di ANTONIO IRLANDO –

Cosa accomuna il palazzo della Prefettura di Napoli con piazza Tahrir al Cairo in Egitto, luogo simbolo della “primavera araba”?
Certamente la rete digitale, quella che tutti conosciamo come “Internet”.
Sia a Napoli che al Cairo, la verità su cosa è accaduto in quei luoghi nessuno l’avrebbe conosciuta se la rete globale – superando la censura – non avesse diffuso video e informazioni nel torrente informativo dei social network.
Provate ad immaginare quanti giornali o televisioni avrebbero descritto ”il come” il Prefetto di Napoli si è rivolto ad un cittadino-prete durante una riunione nel palazzo prefettizio. Forse nessuno o forse qualcuno, per “evidenti” ragioni. Invece, un video girato da un “cittadino digitale” che partecipava alla riunione, ha informato tantissime persone, in Italia e nel mondo. Direttamente, senza mediazioni e senza censure, chi ha voluto aprire gli occhi e capire, ha veramente preso coscienza del disagio di un prete che lotta al fianco di cittadini non codardi per un mondo libero da mafie e immondizia. Ognuno ha analizzato i singoli comportamenti, visto i volti, studiato gesti, espressioni e parole. Solo cosi il fatto si è trasformato in indignazione collettiva ed è diventato notizia, per tutti ed anche per telegiornali e giornali tradizionali, preceduti dai media – più agili, immediati e multicanale – della rete. Nelle due parti del mondo, per due fatti diversi, l’informazione è passata forte è chiara e con essa è cresciuta nelle persone la consapevolezza dei diritti negati e dello strapotere, talvolta cinico, di “burocrazie” che sono sempre meno “istituzioni” al servizio dei cittadini. “Vicinissimi al prete, lontanissimi dal Prefetto”, è la sintesi del sentire della stragrande maggioranza di chi ha visto (e rivisto) in rete il video. Ora che la pace tra Prete e Prefetto è stata fatta e che dei roghi tossici se ne parla ai massimi livelli istituzionali il merito è senza dubbio anche della rete. “Se questo incidente ha acceso i riflettori sul problema dei roghi dei rifiuti tossici in Campania, ha spiegato don Vincenzo, il parroco di Caivano – sia benedetta la divina provvidenza”. E forse anche l’informazione libera e senza bavagli.
Sempre la rete, sempre quella digitale, a proposito delle gratuite “offese” pronunciate nel servizio del Tgr del Piemonte della terza rete Rai, ha offerto un’altra grande opportunità per rivendicare il “valore patriottico della napoletanità e il “diritto al rispetto della dignità”, ma anche per rinverdire – non sempre offrendo buoni esempi di civiltà – sentimenti mai sopiti del tutto di “rancore storico” verso i “piemontesi”. Infatti, “Internet” ha prima fatto conoscere un servizio diffuso da una canale televisivo regionale, poi ha catalizzato e diffuso i pensieri (anche rabbiosi) di tantissimi cittadini (anche non tifosi) per spiegare e argomentare sul fatto che i “napoletani non puzzano” e che “contro Napoli e i napoletani c’è solo invidia”. Gli “sfoghi”, razionali e irrazionali, non sono il “buono” della questione, quanto piuttosto il fatto che i due clamorosi accaduti dell’ultima settimana attengono alle attività pubbliche di cittadini che vivono in un regime di democrazia fondato anche sulla libertà dell’informazione e dei mezzi d’informazione. Circostanza che sembra non piacere a tanti e lo dimostrerebbe proprio una legge in discussione in questi giorni al Senato che vorrebbe limitarla attraverso norme che hanno un “carattere fortemente dissuasivo verso un giornalismo che voglia scavare seriamente nel bacino delle notizie più inquietanti della vita pubblica”, come ha ben spiegato il secondo il segretario della federazione della Stampa, Franco Siddi.

Il video.

Antonio Irlando

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