Ahmet Davutoğlu

Sembrano ormai lontani i tempi della strategia di “zero problemi con i vicini”, elaborata dall’allora Ministro degli Esteri turco Ahmet Davutoglu – oggi a capo del governo – nel tentativo di normalizzare le relazioni con i principali attori regionali e garantire alla Turchia un ruolo di pivot in un contesto di progressiva stabilità politica e integrazione economica.

Il conflitto tra il regime di Bashar al Assad e le formazioni ribelli prima, e l’avanzata delle milizie dello Stato Islamico (IS) in Siria e Iraq poi, stanno infatti mandando in frantumi l’ambizione turca di agire da stabilizzatore regionale, potente ma equidistante nei confronti dei paesi del vicinato. L’inasprirsi delle ostilità nel Levante, infatti, ha posto il governo turco di fronte a dubbi di portata strategica, che rischiano di condizionare lo status di Ankara non solo nel proprio vicinato, ma anche all’interno dello scacchiere globale.

Bashar al Assad è il nemico numero uno di Ankara

Il dittatore Bashar al Assad, di fede alawita, è certamente il nemico numero uno di Ankara, le cui responsabilità nel degenerare del conflitto siriano sono riconosciute (e spesso rimproverate) da più parti all’interno della comunità internazionale. Il governo turco garantisce il sostegno politico alle forze anti-Assad, e non è un caso che il Syrian National Council – la coalizione politica che si contrappone al regime del dittatore – si sia formata nel 2011 proprio ad Istanbul, da dove ancora oggi agisce come governo in esilio. L’azione di Ankara, tuttavia, pare spingersi oltre: da tempo ormai si ritiene che la Turchia finanzi e supporti i principali gruppi armati in lotta contro le forze regolari del regime di Assad. Tra questi, le milizie del Free Syrian Army (FSA) – un tempo principale gruppo di opposizione armato attivo nel paese – alle quali sembra che dal 2011 le forze armate turche forniscano materiali, supporto logistico, nonché assistenza e attività di addestramento. Più problematico da giustificare il sostegno, o quantomeno la complicità del governo turco nei confronti di movimenti jihadisti attivi nel conflitto civile in Siria, tra cui le milizie del gruppo Fronte al-Nusra, legato ad al-Qaeda. Il Fronte, infatti, nel 2012 è stato inserito dagli Stati Uniti nella lista dei gruppi terroristici internazionali, alimentando non poche tensioni tra Washington e Ankara. E nonostante a giugno 2014 anche il governo turco abbia deciso di inserirlo tra i gruppi terroristici, permangono dubbi sulla completa estraneità della Turchia dalle attività del Fronte a cavallo del confine con la Siria. Il confine turco-siriano è, infatti, diventato l’epicentro delle attività di organizzazione, pianificazione e approvvigionamento delle milizie in lotta contro le forze di al Assad. Aiuti, munizioni e miliziani stessi vengono convogliati nei teatri operativi attraverso il confine con la Turchia, nei pressi del quale – non a caso – sono localizzate le principali roccaforti dei ribelli, incluse quelle dello Stato Islamico.

La Turchia non prenderà parte ad azioni militari contro l’Isis

Durante la 69esima sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il Presidente Erdogan ha annunciato la disponibilità del proprio paese a unirsi nello sforzo militare per far fronte comune contro la minaccia dello Stato Islamico. L’annuncio è arrivato a sorpresa, dopo che Ankara aveva deciso di rimanere fuori dalla coalizione internazionale formatasi a Jeddah, in Arabia Saudita, alla quale hanno aderito dieci paesi arabi tra cui Arabia Saudita, Bahrain, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Iraq, Giordania, Kuwait, Libano, Oman e Qatar. La decisione contribuisce a fugare definitivamente i dubbi sugli sforzi realmente fatti da Ankara per contrastare l’azione delle milizie guidate dal Califfo Abu Bakr al Baghdadi. Dubbi alimentati dalla convinzione che rapporti distesi con lo Stato Islamico possano essere tutto sommato funzionali alla sicurezza turca, in virtù della possibile convergenza di obiettivi nella comune lotta contro il regime di al Assad, ma soprattutto della vulnerabilità di Ankara nei confronti delle forze guidate dal Califfo, che controllano buona parte del territorio siriano presso il confine con la Turchia, minacciando direttamente la sicurezza nel sud del paese. L’assedio degli uomini di al Baghdadi al consolato turco di Mosul, in Iraq, culminato con il rapimento di oltre quaranta diplomatici di Ankara tenuti in ostaggio per oltre tre mesi ha determinato forti cautele da parte della Turchia, che soltanto in seguito alla definitiva risoluzione della crisi di Mosul ha deciso di forzare la mano contro l’IS e rompere quella sorta di patto di non belligeranza creatosi negli ultimi mesi.

regionali Interessi e frizioni con gli Stati Uniti

Il cambio di rotta annunciato da Erdogan riavvicina la Turchia agli Stati Uniti, ,con i quali i rapporti sono ormai tiepidi da qualche tempo, ma che non hanno comunque mancato di chiedere al governo turco – infastiditi – un drastico cambiamento di posizione nei confronti della lotta armata jihadista contro al Assad. A causa delle divergenze strategiche con Ankara, Washington aveva evitato di richiedere l’utilizzo della base di Incirlik – localizzata nel sud della paese e ideale per condurre gli attacchi aerei nei confronti dell’IS – onde evitare di alimentare ulteriori inopportune, e potenzialmente pericolose, frizioni in seno all’Alleanza Atlantica. Oggi le tensioni tra alleati sembrano essersi allentate, sebbene il governo turco continui a predicare cautela nei confronti dei bombardamenti aerei indiscriminati sulle postazioni dell’IS, che rischiano di determinare un’impennata dei flussi rifugiati iracheni e siriani – il cui numero ha ben superato i livelli di guardia – attraverso il confine turco. Resta però tutta da valutare l’evoluzione delle relazioni di Ankara con i partner regionali. L’iniziale non-belligeranza, infatti, ha chiaramente isolato la Turchia in Medio Oriente, non solo rispetto agli sciiti e ai curdi direttamente impegnati sul campo nella lotta contro l’IS, ma anche con i regimi sunniti mossisi in prima persona per fermare la minaccia del Califfo. L’esitazione del governo turco nei confronti dello Stato Islamico rischia pertanto di frenare le ambizioni di leadership mediorientale della Turchia, che ora si trova a seguire (e non a dettare) la linea dei principali attori regionali, e a dover rassicurare quest’ultimi sulla credibilità del proprio impegno nei confronti della minaccia dell’estremismo islamista.

Niccolò Sartori