Studentesse e studenti della classe di Agenzie e Nuovi Media del corso di laurea in Editoria e Scrittura della Facoltà di Lettere della Sapienza hanno seguito, mercoledì 27 maggio, il convegno dal titolo ‘Europa alla sfida della guerra ibrida e cognitiva: le responsabilità dell’informazione’, organizzato, presso la sede in Italia del Parlamento europeo, a piazza Venezia, dall’Ufficio per l’Italia del Parlamento europeo, dall’Osservatorio TuttiMedia e da Media Duemila. Queste alcune loro cronache dell’evento – alcune altre sono state pubblicate i giovedì scorsi 4 e 11 giugno –.
Algoritmi e fake news: la sfida della guerra ibrida l di Claudia Alfarone, Roberta Di Giuseppe, Giulia Maturi, Giulia Renda
Il maxischermo dell’aula con il titolo del convegno sulla minaccia ibrida.
Le guerre contemporanee non si combattono più soltanto sui campi di battaglia. Oggi il bersaglio è la mente dei cittadini: percezioni, opinioni e fiducia collettiva. Accanto ai tradizionali fronti militari, le reti sociali si riempiono di fake news, contenuti manipolati e campagne di disinformazione. È da questa consapevolezza che ha preso avvio il convegno ‘Europa alla sfida della guerra ibrida e cognitiva: responsabilità dell’informazione’.
“La manipolazione informativa non si limita più alla diffusione di notizie false, ma costituisce un ecosistema capace di saturare lo spazio informativo e generare caos cognitivo”, ha affermato Cristina Monti, capo dell’ufficio politico della Rappresentanza in Italia della Commissione europea. Un fenomeno amplificato dall’intelligenza artificiale (IA) e dai deep fake, che rischia di minare la fiducia nelle istituzioni e nella realtà stessa.
Davanti a questa minaccia, la risposta europea deve essere netta. “Le democrazie si consumano lentamente, erodendosi piano piano”, avverte Pina Picierno, vice-presidente del Parlamento europeo. Riconoscendo la necessità di una dottrina per la sicurezza, l’eurodeputata propone misure inedite: l’istituzione di un’agenzia per la resilienza cognitiva, l’obbligo di trasparenza per gli algoritmi dei social e la creazione di veri e propri ‘stress test’ per le infrastrutture strategiche. “Senza un’informazione professionale non esiste resilienza democratica”, conclude, indicando nel giornalismo di qualità la prima linea di difesa.
I relatori e i rappresentanti istituzionali durante il dibattito nella sala Europa.
Un terreno che chiama in causa direttamente i colossi della rete. Il dibattito sulla responsabilità delle piattaforme digitali vede infatti posizioni contrapposte. Diego Ciulli, responsabile affari istituzionali di Google per il Mediterraneo, difende l’operato del motore di ricerca e sottolinea il rispetto dei codici Ue. Cita il blocco dei canali di disinformazione russi e l’introduzione di watermark invisibili su YouTube per tracciare i video generati dall’IA, invocando una maggiore educazione digitale.
Di contro, l’eurodeputato Gaetano Pedullà critica i ‘doppi standard’ del mercato e contesta l’ipocrisia dei sistemi di IA. Pedullà si oppone fermamente a una ‘cabina di regia’ centralizzata dell’informazione per evitare il rischio di censure ed etichette calate dall’alto, rivendicando la tutela del pluralismo e la necessità di un fact-checking indipendente.
Se le guerre ibride agiscono sulla percezione e sulla capacità di orientarsi nel flusso informativo, la risposta non può limitarsi alla tecnologia o alle sole regolamentazioni. La vera trincea del futuro, come sottolineato dall’eurodeputato Salvatore De Meo, è l’alfabetizzazione digitale e cognitiva, da rafforzare in tutte le fasce d’età. Sviluppare un pensiero critico e una sana capacità di discernimento diventa essenziale per costruire una società più resiliente.
La sfida per le democrazie resta quella di trovare un equilibrio tra sicurezza digitale, libertà di espressione e tutela del pluralismo, evitando che la paura finisca per limitare ciò che si vuole proteggere.
