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L’ascesa della nazione sub-sahariana rappresenterebbe una grande opportunità per il continente e per l’economia globale. Al contrario la sua implosione sarebbe catastrofica, causando l’emergere di una zona franca per il terrorismo

Grazie alla demografia e alle risorse naturali, la Nigeria è candidata a essere una delle principali economie del futuro, come ha suggerito Goldman Sachs, che l’ha inclusa tra i “Next Eleven”, cioè “i Paesi che hanno un potenziale simile ai BRIC”. Con circa 160 milioni di abitanti, la Nigeria è già il più grande mercato dell’Africa, oltre che il principale esportatore di petrolio. Il suo desiderio di avere un seggio permanente presso il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite è non solo comprensibile, ma legittimo.

Tra il 2003 e il 2007, il Paese è cresciuto del 7,6 percento. Nel 2011, la crescita del PIL è stata del 6,6 percento. Nonostante la crisi finanziaria globale, l’economia nigeriana è riuscita a crescere, grazie agli stimoli fiscali e all’implementazione di un’ambiziosa agenda di riforme. Il petrolio gioca un ruolo importante nell’economia nazionale, stimato intorno al 95 percento dei ricavi delle esportazioni e al 40 percento delle entrate statali. Oltre al petrolio, anche l’agricoltura, il commercio, l’industria manifatturiera e le telecomunicazioni sono sempre più rilevanti. Ma la crescita della Nigeria deve essere sostenuta da investimenti nelle infrastrutture e, soprattutto, nella lotta contro il terrorismo e la povertà.

Il motore dell’Africa di domani.

Il Paese non deve essere lasciato solo: l’ascesa della nazione sub-sahariana è una grande opportunità per l’economia globale. La Nigeria potrebbe diventare uno dei principali motori dell’Africa di domani. Inoltre, dato che ospita circa duecento etnie e cinquecento gruppi linguistici, il suo successo potrebbe essere un modello di coesistenza pacifica a livello globale. Ma gruppi terroristici come il Boko Haram vogliono sfruttare tensioni e inquietudini per trasformare il Paese in un campo di battaglia tra musulmani e cristiani; si tratta di uno scenario da evitare a ogni costo.

Il primo ottobre, la Nigeria ha celebrato 52 anni di indipendenza dalla Gran Bretagna. Il giorno dopo, uomini armati hanno attaccato degli studenti che vivevano nella città di Mubi, nello stato nigeriano di Adamawa, uccidendo 46 persone. È diffusa la convinzione che il gruppo jihadista Boko Haram sia responsabile del massacro.

Anche due anni fa, il giorno dell’indipendenza della Nigeria fu segnato da una strage. Mentre il Paese celebrava il suo cinquantesimo anniversario, due auto-bomba sono esplose tra la folla nella capitale Abuja, uccidendo 12 persone. Henry Okah, membro del Movimento per l’Emancipazione del Delta del Niger (MEND), è attualmente sotto processo in Sud Africa per la carneficina.

Il quotidiano nigeriano The Vanguard ha scritto che “l’eccidio di 40 studenti ieri ad Adamawa è stato l’ultimo sconvolgente segno del fatto che la Nigeria sta rapidamente precipitando in uno stato di anomia che ricorda lo stato di natura di Hobbes dove la vita è sgradevole, brutale e breve”. In altre parole, la Nigeria rischia di diventare uno stato fallito. A dire la verità, secondo Foreign Policy, il Paese è già al quattordicesimo posto nella classifica 2012 dei Failed States.

L’insurrezione del gruppo jihadista Boko Haram nel nord del Paese è vista come una minaccia non solo per la stabilità della Nigeria, ma per la sua stessa esistenza. Si stima che più di 1000 persone siano state uccise dagli insorti quest’anno. Secondo The Economist, “il conflitto potrebbe potenzialmente fagocitare tutto il Paese” al punto che “alcuni politici parlano apertamente di una possibile divisione del Paese – una prospettiva estremamente pericolosa”. In una sua intervista col sito d’informazione Business Insider, David Kotok, Chief Investment Officer presso Cumberland Advisors Inc., ha affermato che la crisi nigeriana è la principale minaccia per l’economia globale: un suo intensificarsi potrebbe, a suo giudizio, spingere i prezzi del petrolio a 150 dollari al barile.

Inoltre, The Guardian ha riportato un’intervista con un alto funzionario vicino al governo che, a condizione di rimanere anonimo, ha dichiarato: “Abbiamo un serio problema in Nigeria e manca la sensazione che il governo sia in grado di gestirlo. La situazione non è neppure lontanamente sotto controllo. È solo una questione di tempo prima che attacchi su larga scala pongano una significativa minaccia alla sicurezza nazionale, e ora anche la crescita economica della Nigeria è a rischio”.

