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La recessione mondiale non ha toccato l’economia africana. Un segnale forte per gli investitori. I governi, però, devono gestire le aspettative e garantire una stabilità politica, utile per le stesse major petrolifere

In un mondo che ormai gira intorno alla crisi e alla speranza di una possibile ripresa, fa effetto pensare che l’Africa ne sia rimasta indenne e, anzi, viva un momento di boom economico. Certo, partiamo da condizioni diverse rispetto all’Europa, agli Stati Uniti o al rampante Oriente, però è pur sempre un momento “d’oro” che gli investitori hanno perfettamente colto. Questo però non significa che il continente africano non debba affrontare sfide impegnative. Come ci spiega David Anderson, professore di politica africana all’Università di Oxford, l’Africa deve sviluppare rapidamente le sue capacità produttive, migliorare la gestione delle proprie risorse, garantire la stabilità politica e assicurare la sicurezza. Questo è importante per l’Africa ma anche per le compagnie petrolifere, che hanno bisogno di certezze per investire.

Quale ruolo gioca oggi la regione subsahariana nel contesto dell’economia africana?

Tutto lascia pensare che l’Africa subsahariana stia attraversando un periodo di boom economico su scala minore. Gli investitori sembrano propensi a saggiare il mercato africano come non accadeva più da anni, forse perché l’Africa, in apparenza, non ha risentito di alcuni aspetti negativi della recente crisi economica mondiale. È un segnale molto incoraggiante, ma bisogna tener conto dei fattori sottesi. L’economia del Sud Africa, un tempo locomotiva della regione, oggi è in ristagno e anche la Nigeria è in difficoltà. Ma gli investitori più scaltri, che conoscono bene il mercato africano, chiaramente ritengono che questo sia un buon momento per scendere in campo.

Pensando al settore energetico, quali sono le maggiori sfide cha la regione subsahariana dovrà affrontare nel prossimo futuro?

L’Africa soffre perché ha poca energia. Il Continente importa la quasi totalità del petrolio e dei combustibili che consuma, e non produce elettricità sufficiente a far funzionare le sue industrie, neppure ai livelli attuali. Quando viaggio in questi Paesi, i blackout sono frequentissimi, quasi inevitabili. Si può affermare che la crisi energetica dell’Africa sia direttamente proporzionale – per intensità e rilevanza – all’espansione demografica e alla spinta verso la crescita. L’Africa deve sviluppare rapidamente le sue capacità produttive, specie nel comparto idroelettrico, petrolifero e del gas naturale, che non potranno essere esclusi dai programmi futuri. Questi settori sono di importanza critica per l’Africa.

Perché una compagnia petrolifera internazionale dovrebbe investire nella regione?

Le compagnie petrolifere non aspettano certo il mio incoraggiamento per investire in Africa! Varie società stanno già concorrendo per acquisire i diritti di esplorazione e i grandi produttori premono per partecipare alla fase produttiva che si aprirà in questi mercati. I successi in Africa orientale, in particolare, hanno aperto nuovi mercati e cresce l’aspettativa intorno all’ipotesi di ulteriori scoperte. Ma ci sono delle reali sfide da affrontare. I produttori consolidati, come Nigeria e Angola, non devono abbassare la guardia: per ottimizzare il potenziale delle proprie riserve petrolifere, devono migliorare la gestione e fare in modo che i vantaggi dell’industria si traducano in una crescita economica tangibile. Questo significa estirpare la corruzione e attuare politiche di ridistribuzione dei redditi del petrolio che raggiungano strati di popolazione più ampi. Entrambi i governi stanno facendo progressi, ma non è abbastanza. Per quanto riguarda le economie emergenti, che si avviano verso la produzione, si profilano tre chiare sfide. Il primo problema è gestire le aspettative. In Uganda, e ora anche in Kenya, dopo le recenti scoperte di giacimenti petroliferi le aspettative sono molto alte. In Mozambico e Tanzania, le scoperte di gas naturale hanno portato euforia. La speranza è di risollevare le casse nazionali con questi proventi, ma non esiste una coscienza precisa dei requisiti infrastrutturali del settore. Questi governi africani dovranno avere pazienza e pianificare le strategie con molta cura, se vogliono avviare rapidamente la produzione e operare con efficienza. In secondo luogo, le recenti scoperte hanno fatto nascere un sentimento che potremmo definire “nazionalismo delle risorse”, ovvero la corsa delle nazioni per accaparrarsi i contratti di produzione. Serve invece una maggiore cooperazione regionale. Infine, come terzo punto, c’è il problema della stabilità politica. La maggior parte delle recenti scoperte sulla terraferma è avvenuta in zone remote, vicino ai confini nazionali. L’accesso è spesso difficoltoso e serviranno grandi investimenti nelle infrastrutture. Ma in alcune di queste aree ci sono gravi problemi di sicurezza che andranno risolti.

