“Tutto sommato, sarebbe stato meglio se avessimo trovato dell’acqua”. Questa dichiarazione è stata attribuita ad Ahmed Zaki Yamani, Ministro saudita del petrolio e delle risorse minerali dal 1962 al 1986. La teoria della “maledizione del petrolio” si può riassumere così: lo sviluppo dei paesi esportatori di petrolio tende spesso a produrre risultati socio-economici negativi. Diversi fattori contribuiscono a questa situazione. Innanzitutto, le forti fluttuazioni dei prezzi del petrolio rendono molto difficile una crescita costante. Secondariamente, i proventi del petrolio rafforzano la valuta del paese produttore di petrolio fino al punto di rendere le sue esportazioni non competitive, danneggiando le industrie nazionali e impedendo una diversificazione dell’economia. Inoltre, l’emergere di una classe opulenta, la cui ricchezza non deriva dal rischio e dall’iniziativa ma da legami clientelari, scoraggia lo spirito imprenditoriale e indebolisce l’etica del lavoro. Questa dipendenza dalle rendite caratterizza il fenomeno del rentier state, che conduce ad apparati statali ipertrofici e inefficienti, bassi livelli di produttività, corruzione e marcata ineguaglianza sociale. La tesi della maledizione del petrolio può aiutare a spiegare perché, tra il 1970 e il 1993, i paesi esportatori di petrolio sono cresciuti quattro volte più lentamente dei paesi privi di petrolio. Per di più, studiosi come Luciani e Beblawi, sulla scia delle ricerche di Mahdavi, hanno individuato una relazione tra lo sviluppo trainato dal petrolio e il sorgere di regimi autoritari. Un altro elemento, spesso trascurato, consiste nel fatto che questi paesi tendono a subire, a causa del pervasivo potere delle compagnie straniere, un rapido e aggressivo processo di modernizzazione sul modello occidentale: questo fenomeno spesso scatena reazioni radicali, con un impatto negativo sulla stabilità nel lungo periodo. Ciò è particolarmente vero in ambienti permeati dai valori islamici: nelle società musulmane, dove l’interesse e lo spreco sono proibiti dall’Islam e la giustizia sociale è vista come un obbligo divino, l’improvviso arrivo della modernizzazione occidentale può essere enormemente traumatico. Le scosse sismiche provocate da questa collisione hanno contribuito all’emergere di nuovi, “geneticamente modificati” movimenti islamisti radicali; dunque, l’estremismo islamico non è il riaffiorare di un presunto elemento tradizionale dell’Islam, ma deve essere letto nel proprio contesto socio-economico, storicamente situato.

Le false responsabilità dell’Islam. La tesi della maledizione del petrolio, insieme con la teoria del rentier state, ha permesso a economisti e scienziati politici di superare le spiegazioni che, per comprendere i problemi socio-economici e politici del Medio Oriente, facevano ricorso a fattori culturali e religiosi. In precedenza, era comune attribuire il presunto ritardo di questa regione all’Islam. Seguendo l’approccio di Michel Foucault, l’intellettuale palestinese Edward Said accusò gli studiosi occidentali di aver formulato una dicotomia: l’Occidente era celebrato come progressivo, dinamico e moderno, mentre l’Oriente Islamico era visto come arretrato e statico. Al contrario, la teoria della maledizione del petrolio attribuisce le difficoltà della democratizzazione e dello sviluppo economico del Medio Oriente e del Nord Africa all’economia politica, e non a fattori culturali. Accusare l’Islam non è semplicemente politicamente scorretto: è semplicemente falso. Nel campo economico, l’Islam esalta lo sviluppo e l’imprenditoria. Nel campo sociale, l’Islam sottolinea l’importanza della giustizia, e le società musulmane hanno sviluppato forme di welfare fin dai tempi del Profeta Muhammad (la pace sia con lui) e dei primi califfi al rashidun (ben guidati). Nel campo politico, le società musulmane hanno sviluppato, in quattordici secoli di storia, articolate forme di governo, nelle quali era garantito il rispetto delle minoranze. Il concetto di shura (consultazione), che caratterizza le società islamiche fin dall’alba dell’Islam, fornisce una valida struttura per forme di governo rappresentative come la democrazia. Le ragioni delle difficoltà del Medio Oriente e del Nord Africa non possono essere attribuite all’Islam: le vere cause sono altrove. L’economia politica può spiegare perché il Medio Oriente e il Nord Africa sono stati soggetti a regimi autoritari. L’economia politica può anche spiegare l’emergere delle correnti radicali dell’Islam politico. Dunque, senza cadere nel riduzionismo economico, cioè la tendenza a spiegare tutta la realtà sociale a partire da cause economiche, l’economia politica fornisce utili strumenti per comprendere le trasformazioni che hanno investito le società arabe e musulmane.

