Le guerre di Trump sono pozzi senza fondo di vite umane perdute, di soldi sprecati senza un perché, senza avere un’idea di come vada a finire. Se ne inquietano – ma è un po’ tardi – i repubblicani che, nel Congresso, temono di perderci le elezioni di midterm il 3 novembre. Per quelle, Trump, però, ha un piano dei suoi: cambiare le regole del gioco – non credo che ci riuscirà -; o, se gli andrà male, contestare i risultati e scaricare la colpa sui brogli (una sua fissa) o magari sulla Cina
Saranno due settimane domani che Usa e Iran intrecciano attacchi e contrattacchi con missili, droni e bombe, dopo che la tregua negoziale concordata a metà giugno per 60 giorni è andata in fumo per le provocazioni iraniane nello Stretto di Hormuz e le ripicche americane. E, negli ultimi giorni, l’opinione pubblica americana ha riscoperto che il conflitto non è indolore, non è un videogioco: ci sono state caduti nelle basi americane sotto tiro iraniano; erano oltre cento giorni che non accadeva.
Con questa somma di orrori e di errori in Medio Oriente, s’intreccia quello che avviene in Ucraina, dove il presidente Volodymyr Zelensky decide un rimpasto di governo altamente impopolare e mette a repentaglio l’inerzia favorevole acquisita dal suo Paese nel confronto con la Russia.
Con l’avallo del Parlamento, Zelensky sostituisce la premier Yulia Svyrydenko con Serhii Koretskyi e ‘fa fuori’ il giovane e popolarissimo ministro della Difesa Mykhailo Fedorov. Ma la destituzione di Fedorov, l’artefice della controffensiva ucraina in Crimea e in profondità sul territorio russo, suscita dubbi e proteste.
Zelenskuy, allora, destituisce il comandante in capo delle forze armate, generale Oleksandr Syrsky, e lo rimpiazza con il generale Mykhailo Drapatyi; e offre a Fedorov “un incarico di leadership”, che non è chiaro che cosa sia.
Nei pro e contro trumpiani dell’ultima settimana, c’è pure la fine dei Mondiali di calcio negli Usa. Avesse vinto l’Argentina, sarebbe stato il trionfo dell’ ‘asse del male’: una passerella per Trump, con il suo sodale Gianni Infantino, presidente della Fifa. L’altro suo clone, il presidente argentino Javier Milei, non era allo stadio per scaramanzia.
Invece, ha vinto – meritatamente – la Spagna. E Trump ha dovuto consegnare il trofeo alla squadra del Paese che più si oppone ai suoi diktat su spese militari e guerre contro il diritto internazionale. Ma Trump ha già pronto l’ennesimo cartellino rosso alla cooperazione multilaterale: vuole Infantino come segretario generale delle Nazioni Unite.
