzazione e i contributi sono deducibili. Il giornale può dotarsi di uno statuto che dà più potere ai lettori e giornalisti per garantire la loro indipendenza attraverso la riappropriazione democratica dei media di coloro che producono e consumano le notizie, da coloro che cercano forme pubbliche di opinione usando i loro soldi per influenzare voti e decisioni”.

Marco Delmastro (Agcom)
“Il finanziamento dei media si divide fra pubblicità al 50%, vendita agli utenti al 33% e il resto di componente pubblica. Andamento raccolta pubblicitaria: un declino fortissimo negli ultimi anni e ripresa dal 2015, con una ripresa ancora maggiore stimata quest’anno intorno al 4%. Il totale dei ricavi dal 2010 è negativo, cresce internet, negli ultimi anni la tv ha ricominciato a crescere. I quotidiani sono in crisi strutturale. Se consideriamo offerte delle testate native digitali, la pubblicità conta. Ma in contesto online ci riscontra con poszione economica delle piattaforme: 64% degli italiani si informa tramite internet, il 50% degli italiani si informa tramite piattaforme digitali, Facebook e Google. I modelli d ibusiness sono su due versanti, utenti e pubblicità. Bisogna estrarre valore in uno dei due campi”.
Fernando Bruno (Agcom)
“In questi 10 anni, a latere della crisi congiunturale si è sommata una crisi strutturale che comporta declino, appassimento, morte della filiera industriale. La carta stampata ha fatto -50% di fatturato, il numero di copie vendute dei quotidiani, in 8 anni, è passato da 5,4milioni a 2,9 milioni. Le copie digitali comprate sono arrivate a 500mila. Nel 2015 abbiamo perso 300mila copie di carta e conquistate 30mila in formato digitale. Queste sono le cifre. Audipress dice che ci sono 17 milioni di lettori di quotidiani, il rapporto fra costi e ricavi operativi è del 5% del fatturato. Su trend decrescenti del fatturato l’unico modo è aggredire i costi, significa meno qualità del prodotto e più precarietà professione giornalistica. Se i giornali continuano così fra un po’ li faranno Amazon, Google, Facebook. Il problema è far sopravvivere i valori fondanti su cui si è valso il giornalismo”.
Marco Gambaro (Università di Milano)
“L’informazione non costa molto rispetto a soft news e intrattenimento. Un’ora di Tg costa fra i 70 e 90mila euro quando i programmi che stanno di fianco vanno dai da 500mila al milione di euro all’ora. Il quotidiano è un bundle di servizi diversi, cronaca, inchieste, che si è retto sull’equilibrio del bundle fra domanda e offerta, quando un pezzo del bundle viene offerto gratuitamente si rompe l’equilibrio. I giornali come una volta non ci saranno più, 10/20 anni. Problema è se osservatori, editori, riescono a identificare nuovi bundle. A me sembra che il problema dei giornali e dei mezzi di informazione non stia tanto nello stato patrimoniale, nella governance quanto in equilibrio costi ricavi”.
Marco Mele (Il Sole 24 Ore)
“Per i giornali italiani gli utenti non esistono. Il giornalismo di oggi è in maniera persistente, solo autoreferenziale. È un modello nato quando i giornali crescevano come i mediatori di notizie che diffondono le notizie e i lettori sono più o meno tuttora invisibili, ci sono non ci sono, chi li rileva? Il vero problema della stampa italiana è reinventarsi modello di giornalismo dentro la rete ed avere identità lì dentro. Fuori dalla rete, bisognerebbe a dire la verità come sta, chi è il mercato, chi comanda, quali le quote di mercato e chi ha costretto i giornali ai margini di questo mercato. Nel digitale ci stiamo tutti e male, va cambiato il modo di scrivere e il modo in cui costruisci relazioni con gli utenti. C’è gente fuori dai giornali che oggi ne sa più di noi. Devi andare a imparare fuori e rimettere in discussione professione”.
Roberto Natale (portavoce Laura Boldrini)
“La cosa che più mi preoccupa è la crisi dell’informazione. Una crisi di fiducia non ci aiuta a capire, ci dà idea di cosa che c’era e che abbiamo perso. Crisi di significato che generazionalmente è cresciuta. Per quelli della mia generazione il giornale era un oggetto che incontravi comunque. I giornali non li ha più nessuno. I nostri figli possono arrivare a laurearsi senza aver mai conosciuto un giornale, possono definirsi colti e informati senza aver mai incrociato un giornale. Il problema è un terreno sul quale lavorare. Credo che chiunque abbia a cuore l’informazione, c’è un problema di cittadinanza consapevole. C’è grande una azione di educazione civica che può esser fatta, è un tema sul quale lavorare, su cui mettere insieme giornalisti, editori ed enti pubblici”.
Michele Mezza (Giornalista)
“Crisi non è iniziata con internet. Oggi vendiamo le stesse copie del 1919. La caduta inizia dalla fine degli anni ’60. Quello che è in corso è fenomeno più antropologico che di ingegneria finanziaria. Questo fenomeno è pervasivo in tutto il mondo. Uguale. Gli editori sono tutti stupidi? Lettori tutti pigri? Infrastrutture tutte insufficienti? Non esiste nessun giornalista che ha un rapporto diretto con fonte dell’informazione, che non sia stato mediato da algoritmo. Nessuno. E soprattutto nessuno, può diffondere una notizia se non mediante un algoritmo. Siamo nei primi 5 minuti di una lunga storia. Tutto quello che sta accadendo non è follia della barbarie del mondo, è una nuova dinamica relazionale. L’algoritmo come spazio pubblico, giornalista come segmento professionale dei processi di automazione di quell’argomento. Qualcuno certificasse le notizie prodotte da bot e quelle notizie prodotte da umani. Se produco notizie con bot ho industrialmente obiettivo e un tornaconto. Lo devo sapere, devo sapere quali sono le componenti di una notizia, in base alla quale io gioco la mia informazione”.
Mario Morcellini (Commissario Agcom)
“Sono tre i passaggi sul quale possono lavorare i regolatori: 1) quello che è successo oggi è quello che vogliamo farecapire i soggetti quando cambiano. I giovani li capiamo pochissimo. Significa capire il cambiamento, la comunicazione rende semplice la comprensione dei cambiamenti. Adesso se sei bravo a seguire i trend sai di più di un paese, di come si spostano le passioni. Secondo elemento di ricerca è il calcolo realistico di quello messo in scena oggi del valore effettivo dello scambio informativo in rete e in altri ambienti. Ci culliamo su certezze eccessive, che hanno difetto di essere stati formattati su nomenclatura dei media che non c’è più. Terzo elemento, cercare di seguire la letteratura scientifica. Il totale dei lettori è uguale a quello del 1919, lo disse Livolsi a proposito dell’italia uscita dal fascismo. Gli studi più affascinanti su giornalismo sono negli anni 80/90 quando ci si accorse della sua crisi; studiare il giornalismo significa studiarne la crisi. C’è un’analogia fra perdita di leadership e aumento dell’astensionismo”.

Julia Cagè Agcom