Le autocrazie portate dagli occidentali. Il Medio Oriente e il Nord Africa sono stati, a partire dalla campagna di Napoleone in Egitto del 1798, il campo di battaglia di guerre per procura tra le potenze coloniali occidentali; queste ultime hanno sostenuto regimi e movimenti politici per portare avanti i propri interessi. Le potenze occidentali hanno spesso promesso la democrazia, ma portato l’autocrazia. Non è una sorpresa se milioni di cittadini arabi non credono più al concetto di liberaldemocrazia occidentale. L’intrusione delle potenze occidentali durante gli ultimi due secoli ha drammaticamente alterato le società arabe e islamiche, impedendo con la forza lo sviluppo di forme indigene di governo rappresentativo, oltre a quello di modelli economici virtuosi. Anche l’affiorare di movimenti islamisti violenti deriva da fonti e ideologie occidentali, e non da una supposta natura violenta dell’Islam. L’approccio che attribuisce tutti i problemi del mondo arabo a una presunta essenza dell’Islam che, nel nostro caso, è vista come un ostacolo all’impresa privata e alla libertà, è chiamato essenzialismo. Il presupposto teorico dell’essenzialismo è che, per potersi sviluppare, le società arabe debbano liberarsi dell’Islam, o almeno marginalizzare la sua influenza, visto che l’Islam è considerato intrinsecamente arretrato e incompatibile con la modernità. Si può sostenere che questi fossero anche i postulati del progetto “modernizzatore” di Ataturk. L’importanza e la novità della tesi della maledizione del petrolio consiste anche nella sua critica degli approcci essenzialisti.

Dubbi e speranze della primavera araba. Comunque, ciò che è stato detto prima non deve condurre a un approccio deterministico, cioè alla convinzione che il futuro del Medio Oriente e del Nord Africa sia già scritto. La primavera araba ha sollevato molte speranze. I suoi risultati non sono ancora chiari. Le monarchie del Golfo, che sono sfuggite allo scontro sociale delle rivoluzioni, potrebbero aver iniziato un graduale, ma continuo, processo di trasformazione delle loro economie e società. Siamo di fronte a una rinegoziazione del patto sociale sul quale si fondano i paesi del Golfo? In effetti, un più inclusivo modello sociale potrebbe essere in via di formazione. Aperture democratiche troppo repentine, come quelle avvenute in altri paesi privi di forti istituzioni, rischiano di portare al potere partiti e movimenti che potrebbero non essere pronti per la democrazia. Al contrario, un approccio gradualista potrebbe essere più sostenibile sul lungo periodo. Un orientamento riformista, come quello cui stiamo assistendo nel Golfo, potrebbe evitare sia la tirannia della maggioranza sia l’avvento della fitna (concetto arabo che si può rendere con “caos”).
Nel XVIII e nel XIX secolo, la società europea sviluppò la sua economia e società anche grazie a quello che è comunemente noto come “assolutismo illuminato”. Sovrani come Federico il Grande di Prussia e Caterina la Grande di Russia implementarono profonde riforme, che consentirono alle proprie società di sviluppare istituzioni forti e fiorenti economie. Ciò non significa, ovviamente, che le società arabe debbano necessariamente seguire il modello europeo. Ma dimostra, comunque, che la stabilità e la prosperità possono non di rado essere il prodotto di riforme graduali promosse dall’alto. Infatti, la via d’uscita dalla maledizione del petrolio non deriva necessariamente dallo scontro sociale, ma dalla promozione della trasparenza e della responsabilità sociale. Innegabilmente, la primavera araba ha evidenziato la nascita di una gioventù colta che è, allo stesso tempo, orgogliosa della propria identità araba e musulmana e pronta ad affrontare le sfide della globalizzazione. La gioventù araba potrebbe pacificamente rinegoziare il patto sociale, diventando dunque protagonista di un nuovo rinascimento arabo (in arabo, Al-Nahda, con riferimento al risveglio culturale della fine del XIX secolo).

Il caso norvegese. La storia è influenzata, non determinata, da fattori economici. Dopo tutto, la Norvegia è un paese esportatore di petrolio, ma non ha sperimentato una maledizione del petrolio. I norvegesi hanno avuto la possibilità di scegliere il proprio destino, investendo i proventi del petrolio in sviluppo economico e welfare. Il petrolio non è necessariamente una maledizione; potrebbe essere, anzi dovrebbe essere, una benedizione. Il principale problema del marxismo ortodosso consisteva nell’identificare esclusivamente nell’economia il motore della storia, vedendo l’umanità come determinata dai fattori economici e trascurando la sua libertà e creatività. Seguendo il filosofo francese Jacques Maritain, l’economia e la società dovrebbero essere fondate sulla persona umana, invece che sulle presunte impersonali forze del mercato. Secondo l’Islam, l’umanità è il vice-reggente di Allah sulla terra. L’economia morale delle religioni abramitiche fornisce una straordinaria ispirazione per consentire alla società e all’economia di fiorire, promuovendo allo stesso tempo la libertà e la giustizia sociale. Tocca ora agli uomini e alle donne arabe prendere la storia nelle proprie mani e rovesciare la maledizione del petrolio, in modo da lavorare pacificamente alla costruzione di sistemi socio-economici più prosperi e più giusti.

Daniel Atzori

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