E’ di nuovo guerra in Medio Oriente. E’ di nuovo attacco all’Iran. La tendenza del presidente Usa Donald Trump, in perfetta sintonia con il premier israeliano Benjamin Netanyahu, ad usare la forza per risolvere un problema ha precipitato il Mondo dentro un conflitto la cui durata e le cui dimensioni sono imprevedibili e le cui conseguenze, anche in termini di reazioni terroristiche, rischiano di essere subite pure dai nostri Paesi.

La mattina di sabato 28 febbraio, Israele e gli Usa hanno lanciato l’aggressione con bombe e missili sull’Iran, colpendo centinaia d’obiettivi non solo militari. Fra le vittime accertate della prima ondata di raid israeliani, la guida suprema iraniana, l’ayatollah Ali Khameney, ucciso insieme alla moglie: è stata l’intelligence statunitense a fornire le sue coordinate, sono stati caccia-bombardieri israeliani a eliminarlo.

Al giorno quinto dell’ennesimo conflitto mediorientale, gli obiettivi colpiti in Iran sono circa 2000, le vittime oltre mille, fra cui circa 150 bambine, allieve d’una scuola femminile a Minab; i feriti migliaia. Ci sono vittime anche altrove: una decina in Israele; sporadiche nei Paesi del Golfo; sono sei i militari americani caduti. Ma i bilanci sono in costante evoluzione, perché i bombardamenti israeliani e statunitensi proseguono martellanti e devastanti, su centri di comando e postazioni militari; infrastrutture energetiche e industriali; aeroporti, porti e ferrovie. E l’Iran non rinuncia a reagire.

La guerra s’è già estesa a una dozzina di Paesi: quelli del Golfo alleati degli Stati Uniti, raggiunti da missili e droni iraniani (Arabia Saudita, Emirati arabi uniti, Qatar, Bahrein, Kuwait; resta fuori l’Oman, che mediava tra Washington e Teheran); il Libano, attaccato da Israele dopo che Hezbollah spara razzi sul suo territorio; persino Cipro, dove droni colpiscono una base militare britannica; senza contare i fermenti in Iraq e in Siria, dove milizie filo-iraniane compiono azioni ostili contro obiettivi americani.

Il primo giorno, il presidente Trump e il premier Netanyahu parlano ai loro Paesi: berretto calato sulla testa, atteggiamento truce, Trump lo fa alle 3 del mattino, ora della Costa Est degli Stati Uniti. Con un linguaggio putiniano, il magnate presidente non parla di guerra, ma di “operazione militare su vasta scala”, richiamando l’ipocrita “operazione militare speciale” con cui il presidente russo Vladimir Putin maschera l’invasione dell’Ucraina.

Pur decapitato, l’Iran, com’era prevedibile e inevitabile, risponde con lanci di missili verso Israele, dove suonano le sirene d’allarme e la gente viene invitata a stare in casa o nei rifugi. In tutta l’area, spazi aerei chiusi. In tutto il mondo, massima allerta e grande ansia. Lo scenario si ripete analogo nelle mattine successive: nei piani di Trump e Netanyahu è destinato a durare un mese, forse più.

Davanti all’ampiezza dell’aggressione israelo-americana, l’Iran abbandona la moderazione mostrata l’anno scorso e l’anno precedente, di fronte ad attacchi limitati nel tempo e negli obiettivi. Stavolta, israeliani e americani non si limitano a colpire le installazioni nucleari e le rampe dei missili, ma bombardano le città e danno la caccia ai leader con le bombe. Il regime, non rovesciato, risponde e attacca con droni persino le ambasciate degli Usa a Riad e nel Kuwait – danni solo materiali, pare -; Washington ne ordina lo sgombero.

Nel discorso sullo stato dell’Unione, fatto il 24 febbraio davanti al Congresso in sessione plenaria, Trump aveva dato tre motivazioni per l’attacco all’Iran, deciso e condotto in costanza di trattative tra Usa e Iran mediate dall’Oman e giunte al terzo round. Un quarto round, già annunciato, doveva svolgersi a Vienna a inizio marzo, ma le bombe lo hanno fatto saltare: dopo l’attacco, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi dice che “questo è il momento di difendere il nostro Paese”.

Il primo punto è il programma nucleare iraniano, sul controllo del quale Stati Uniti, Russia e Cina, con il G3 europeo costituito da Gran Bretagna, Francia e Germania, avevano già trovato con l’Iran un accordo nel 2015, affidato al controllo dell’Aiea, l’Agenzia dell’Onu per l’energia atomica, e che Teheran stava rispettando.

Ma nel 2017 Trump, insediatosi una prima volta alla Casa Bianca, l’aveva denunciato definendolo inadeguato. In realtà, il magnate presidente non voleva avallare quanto fatto dal suo predecessore Barack Obama e voleva assecondare Netanyahu, allora già premier e sempre critico dell’intesa.

Il secondo argomento sono i missili iraniani, capaci di colpire, attualmente, in un raggio di 1800 chilometri, Israele e i Paesi alleati degli Stati Uniti nella Regione – cosa che sta avvenendo -, ma anche le forze statunitensi di stanza nell’area (che sono, a loro volta, capaci di contrarli e che devono fornire copertura anche agli alleati).