Ritiene che la Primavera araba possa avere ripercussioni sul contesto geopolitico dell’Africa subsahariana?

Quando la rivolta si è diffusa in Libia l’anno scorso, molti commentatori hanno temuto che arrivasse a toccare anche l’Africa subsahariana. Sudan e Nigeria erano considerati potenziali candidati, e in Paesi come l’Uganda, l’Etiopia e lo Zimbabwe i governi erano talmente preoccupati dal potere dei social network che hanno cercato di controllare Internet per imbavagliare le proteste. A mio parere queste paure erano eccessive, perché la transizione democratica dell’Africa è in corso ormai da un ventennio. I Paesi dell’Africa subsahariana, in gran parte, si sono già lasciati alle spalle la posizione politica dei Paesi arabi di Medio Oriente e Nord Africa. Non credo quindi che ci sarà una Primavera araba nell’Africa subsahariana, ma ritengo che i rivolgimenti politici in Paesi come Libia, Egitto e Tunisia possano avere un impatto enorme, nel senso che i nuovi governi di questi Stati parteciperanno in modo nuovo e costruttivo alla politica della regione. La Libia, in particolare, potrebbe diventare un attore importante e aiutare gli altri Stati africani a sfruttare le proprie risorse naturali.

Quale tipo di approccio politico sarebbe più adatto, a livello globale, per favorire una gestione democratica delle risorse naturali subsahariane?

Molti Paesi africani mancano dei meccanismi legislativi e normativi che permetterebbero loro di gestire correttamente le proprie risorse naturali: basti pensare alle difficoltà incontrate con l’annullamento dei contratti nella Repubblica Democratica del Congo. Ma credo che ormai siano finiti i tempi in cui le compagnie consideravano il vuoto normativo come “un’opportunità” da cui trarre facili vantaggi: ora si è capito che la mancanza di norme e di un controllo legislativo mette a rischio gli investimenti. Se i governi imparano a gestire bene il settore, tutte le parti ci guadagnano: le aziende potranno entrare con maggiori garanzie nei mercati africani e diminuiranno i fenomeni che in passato hanno piagato queste realtà, ossia la corruzione e il perseguimento di rendite personali dai contratti. Servono regole più chiare e un governo trasparente è il modo più rapido per ottenerle.

Come vede il futuro dell’economia keniota dopo le recenti scoperte petrolifere? Quali sono le prospettive per questo Paese?

Il Kenya ha atteso a lungo questa scoperta e ora l’ottimismo è alle stelle perché si spera che farà da volano per ripristinare i buoni livelli di crescita del passato. Il petrolio servirà a rilanciare i progetti di costruzione del nuovo porto di Lamu e di un secondo corridoio di trasporto. Il Kenya soffre però di un annoso e grave problema di corruzione, che si teme possa intaccare anche questa nuova corsa al petrolio. Più ricchezza significherà più corruzione? I politici locali hanno ironizzato che il Kenya dovrà scegliere tra due modelli di economia petrolifera, la Nigeria o la Norvegia: naturalmente punterà alla Norvegia, ma finirà per essere come la Nigeria. Scherzi a parte, la decisione è seria e determinerà il futuro economico del Kenya. Se ben gestito, il petrolio potrebbe finalmente innescare una crescita sana e sostenibile. Capiremo meglio dopo le elezioni di marzo quale strada prenderà il Paese.

