Industria 4.0 e lavori, i mestieri di domani ancora tutti da inventare. Saracco (EIT Digital): “Grazie alle nuove Reti ognuno potrà diventare imprenditore di sé stesso”.  All’incontro ha preso parte anche il Sottosegretario alla Difesa Gioacchino Alfano (nella foto in piedi) che ha ribadito quanto è importante per i giovani di conoscere le possibilità a disposizione per creare lavoro e crescita economica soprattutto nel Sud.

“Siamo in una fase di transizione, sembra tutto pronto per una nuova rivoluzione industriale. Molto presto passeremo dall’economia del prodotto all’economia dei dati, in cui le informazioni possedute da server e archivi interagiranno tra loro creando valore  – continua Saracco – . Si affaccerà un nuovo sistema di comunicazione, il cosiddetto 5G, con caratteristiche ancora tutte da scoprire ma che sarà sicuramente basato su quelle che vengono chiamate Sneakernets (letteralmente reti con le scarpe da ginnastica) con un continuo passaggio di file e dati tra dispositivi mobile che si muovono e generano conoscenza reciproca (smartphone, tablet, automobili intelligenti, reti urbane). Un vortice che, necessariamente, investirà anche il mercato del lavoro; i primi segnali già si avvertono: i robot, i chip, i computer si stanno evolvendo alla velocità della luce; le applicazioni industriali degli automi si moltiplicano; la produzione sta tornando vicino alle sedi delle industrie (in fondo un robot ha lo stesso prezzo in ogni angolo del mondo, tanto vale riavvicinare gli stabilimenti)”.
Un’industria 4.0 che vedrà in prima linea soprattutto le nuove generazioni, che dovranno farsi trovare pronte all’appuntamento. Si calcola che il 60% dei mestieri in voga tra 10 anni – quelli che praticheranno, tanto per capirci, i bambini che oggi sono all’asilo – devono ancora essere inventati, accompagneranno il cambiamento. Per questo è bene che i più giovani conoscano in che modo possono diventare protagonisti. EIT Digital, progetto europeo per l’educazione all’innovazione, ha voluto aiutarli organizzando – in collaborazione con Media Duemila e con l’Osservatorio TuttiMedia – un incontro per illustrare ai ragazzi delle scuole le tante opportunità che si aprono man mano che le tecnologie si sviluppano. “Nel futuro non saranno i colossi a creare le strutture di base (app, software, piattaforme) – sottolinea Roberto Saracco, direttore del nodo italiano di EIT Digital – ma le ‘periferie’, la società, i singoli individui”. Per ora si possono solo immaginare alcuni esiti di questa rivoluzione. Quali sono, dunque, i mestieri del futuro?
Un domani, ad esempio, si potrà essere agricoltori urbani occupandosi di giardini e orti verticali in cima ai palazzi e nelle aree urbane, alimentati grazie a sistemi d’irrigazione autonomi, gestiti da Reti e software. Oppure business colony manager, lavoratori non più legati a un’azienda ma ad un progetto, disponibili a lavorare per chiunque; offrire una prestazione per risolvere le sfide che l’imprenditore di turno pone, magari da assegnare attraverso dei contest ad hoc ( i cosiddetti x-prizes), che dovranno essere gestiti da competition producers, nuove figure professionali che gestiranno proprio queste competizioni lavorative. E poi ci saranno tutti quei mestieri legati ai nuovi dispositivi: parliamo soprattutto di stampa 3D che, tra gli altri, cambierà addirittura il lavoro di cuoco, che in futuro stamperà parte degli alimenti che gli servono per creare i propri piatti. Qualcuno, poi, si dovrà dedicare a salvaguardare le nostre molteplici identità digitali: ci sarà chi gestirà i nostri avatar, chi controllerà la nostra reputazione online, chi difenderà la nostra privacy. Il campo della scienza vedrà studiosi che progetteranno batteri per esperimenti di laboratorio. Ci sarà chi guiderà droni sempre più grandi, chi creerà parti del corpo umano artificiali pronte da essere impiantate. Persino l’etica tornerà di gran moda, dovendo affrontare i problemi legati al comportamento dei robot.
Il lavoro sarà sempre più frutto di esperienza e del collegamento con gli altri. Un’intelligenza collettiva alla cui creazione EIT Digital sta contribuendo da anni. Dal 2010 ha questo grande ecosistema della conoscenza digitale ha investito 1,2 miliardi di euro in innovazione, educational e contributi all’impresa. In sette anni i nodi principali della sua attività sono passati da 5 a 9, nelle principali nazioni europee (più un avamposto in Silicon Valley, patria delle imprese innovative). L’Italia, in questo processo, è assoluta protagonista; nel centro EIT Digital di Trento sono stati 230 i milioni di euro utilizzati in questi anni per attività di accelerazione di startup (5 imprese sulle 23 totali “create” in EIT sono italiane) e di consulenza (interessando altre 126 imprese in Europa, 23 solo in Italia); per programmi di formazione come la Master School e la Doctoral School, per insegnare a fondare un’azienda partendo non dalla teoria ma da un progetto concreto, calandole nel contesto economico continentale. Un network in cui c’è la presenza fondamentale di 200 imprese, che mettono a disposizione il loro know-how per accelerare la transizione verso il futuro; tra loro anche 20 aziende italiane.
Iniziative che devono però essere aiutate ben prima dell’ingresso nel mondo del lavoro. È necessario perciò partire da un cambio di paradigma, che cominci a educare all’innovazione già dalla scuola (ecco il significato della giornata). “Bisogna passare dalla logica del ‘dare risposte’ a quella del ‘fare domande’ – dice Derrick de Kerckhove – perché i Big Data possono rispondere a qualsiasi quesito, a patto che s’impari a fare le domande giuste per ottenere i risultati voluti”. Provocatoriamente si potrebbe dire che nel futuro si realizzerà l’utopia marxista dei “mezzi di produzione nelle mani degli operai”; ma bisogna fare attenzione, perché in un attimo il sogno si potrebbe trasformare in incubo: “Siamo in un mondo digitale, fluido – avverte De Kerckhove – ma bisogna imparare a gestirle queste nuove tecnologie, dominarle e non essere dominati da esse, per non diventare dei Pinocchio 2.0, dei burattini del futuro nelle loro mani”.
Resta comunque un’occasione da non perdere. Sono tanti i vantaggi che i nuovi mestieri portano con sé. Innanzitutto contribuiscono a una ridistribuzione del lavoro; dal contratto si passa al servizio che ci rende liberi di sperimentare tanti contesti lavorativi. Per non parlare del basso costo – in termini di soldi e competenze – che si deve affrontare per entrare nel mercato (basti pensare che lo stesso smartphone può diventare uno strumento di produzione). In più, si sta assistendo alla progressiva liberalizzazione degli investimenti grazie soprattutto alle piattaforme di crowdfunding: si investe su singoli progetti anziché su sistemi economici, si scommette sull’idea. Parallelamente si rendono meno formali anche le professionalità: ci si auto-dichiara, non sono necessari titoli e attestati, basta dimostrare sul campo le proprie competenze.
“Tutto questo – conclude Saracco – si può racchiudere in un solo concetto: ognuno può facilmente diventare imprenditore di sé stesso”. Le condizioni favorevoli ci sono tutte, non resta che mettere sul piatto le idee. La rivoluzione si compie ogni giorno, basta volerlo.