Trump evoca una minaccia missilistica iraniana allargata all’Europa, il che è solo marginalmente vero – e agli Stati Uniti, il che è, allo stato, falso. E, per creare un consenso intorno alla sua azione, ricorda che le azioni dell’Iran o di alleati dell’Iran – le milizie sciite filo-iraniane nella regione – e atti terroristici ispirati dall’Iran hanno ucciso cittadini americani, oltre che migliaia di persone ovunque nel mondo.

Il terzo argomento è il cambio di regime, nella scia delle proteste di gennaio che hanno causato migliaia di vittime – Trump cita la cifra di 32 mila, data da fonti dell’opposizione all’estero e di cui non si ha alcuna conferma – e hanno indebolito il regime teocratico.

Non è però chiaro se e in che misura un’azione militare esterna, con aerei, droni e missili, condotta da Stati Uniti e Israele, due Paesi percepiti come nemici giurati da gran parte del popolo iraniano, che non è solo la borghesia colta e ricca di Teheran e delle grandi città, possa innescare un cambio di regime e quali siano le speranze che il cambio – se ci sarà – risulti positivo per gli iraniani. Tanto più che l’Amministrazione Trump, pur tra dichiarazioni contraddittorie, resta ostile o almeno cauta sull’ipotesi di un intervento sul terreno in Iran.

Del resto, la vicenda venezuelana di inizio gennaio mostra che Trump non bada alla democrazia ed ai cambi di regime, ma solo all’affermazione, con la forza delle armi, dei dazi, delle intimidazioni, del proprio potere.

Trump pare soprattutto attento a gestire la sua base, che non è favorevole a prolungati impegni militari internazionali degli Stati Uniti. Il suo vice JD Vance insisteva, fino al 27 febbraio, sul dare priorità alla diplomazia. Fra i Maga circolano dichiarazioni contro la guerra all’Iran di Charlie Kirk, l’attivista e predicatore conservatore ucciso in una Università dello Utah nel settembre scorso, mentre Trump esalta le risorse belliche “illimitate” americane e avverte gli iraniani che il peggio deve ancora venire e che lui è pronto ad andare avanti quanto serve per raggiungere gli obiettivi (quali siano non è però chiaro).

I sondaggi d’opinione negli Usa dicono che gli americani in maggioranza sono contrari a una guerra di cui non capiscono le ragioni. Ma una metà circa pensa che, a lungo termine, il conflitto possa migliorare la sicurezza dell’Unione. Il capo di Stato Maggiore della Difesa, generale Dan Caine, cui i media attribuivano riserve sull’attacco, avverte che ci saranno altri caduti fra i militari impegnati nelle operazioni e che “il lavoro che resta da fare è difficile e pericoloso”.

Sul fronte interno, Trump deve pure gestire perplessità nel Congresso democratiche e repubblicane. I democratici sollecitano un voto del Congresso per limitare i poteri di guerra del presidente, ma è improbabile che l’iniziativa vada in porto. Un’analisi del New York Times afferma  che “la guerra di Trump all’Iran poggia su “affermazioni consistenti”: “Le asserzioni dell’Amministrazione sulla minaccia nucleare iraniana e sui missili sono false e non provate”.

E poi ci sono gli impatti economici: la paralisi della navigazione nello Stretto di Hormuz e stasi e rallentamenti nel traffico aereo; le borse giù, l’oro e i prezzi dell’energia su. E gli immancabili tragici errori d’ogni conflitto: tre caccia-bombardieri Usa sono stati abbattuti dal ‘fuoco amico’ della contraerea kuwaitiana, i piloti si sono salvati eiettandosi dalle loro carlinghe.

L’azione coordinata israelo-americana è stata accolta senza sorpresa ma con preoccupazione in tutto il mondo. Anche i governi meno critici verso l’Amministrazione Trump, come quello italiano, esprimono preoccupazione, almeno per la sicurezza dei connazionali nell’area.

Una riunione straordinaria del Consiglio di Sicurezza dell’Onu si chiude con un nulla di fatto, Consulti si susseguono a livello di G7, Ue, Opec, l’organizzazione degli Stati produttori di petrolio. Tre Paesi europei, Gran Bretagna, Francia e Germania, chiedono la ripresa dei negoziati, invitano alla moderazione e condannano le risposte iraniane contro altri Stati. La Russia e la Cina denunciano l’aggressione israelo-americana a un Paese loro alleato, ma, come osserva Politico, quanto sta avvenendo è un’ulteriore prova del supporto limitato che Pechino e Mosca possono fornire ai loro amici, come s’è già visto in Siria e in Venezuela.

In questo quadro, l’Europa è fuori dai giochi: nei suoi Appunti, Stefano Feltri parla di “Ue codarda” e afferma che “i leader dell’Unione e i vertici delle istituzioni si allineano a sostegno della guerra illegale e irresponsabile all’Iran. Nel 2003 con l’Iraq avevano avuto più dignità” – allora, la Francia e la Germania si opposero all’ingiustificata invasione, per altro condivisa da Gran Bretagna, Italia, inizialmente Spagna ed altri -. Oggi, l’unica voce che denuncia l’azione illegale di Trump e Netanyahu è quella del premier spagnolo Pedro Sanchez, che sfida gli strali di Washington.

 

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Giampiero Gramaglia
Giornalista, collabora con vari media (periodici, quotidiani, siti, radio, tv), dopo avere lavorato per trent'anni all'ANSA, di cui è stato direttore dal 2006 al 2009. Dirige i corsi e le testate della scuola di giornalismo di Urbino e tiene corsi di giornalismo alla Sapienza.