All’evento: “Intelligenza artificiale e professioni intellettuali: competenze, regole e responsabilità”, tenutosi lo scorso 10 aprile e organizzato dal COA di Santa Maria Capua Vetere in collaborazione con la Fondazione Fest unitamente all’Ordine dei Dottori Commercialisti ed Esperti Contabili di Caserta e al Consiglio Notarile di SMCV, Claudio Maria Lamberti, avvocato amministrativista, Data Protection Officer e docente di impatti dell’AI nel diritto e giustizia all’Università Europea di Roma, sceglie di partire da un punto solo apparentemente semplice: le parole. Perché, ricorda, le parole definiscono il mondo. Ma quando il mondo cambia più velocemente del linguaggio, quelle stesse parole diventano insufficienti.

Il limite delle parole di fronte all’AI

È ciò che accade con l’intelligenza artificiale. Una realtà che sfugge alle categorie tradizionali del diritto, che evolve continuamente e che mette in crisi le definizioni consolidate. Non è un caso, osserva Lamberti, che per comprenderla davvero sia necessario uscire dal proprio lessico professionale. Lo racconta attraverso un episodio personale: il confronto con Christian Esposito, professore di informatica all’Università di Salerno, che lo ha spinto a rivedere il proprio registro linguistico. Un esercizio che diventa simbolo di una trasformazione più ampia: la necessità di ricomporre saperi che per troppo tempo sono rimasti separati.

Il diritto, infatti, si trova oggi a inseguire la tecnologia. Da un lato esiste una cornice normativa – europea e nazionale – sempre più articolata; dall’altro, la velocità dell’innovazione rende evidente uno scarto strutturale. La legge, per sua natura, richiede tempo, sedimentazione, condivisione. La tecnologia no.

Quando il lavoro cambia significato

In questo scenario, il ruolo del giurista cambia profondamente. Lamberti lo dice con chiarezza, partendo da una domanda che attraversa tutta la sua riflessione: che cosa resta dell’attività intellettuale quando l’intelligenza artificiale è in grado di produrre contenuti complessi in pochi secondi?

L’esperienza diretta non lascia spazio a dubbi. Un lavoro che richiede settimane può essere replicato – e spesso migliorato – da una macchina in pochi istanti. Il controllo umano resta necessario, certo. Ma il punto non è più la possibilità tecnica: è il significato professionale di ciò che si fa.

E allora entra in gioco un altro elemento chiave: la fiducia. Il rapporto tra professionista e cliente si fonda su un equilibrio delicato, che oggi viene ridefinito dalla trasparenza e dalla diffusione del sapere. Il cliente non è più un soggetto passivo: è informato, consapevole, spesso già esposto agli strumenti digitali. Per questo, sottolinea Lamberti, diventa essenziale dichiarare l’uso dell’intelligenza artificiale, spiegarlo in modo chiaro, mantenerlo dentro un perimetro etico e giuridico preciso.

Fiducia, formazione e nuove responsabilità

Non è solo una questione normativa. È una questione culturale.

La formazione, ad esempio, non può più essere rimandata. Eppure, osserva provocatoriamente, i professionisti tendono a informarsi più che a formarsi. Le tecnologie sono percepite come intuitive, “autoabilitanti”. Ma questa apparente semplicità nasconde una complessità che richiede nuove competenze, nuove responsabilità.

Sul fondo resta una trasformazione ancora più radicale: la ridefinizione stessa della professione intellettuale. Non è un caso che in Francia si sia arrivati a eliminare il termine “intellettuale” dalla definizione di consulenza legale. Un gesto che, più che simbolico, segna una frattura.

Siamo di fronte a una transizione profonda, in cui il sapere non è più monopolio di pochi e la tecnologia diventa estensione dell’essere umano. Lamberti richiama, in questo senso, il pensiero filosofico che vede la tecnica come una proiezione del corpo, qualcosa che non sostituisce l’uomo ma lo completa.

Pensare con le macchine

E allora la vera domanda non è se l’intelligenza artificiale sostituirà il professionista. La domanda è un’altra: come cambia il modo di pensare, di decidere, di esercitare una responsabilità quando il pensiero stesso è condiviso con una macchina?

È qui che il diritto è chiamato a misurarsi con il futuro. Un futuro che è già presente, ma che resta – inevitabilmente – ancora in parte sconosciuto.

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Sara Aquilani
Ha conseguito la laurea in Scienze della Comunicazione presso l'Università degli Studi della Tuscia e si è specializzata in Editoria e Giornalismo presso l'Università LUMSA di Roma. Attualmente lavora per TuttiMedia/Media Duemila.