di MARIATERESA CALIENDO –
L’illusione di Facebook e Twitter come fattori decisivi della “primavera araba” è smentita dalle analisi sul campo. La carenza di leadership e di struttura sociopolitica dei ribelli della prima ora ha favorito l’emergere dei Fratelli mussulmani. Così rivela un’importante ricerca condotta da Bernard E. Selwan el Khoury, pubblicata dalla rivista Limes.
Internet, Facebook e Twitter sono considerati, incosciamente, gli artefici della primavera araba. In realtà sono soggetti a barriere tecnologiche, economiche e politiche che ne limitano l’influenza. Senza dimenticare che anche i regimi ne fanno uso.
Con lo sviluppo del web 2.0, e l’emergere dei social media come mezzo di comunicazione, si è aperto il dibattito sull’influenza che essi possono avere sull’attività politica. Un tema che ha generato una florida letteratura che, tra le altre cose, ha analizzato il rapporto tra Internet e dittature. Il web è da considerarsi uno strumento capace di esportare la democrazia e produrre la fine dei regimi, oppure no?
Secondo alcune correnti di pensiero la risposta a questa domanda è senza dubbio sì.
Mentre la popolarità dei social media aumentava a livello globale, si diffondeva la correlazione tra questi e i più importanti eventi di politica internazionale. Sono nate così definizioni come “il candidato della Rete” (facendo riferimento ad Obama durante le primarie democratiche del 2008), oppure “la rivoluzione di Twitter” (la rivolta iraniana del 2009), fino a giungere alla “social media revolution” con cui è stata battezzata l’intera primavera araba.
La ragione di tale parallelismo è da ricercare in due grandi doti di questi nuovi mezzi di comunicazione: quella di mobilitare, aggregare e diffondere informazioni e messaggi a una velocità superiore rispetto ai loro fratelli maggiori e quella di permetterne la rapida diffusione, grazie soprattutto alla tecnologia mobile.
Ma davvero il Web 2.0 è in grado di generare una rivoluzione?
La piattaforma Twitter è stata sfruttata a pieno dal braccio politico della Fratellanza egiziana, il partito Libertà e giustizia alle ultime elezioni legislative. Gli islamiti, creando di conseguenza molti altri web site di social media, avevano già compreso l’importanza strategica della comunicazione mediatica, usando anche l’inglese. In questo modo lo strumento mediatico ha abbattuto le barriere, per interagire direttamente con l’opinione pubblica occidentale.
Secondo la ricerca, in conclusione, esistono tre ragioni secondo le quali i social media non sono portatori di cambiamento istituzionale: la prima riferita alla loro stessa natura, ovvero al fatto che essi nascono come strumenti neutri, dove l’utente viene chiamato a svolgere come compito primario quello di inserire dei contenuti. In secondo luogo perché non sono beni accessibili a tutti, visto che sono richieste capacità e possibilità che portano ad escludere ampie fasce della popolazione. In terzo luogo perché non sono realmente parte del territorio o del vissuto quotidiano: hanno sempre bisogno di un ulteriore passaggio, di un’entità fisica come gruppi, partiti, associazioni, che tramutino in fatti le aspirazioni virtuali.

Questo è solo uno degli importanti temi su cui si dibatterà durante la IV edizione del “Premio Nostalgia di Futuro in ricordo di Giovanni Giovannini” che si terrà a Roma il prossimo novembre. Saranno coinvolti importanti scienziati e personaggi del mondo della politica e della cultura per discutere sul futuro della “persona digitale”.
Il programma coinvolgerà il mondo imprenditoriale e neolaureati particolarmente preparati per parlare del futuro scritto nelle pagine della rete.
Qui è possibile scaricare il bando

Mariateresa Caliendo

media2000@tin.it

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