Natale, non essere meno esigenti sull’informazione che sulla marmellata, di Sofia Ciarlariello
“Se andiamo in un supermercato e scopriamo che dal barattolo della marmellata è scomparsa l’indicazione degli ingredienti, ci arrabbieremmo o no come consumatori? Rivendicheremmo il nostro diritto di sapere? Perché allora agli algoritmi non dobbiamo chiedere e non dobbiamo esigere uguale trasparenza”. A dirlo è Roberto Natale, consigliere d’amministrazione Rai, durante il convegno ‘Europa alla sfida della guerra ibrida e cognitiva: responsabilità dell’informazione’.
La conferenza si è svolta mercoledì 27 maggio presso la sede del Parlamento Europeo a Roma, e ha raccolto figure delle istituzioni europee e nazionali, giornalisti, professori ed esperti delle nuove tecnologie per discutere sul ruolo dell’informazione nell’era della disinformazione, e sui conflitti che oggi trovano terreno di scontro nello spazio cognitivo e mediatico. Al centro del dibattito anche le guerre ibride, che sfruttano gli strumenti tecnologici al fine della manipolazione digitale, per influenzare la pubblica opinione e minare la stabilità internazionale.
“Il servizio pubblico è parte fondamentale dell’informazione affidabile” aggiunge Natale, e riprende le parole della vicepresidente del Parlamento europeo Pina Picierno, che prima di lui ha parlato di come la disinformazione e la manipolazione informativa minaccino anche le democrazie più avanzate.
Di fronte a questi rischi il consigliere Rai ricorda l’European Democracy Shield, l’iniziativa della Commissione europea per salvaguardare le democrazie e il loro spazio informativo. La strategia dell’Ue si impegna nella tutela dell’informazione dei servizi pubblici, che per l’esponente Rai deve essere certa, prevedibile e programmabile.
Da qui, secondo Natale, la responsabilità della Rai di contribuire all’alfabetizzazione digitale attraverso programmi che raccontino il funzionamento delle manipolazioni online. “Qualche ora di Garlasco in meno e qualche ora di educazione digitale in più” dice il consigliere d’amministrazione e cita due programmi, ‘Codice- La vita è digitale’ di Barbara Carfagna su Rai 1 e ‘Eta Beta’ di Massimo Cerofolini su Rai Radio 1, degli spazi che crede andrebbero allargati.
Tra questi c’è anche la serie Rai ‘Uniti contro la disinformazione’, pillole di un minuto che spiegano come riconoscere le fake news e i contenuti generati dall’intelligenza artificiale. Natale propone infatti di introdurre la visione di questo programma nelle scuole e aggiunge: “Come giornalisti del servizio pubblico ci dichiariamo disponibili a offrire gratuitamente sostegno agli insegnanti, perché queste pillole possano rappresentare uno strumento di educazione”.
“Paralisi democratica” e disinformazione: la sfida della guerra ibrida, di Emma Zanni
La Sala Europa.
“La guerra ibrida non mira soltanto a occupare territori, ma emozioni, percezioni e processi decisionali: mira a produrre la paralisi democratica»: è questo il duro avvertimento lanciato da Pina Picierno, vice-presidente del Parlamento europeo, ai rappresentanti delle istituzioni europee e delle piattaforme digitali.
L’appello viene durante il convegno ‘Europa alla sfida della guerra ibrida e cognitiva: responsabilità dell’informazione’ tenutosi lo scorso 27 maggio a Roma presso l’ufficio del Parlamento europeo in Italia. L’evento ha riunito rappresentanti delle istituzioni europee e nazionali, giornalisti, professori, esperti di innovazione, sicurezza e comunicazione per riflettere sulle nuove forme di conflitto informativo.
Nel mondo contemporaneo le modalità di svolgimento delle guerre sono cambiate: non si combattono soltanto sul piano militare o attraverso il controllo dei punti nevralgici delle città, ma anche nello spazio informativo.