Le grandi organizzazioni internazionali denunciano un grave problema di corruzione in Nigeria e Angola. Quale sarà lo scenario futuro più verosimile in questi Paesi?

La corruzione è tuttora un grande ostacolo allo sviluppo dell’Africa, soprattutto nei Paesi ricchi di risorse naturali. La Nigeria e l’Angola, due classici esempi della cosiddetta “maledizione delle risorse”, hanno ancora serie difficoltà. Entrambi cercano di andare avanti, ma in modi molto diversi. I nigeriani hanno lottato contro la corruzione a molti livelli e l’opinione pubblica ora chiede chiaramente un’azione decisiva che metta fine al problema. Ma la recente vicenda delle sovvenzioni governative sui carburanti, prima introdotte e poi tagliate, fa pensare che la corruzione dilaghi ancora nel settore petrolifero. In assenza di una società civile altrettanto attiva, l’Angola ha soffocato le voci di protesta che chiedevano controllo e trasparenza nella gestione e ripartizione della ricchezza petrolifera. Qui il dibattito pubblico viene scoraggiato e il governo angolano ha addirittura rafforzato il predominio del gigante nazionale del greggio, Sonangol, lasciandogli la libertà gestionale del settore economico più proficuo. Da un lato abbiamo quindi la Nigeria che tenta di ripulirsi dalla corruzione, considerata ormai un grande male dall’opinione pubblica; dall’altro l’Angola, che non entra nel merito della questione né sembra intenzionata a farlo nel prossimo futuro.

Visti gli enormi investimenti previsti da Sonangol nei prossimi anni, l’Angola riuscirà a ridurre la propria dipendenza dai colossi petroliferi?

L’Angola ha sempre cercato di orientare autonomamente il proprio sviluppo, facendo leva soprattutto sull’industria petrolifera. L’Angola vuole mantenere il controllo delle risorse e, quando non riesce a gestire tutto internamente, cerca partner disposti a concedergli un’ampia libertà nella gestione e nell’orientamento strategico del settore. Il governo angolano sembra determinato a difendere l’indipendenza delle proprie azioni, e i piani di Sonangol dimostrano questo impegno.

La Cina ha fatto enormi investimenti nel comparto gas-petrolifero in Angola. Come giudica il ruolo della Cina alla luce delle prospettive di crescita dell’Angola?

La Cina ha avuto un’enorme influenza su tutto il Continente, ma le sue partnership in Angola sono particolarmente significative. A prima vista sembrerebbe che i piani dell’Angola per Sonangol indeboliscano le relazioni con la Cina, ma io penso che probabilmente i cinesi sapranno adattare la partnership con Sonangol in modo da concedere all’Angola la libertà d’azione che desidera. Qualora riuscissero nel proprio intento, se i piani dell’Angola saranno realizzati, i cinesi dovranno sacrificare una parte dei guadagni così duramente conquistati.

Dopo la scoperta delle riserve di gas naturale in Mozambico, quali cambiamenti potrebbero verificarsi in termini di rilevanza strategica per i protagonisti dell’industria petrolifera della regione?

Le scoperte in Mozambico hanno alimentato una ventata di ottimismo ed entusiasmo nella regione. Si parla, a breve, di nuove grandi scoperte: questa potrebbe essere la spinta economica che aiuterà le nazioni ad avere una crescita sostenibile e uno sviluppo gestito. Prima di avviare lo sfruttamento commerciale delle nuove risorse, naturalmente, ci saranno delle sfide da superare, e questo ci riporta al problema della gestione delle aspettative. Per un Paese come il Mozambico, queste scoperte sono cruciali per lo sviluppo futuro e pongono quindi una maggiore responsabilità sulle compagnie gas-petrolifere, che devono fare in modo che il potenziale venga realizzato. Potrebbe essere una relazione difficile da gestire. I governi africani si aspetteranno un ritorno economico immediato, mentre le società petrolifere si concentreranno sulla messa in opera dell’infrastruttura necessaria e dei servizi di supporto richiesti dalle industrie. Il vero problema sarà gestire le aspettative.

David Anderson, professore di politica africana all’Università di Oxford

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