Queste paure potrebbero essere esagerate. Ciò che è certo, è che sia l’insurrezione del MEND nel delta del Niger sia quella del Boko Haram nel nord sono una minaccia per il Paese. Nonostante quella che il Wall Street Journal chiama una “dorata campagna di pacificazione” tra il governo e gli insorti del delta del Niger, l’unità nigeriana della Royal Dutch Shell PLC’s stima che 150.000 barili di petrolio siano rubati ogni giorno dagli oleodotti nigeriani. Nel frattempo, nel nord del Paese, dove il Boko Haram attacca sistematicamente chiese e stazioni di polizia, vi è un disperato bisogno di restaurare l’autorità dello Stato.

La maledizione del petrolio.

I problemi della Nigeria sono radicati nel suo sviluppo squilibrato. Fino agli anni ’50, l’economia nigeriana era basata sull’agricoltura. Poi, nel 1956, si trovò il petrolio. Due anni dopo, iniziò l’estrazione. E nel 1960, la Nigeria diventò finalmente indipendente: il suo futuro sembrava luminoso. L’industria petrolifera cambiò profondamente l’economia nigeriana. Nel 1960, la produzione di petrolio era di 5100 barili al giorno. Nel 2012, ha raggiunto i 2,68 milioni di barili al giorno, ma come molti altri Paesi esportatori, la Nigeria ha sperimentato la cosiddetta “maledizione del petrolio”. Infatti, mentre le esportazioni dell’oro nero sono cresciute esponenzialmente, i benefici per la popolazione sono stati limitati. Tra il 1965 e il 2004 il reddito pro capite, invece di aumentare, è sceso da 250 a 212 dollari.

Il numero di persone che vivono con meno di 1 dollaro al giorno è salito dal 36 percento al 70 percento e, in numeri assoluti, da 19 a 90 milioni. Inoltre, si calcola che il 90 percento dei profitti derivati dal petrolio vadano all’1 percento della popolazione, mentre enormi somme di denaro (stimate in $380 miliardi tra il 1960 e il 1999) sono state sprecate in corruzione e cattiva gestione.

Tutti questi numeri raccontano una storia familiare: un Paese dotato di eccezionali risorse naturali non è riuscito ad assicurare alla propria popolazione un modello di sviluppo equo e sostenibile. A questo proposito, la Nigeria presenta le caratteristiche di un tipico rentier state. Il rigido contrasto tra lo stile di vita dell’elite, da un lato, e le masse indigenti, dall’altro, hanno acuito il malessere: le aree meridionali del Paese, prevalentemente cristiane, hanno tratto vantaggio dall’abbondanza di petrolio, mentre ciò non è avvenuto per il nord musulmano.

L’Islam radicale è diventato lo strumento attraverso il quale vasti segmenti della popolazione più povera esprimono la propria frustrazione nei confronti della situazione socio-economica. In altre parole, il malessere ha nutrito le tensioni etniche e religiose. La corruzione dell’elite politica ha esacerbato la rabbia popolare.

La lotta alla corruzione.

Il Presidente nigeriano Jonathan Goodluck, in carica dal 2010, è ben consapevole delle sfide del suo Paese. Nel suo discorso di celebrazione del cinquantaduesimo anniversario dell’indipendenza ha detto di voler portare “un messaggio di rinnovata speranza e fiducia nelle immense possibilità dinanzi a noi”. Tra le tante riforme realizzate, ha sottolineato che “una solida legge per l’industria petrolifera” è stata proposta all’Assemblea Nazionale. La sua trasformazione in legge assicurerà profonde riforme, trasparenza, responsabilità, un aumento delle entrate del governo e più garanzie per gli investitori nel settore del gas e del petrolio”. Ha anche affermato che “la Nigeria è diventata la destinazione preferita per gli investimenti in Africa. È la prima tra le prime cinque economie del continente per investimenti stranieri diretti”, raccogliendo più del 20 percento del flusso totale di investimenti in Africa. Inoltre, Goodluck ha sottolineato che “la lotta contro la corruzione è la principale priorità della nostra amministrazione. Stiamo combattendo la corruzione – ha detto – in tutti gli aspetti della nostra economia, e stiamo ottenendo successi”. Il Presidente nigeriano ha inoltre annunciato la scoperta di “decenni di truffe nella gestione delle pensioni e dei sussidi per l’acquisto del carburante e ci siamo assicurati che i colpevoli siano assicurati alla giustizia”.

La lotta contro la corruzione è, in effetti, indispensabile per restaurare la fiducia dei cittadini nigeriani nel governo centrale. Senza quella fiducia, tutti gli sforzi per ripristinare l’autorità statale nel Paese sono destinati a incontrare ostacoli. Deve essere chiaro a tutti che la stabilità della Nigeria è estremamente importante per il futuro dell’Africa, e per l’economia globale nel suo complesso, a causa del suo ruolo di Paese esportatore di petrolio. L’implosione del più popoloso stato africano sarebbe catastrofica, causando l’emergere di una zona franca per il terrorismo e il crimine organizzato. Una divisione del paese lungo linee confessionali e tribali sarebbe una tragedia per l’intero continente, e potrebbe innescare reazioni a catena altrove. Per questo, sostenere l’ascesa di una Nigeria forte, pacifica e stabile dovrebbe essere una priorità per tutta la comunità internazionale.

Daniel Atzori
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