“L’era dell’incertezza in assoluto”. Ha definito così il nostro tempo della transizione digitale Derrick de Kerckhove, direttore scientifico di Media Duemila e Osservatorio TuttiMedia, in conclusione dell’evento online che si è tenuto ieri, 4 maggio, per iniziativa congiunta di FERPI Lazio e Osservatorio TuttiMedia, con la media partnership di Media Duemila. Personal Digital Twin: alter ego digitale e comunicazione”, il titolo dell’incontro – moderato da Diana Daneluz, consigliere regionale della Federazione Relazioni Pubbliche Italiana ed introdotto da Giuseppe De Lucia, delegato Ferpi Lazio – a significare che il percorso speculativo sarebbe partito da questa nuova figura digitale, il gemello digitale personale, per valutarne le ricadute su relazioni, professioni, comunicazione.

Un percorso che – e non poteva essere altrimenti, nonostante la preparazione dei relatori, tutti personalmente soggetti attivi di questa transizione oltre che suoi critici osservatori – ha condotto più a domande che a risposte, in ossequio alle problematicità che pone. Dal pamphlet “Oltre Orwell: il gemello digitale” scritto insieme allo stesso de Kerckhove da Maria Pia Rossignaud, direttrice di Media Duemila, prima rivista di cultura digitale italiana e vicepresidente Osservatorio TuttiMedia, lo spunto inziale al confronto. Una “storia”, quella del gemello digitale come raccontata dalla giornalista, poco nota al grande pubblico, quello stesso pubblico che però ogni giorno lascia in rete scie di sé come la bacchetta magica della fatina Trilli o come i sassolini di Pollicino, come qualcun altro ha detto. Una esternalizzazione delle nostre vite attraverso i dati, anche personali, personalissimi, che immettiamo in rete, e che viene composta e ricomposta in banche dati che in qualche modo prescindono, vivono e interagiscono autonomamente rispetto a noi: i nostri avatar, appunto.

Il digitale che si frappone decisamente nelle relazioni che ciascuno di noi vive, gli algoritmi come ulteriori soggetti sociali della città digitale abitata ormai dalla maggior parte delle persone nella loro vita “onlife”, impongono infatti una riflessione anche etica, anzi algoretica, come propone Padre Paolo Benanti, francescano del Terzo Ordine Regolare, teologo, docente di neuroetica, bioetica e teologia morale all’Università Pontificia Gregoriana. Una possibile strada, quella da lui indicata, verso un’etica capace di tenere insieme il termine “valore” di natura etica con il termine “valore” di natura computabile proprio delle macchine, per rendere comprensibili alle macchine stesse le istanze sociali e valoriali acquisite dalle nostre democrazie occidentali. Algoretica come scatola di cristallo che renda trasparente, al pari di come il gemello digitale sta rendendo trasparente l’uomo, l’algoritmo e la direzione che percorre.

 Il problema infatti è che queste macchine sono sempre più, anche se non da oggi, come ha ricordato Daniela D’Aloisi – ingegnera responsabile area servizi digitali della Fondazione Ugo Bordoni, con la passione da sempre per l’IA – agenti autonomi capaci di prendere, altrettanto autonomamente, delle scelte. Si pone quindi il problema delle loro capacità decisionali, legato al concetto stesso di delega e di conoscenza. Le macchine apprendono, attraverso l’algoritmo, i sensori, il machine learning. Fanno da sole, e possono inglobare, come è stato, nel loro processo di apprendimento, pregiudizi e dati incorretti. E tutto si riflette e si rifletterà nelle decisioni che prendono.

Le professioni della comunicazione e dell’informazione che cambiano nella testimonianza di Aldo Fontanarosa, giornalista de la Repubblica, saggista, autore da ultimo di un libro proprio sull’intelligenza artificiale in redazione, “Giornalisti Robot”. Accanto ad esempi in cui le macchine, come anche da più parti si paventa, si sono in effetti sostituite tout court al lavoro dell’uomo, come i conduttori di telegiornali virtuali molto diffusi in Oriente, nella sua esperienza di giornalista e soprattutto di blogger ha sperimentato ed utilizza diverse applicazioni di intelligenza artificiale, anche sul modello di repliche digitali, alcune disponibili gratuitamente altre a pagamento, che sono state e sono senz’altro utili al suo lavoro, per semplificarlo e amplificarlo. Registra tuttavia anche notizie di App che possono mettere a repentaglio il lavoro, come ad esempio nel doppiaggio, con doppiatori che lamentano come sia stato loro richiesto di firmare liberatorie all’uso della loro “voce”, indipendentemente dal loro ingaggio.

Meraviglie utili l’intelligenza artificiale e il gemello digitale per Fiorella Operto, co-fondatrice e vicepresidente della Scuola di Robotica. Un esempio per tutti quello della sanità, dove ci permettono di prevenire e intervenire su problemi e patologie molto più velocemente. Ma è fondamentale conoscere e divulgare conoscenza scientifica. L’intelligenza artificiale non è perfetta. I robotici usano molto la simulazione, simulazioni che spesso sbagliano, quindi la decisione della macchina è, sarà, comunque passibile di errore. Come i bambini usano lo smartphone seguendo regole semplici che non sono confacenti allo strumento che invece è molto più complesso, con quanto di negativo ne discende, così nell’interazione in un ambiente misto uomo–macchine l’educazione al digitale, alla robotica, alla robo-etica è fondamentale. È essenziale quindi che si lavori perché sia appreso fin dalla giovane età che il tempo del digitale non è quello umano, lo spazio umano non è (solo) quello digitale, e soprattutto l’Io umano non è quello digitale per evitare un appiattimento, anche psicologico e sociologico, derivante dalla omogeneizzazione dei dati.

Il Digital Twin, ha concluso, per ora, Derrick de Kerckhove, inizialmente, in industria la replica digitale di motori o installazioni complessi, nata per anticipare possibili guasti ed eseguire diagnosi a distanza, ha aperto quindi la strada a qualcosa di molto diverso, al Personal Digital Twin, figura retorica della trasformazione digitale, un avatar, la nostra vita raccontata dai dati, accesso universale bidirezionale fra l’uomo e la rete. La dimensione della reciprocità dell’informazione è parte della nostra società e questa nuova essenza dell’essere si è manifestata con forza nell’era del Covid-19. L’informazione, come il virus, parte dall’uomo, arriva fuori dell’uomo, può cambiargli la vita attraverso il gemello digitale, l’“altro me” che si fa strada nel mondo degli assistenti virtuali. Nella società della datificazione è possibile replicare l’essere umano assembrando tutti i suoi dati e aprire così ad ambiti professionali e di comunicazione inesplorati. Stiamo andando verso un Personal Digital Twin che deciderà per noi, comunicherà per noi; i gemelli digitali potranno interagire tra loro e contestualizzare i dati rispetto alle integrazioni con l’ambiente. In qualche caso, nella moda ad esempio, sta già avvenendo. L’esternalizzazione della nostra memoria, delle nostre facoltà, del nostro essere non è più arrestabile, ma non va sottovalutata. È una trasformazione epocale. È imperativo che ci si continui ad interrogare e a confrontare sul posto e sull’azione e la vita dell’uomo nel nuovo spazio virtuale abitato anche dagli algoritmi. Conoscere per comprendere e restare, soprattutto, liberi.