Mobile World Congress 2016 l’era degli screenagers è arrivata: il telefonino diviene il principale schermo per tutti.
Anche la televisione cambia, Vicki MacLeod segretaria generale del GTWN, responsabile di una società di consulenza sull’innovazione nella digital economy e nel board di OWNSAT (Oceania Women’s Network Satellite Pty Ltd), scrive sulla prossima grande rivoluzione che coinvolge la televisione, il mezzo più amato dagli italiani (e non solo).
Il 2016 si presenta come l’anno in cui la televisione si guarda in qualsiasi luogo ed in qualsiasi momento. Una social innovation che dalla ristretta cerchia dei sapienti tecnologici passa all’uso comune e diviene comportamento di massa. Siamo al mercato di massa e dunque questa fruizione diviene mainstream. Hanno contribuito certamente i servizi degli over-the-top (OTT), ma anche gli attori dei mercati tradizionali sono pronti al cambiamento.
Fin dalla sua nascita la Tv ha attraversato diverse fasi di evoluzione, nell’ultimo periodo, come nel resto della società, i mutamenti sono stati sempre più veloci. Dal bianco e nero, al colore, alla possibilità di registrare un programma e vederlo in un altro momento, poi gli schermi giganti fino alla rivoluzione digitale che porta l’alta definizione ed al 3D. Tutto ciò, ha radicalmente cambiato il modo in cui gli spettatori consumano i contenuti trasmessi.
In tempi recenti, nonostante questi rapidi sviluppi, molti nel settore tecnologico hanno chiesto come mai la Tv sia ancora rilevante nell’era di tablet e smartphone. Ebbene, se è vero che un’unica Tv nel salotto è ormai un ricordo di altri tempi, oggi stiamo per entrare in una nuova era dove la Tv diviene finalmente la tele-vision (Autori americani, Mark Twain, lo pseudonimo di Samuel Clemens – la parola televisione viene dall’antica Grecia il cui significato è tele lontano e visione vedere). Dunque vedere da lontano. Da chiunque, in qualsiasi momento ed in qualsiasi luogo.
Il cambiamento è guidato dai giovani. I bambini sotto i cinque anni guardano circa 2,6 ore di Tv al giorno, l’accesso ai contenuti è on-demand tramite tablet e altri dispositivi.
I loro fratelli più grandi, dai cinque a 15 anni di età, ormai indicati come “Screenagers” passano la maggior parte del loro tempo on line piuttosto che guardando la Tv in diretta. Ecco una pratica di placeshifting. Questi giovani fruiscono il contenuto Tv su un altro mezzo. Quest’anno vedremo il prossimo passo dell’evoluzione della TV. Aumenterà la richiesta di fruizione on demand e saranno lanciati nuovi servizi al fine di permettere a tutti di vedere i programmi su mezzi diversi.
Il 2016 sarà l’anno della Tv ovunque, come Sky Q anche gli altri attori e rivali del mercato vorranno essere protagonisti nel mercato di massa del placeshifting, e cioè ben oltre la cerchia dei tecnologicamente avanzati.
In un primo momento, non sembrar un grande affare. Sappiamo per esperienza diretta che il tempo di visione della Tv è diventato molto frammentato. Il risultato di una vita sempre più indaffarata impone agli spettatori di registrare i programmi, che non vogliono perdere, per vederli nel momento giusto (per loro).
Tutti sanno che il “tempo dello schermo” oggi è condiviso con computer portatili, telefoni cellulari e tablet, spesso tutti allo stesso tempo. Ciò fa coppia con Internet ad alta velocità, e con l’influenza dei social media che richiedono sempre più interazione e condivisione in tempo reale.
Gli utenti vogliono poter spostare i contenuti a piacimento. Ognuno avrà la sua Tv con sé, grazie alla possibilità di scaricare o vedere in streaming su tablet e smartphone, i contenuti preferiti. Placeshifting è la parola d’ordine. Ed oltre ai dispositivi il placeshifting, è possibile con iPlayer della BBC, o in Australia con Foxtel iQ2 , a questi se ne aggiungono sempre di nuovi e sempre meno sofisticati. Chiunque, dunque, sarà in grado di utilizzare il contenuto (sia free-to-air o in abbonamento) alle proprie condizioni.
Come il time-shifting prima, questo nuovo modo di fruire della Tv è il nodo cruciale del cambiamento per cui tutti ne devono tener conto per mantenere la fascia di mercato nell’era dell’ on demand, che vede una competizione costante con forme di intrattenimento diverse dalle tradizionali. Prendiamo, per esempio, Netflix e Hulu, che inviano i loro contenuti attraverso Internet. Le pareti divisorie crollano, arrivano nuovi protagonisti e nuovi business.
Gli accordi di licenza sui contenuti regionali per cinema e Tv rimangono il maggiore ostacolo per la prossima ondata di placeshifting: contenuto disponibile a livello globale, in tempo reale, per chiunque in tutto il mondo.
Ciò avverrà quando i titolari dei diritti di contenuto, come i titolari dei diritti dell’industria musicale, saranno in grado di creare nuovi modelli di business al di fuori delle regole tradizionali che impongono la geolocalizzazione per la commercializzazione dei prodotti.
In risposta alle preoccupazioni dei proprietari di contenuti circa l’uso di tecnologia VPN per aggirare le licenza regionale, Netflix ha recentemente annunciato che coloro che utilizzano i proxy e unblockers non saranno in grado di aggirare le limitazioni legali.
Nello stesso tempo Netflix ha annunciato che il suo servizio è ora disponibile in 130 paesi, e presto in 190, ma che a causa delle restrizioni di licenza geografiche, il contenuto a disposizione dei clienti non è uguale per tutti. In Canada, ad esempio, è diverso da quello a disposizione degli abbonati in Germania o in Australia.
Tutto ciò nonostante la dichiarazione di gennaio al Consumer Electronics Show (CES) di Las Vegas dove Neil Hunt Chief Product Officer di Netflix, ha riconosciuto l’inutilità di cercare di limitare l’uso di proxy:
“Dal momento che l’obiettivo dei ragazzi è quello di nascondere l’origine del loro abbonamento, non è così ovvio fermarli. Giochiamo al gatto e al topo. Continuiamo a contare sulle liste nere di VPN, fatte da aziende che fanno il loro compito, ma una volta che un fornitori di VPN è sulla lista nera, è banale passare a un nuovo indirizzo IP e raggirare l’ostacolo”.
Quindi la risposta di lungo termine è quella di negoziare accordi di licenza internazionali. Secondo Hunt, “l’ ambizione generale è quella di creare licenze originali e globali, in modo che nei prossimi cinque, 10, 20 anni, ci siano regoli uguali in tutto il mondo. Non è più possibile acquistare licenze per una sola nazione. Quando esisteranno diritti internazionali sui prodotti la pirateria diminuirà. Se una fiction di successo esce negli Stati Uniti e non in Europa, è sicuramente piratata in Europa, se è lanciata contemporaneamente, le azioni illegali diminuiscono”.
Finder ha pubblicato una mappa dove si evincono le percentuali dei prodotti con licenza solo per gli Stati Uniti già disponibili negli altri paesi. I dati dimostrano chiaramente quanto sia frammentata la disponibilità del contenuto su Netflix che naturalmente desidera dare maggiore impulso alla richiesta di globalità per le licenze al fine di rendere disponibili i contenuti in tempo reale in tutto il mondo contemporaneamente.
Solo quando si abbatteranno queste barriere la promessa di televisione senza limiti di tempo e di spazio potrà essere soddisfatta.

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Derrick de Kerckhove
Direttore scientifico di Media Duemila e Osservatorio TuttiMedia. Visiting professor al Politecnico di Milano. Ha diretto dal 1983 al 2008 il McLuhan Program in Culture & Technology dell'Università di Toronto. È autore di "La pelle della cultura e dell'intelligenza connessa" ("The Skin of Culture and Connected Intelligence"). Già docente presso il Dipartimento di Scienze Sociali dell'Università degli Studi di Napoli Federico II dove è stato titolare degli insegnamenti di "Sociologia della cultura digitale" e di "Marketing e nuovi media".