La disinformazione è diventata uno strumento strategico nei conflitti geopolitici contemporanei e non può più essere ricondotta ad una semplice questione mediatica. Nelle guerre ibride l’obiettivo finale è destabilizzare la fiducia sociale e alterare la percezione collettiva della realtà. Ciò viene facilitato dagli algoritmi, i quali sono in grado di favorire fake news, creare una polarizzazione delle informazioni e mettere i cittadini gli uni contro gli altri. Il rischio è di non saper più distinguere il vero dal falso.
“Le grandi piattaforme hanno avuto enormi responsabilità: per anni sostenevano di essere meri intermediari tecnologici, al contrario costruivano sistemi algoritmici creati per polarizzare e creare dipendenza emotiva» dichiara la vice-presidente del Parlamento europeo.
È in questa fase che la questione da teoria diventa pratica, intaccando direttamente diversi aspetti. In primo luogo, l’economia avanzata che si basa sulla fiducia nei mercati, nella sicurezza e nelle istituzioni democratiche. In mancanza di certezze, le infrastrutture diventano fragili e crolla la competitività economica.
Un’altra vittima delle guerre ibride è il piano elettorale. Durante il convegno, Cristina Monti, capo del settore politico della Rappresentanza in Italia della Commissione europea, ha parlato del rischio di un vero e proprio caos cognitivo, capace di intaccare la fiducia nell’ambiente informativo fino a influenzare il comportamento elettorale dei cittadini.
Una preoccupazione ripresa anche da Diego Ciuli, rappresentante di Google Italia, che ha definito le elezioni italiane del prossimo anno uno stress test rispetto alla capacità di contrastare campagne coordinate di disinformazione. Di fronte a questo scenario non è più sufficiente insegnare le competenze digitali di base. Un’educazione cognitiva aggiornata permette di saper comprendere i meccanismi della manipolazione in rete e saper distinguere il vero dal falso creato tramite l’intelligenza artificiale.
L’Unione europea dispone già di alcuni strumenti normativi, come il Digital Services Act o l’European Media Freedom Act, introdotti per aumentare la trasparenza delle piattaforme digitali. Tuttavia, secondo Pina Picierno, non è sufficiente: “È indispensabile la creazione di un’agenzia europea per la resilienza cognitiva e per la difesa democratica, capace di integrare intelligence civile, monitoraggio degli algoritmi e di protezione delle infrastrutture informative strategiche”. La resilienza democratica appare sempre più legata alla sicurezza tecnologica e alla qualità dell’ecosistema informativo.
La buona informazione come baluardo della democrazia, di Lorenzo Corleto
Di cosa ha bisogno la democrazia per sopravvivere? Di un nome e di un volto che diano le giuste informazioni. Lo capirà, suo malgrado, il lettore di un futuro nemmeno troppo remoto quando, morti i giornali, si sveglierà e si chiederà: «di chi mi fido, oggi?». È una delle riflessioni di Andrea Malaguti, direttore de La Stampa, durante il convegno di mercoledì 27 maggio organizzato dall’Osservatorio TuttiMedia sul tema della responsabilità dell’informazione al tempo della guerra ibrida e cognitiva.
Il legame tra giornalismo e democrazia è forte, imprescindibile. Steven Levitsky e Daniel Ziblatt, due politologi statunitensi dell’Università di Harvard, in un saggio del 2019 hanno individuato i quattro parametri della perfetta autocrazia: tra questi vi sono anche il cattivo uso dei media e l’impulso alla disinformazione come limitazione delle libertà civili. Ingannare i cittadini significa dunque privarli dell’ossigeno vitale di cui è fatta la democrazia. Questa asfissia di informazione è un male molto diffuso al giorno d’oggi: secondo uno studio dell’Università di Göteborg del 2025, riportato da Malaguti, il 74% della popolazione mondiale vive sotto autocrazia e solo il 7% è in un regime pienamente democratico.
Nell’era di Internet, dei social e ancor più dell’Intelligenza Artificiale, la preoccupazione del lettore del futuro di cui parlava Malaguti è già avvertibile: il rapporto privilegiato tra giornalista e utente è oggi frantumato in una pluralità di fonti diverse, di commenti senza identità, di documenti manipolati.
Come hanno osservato Andrea Riffeser Monti, presidente della Federazione Italiana Editori Giornali, e Antonio Marano, presidente di Confindustria Radio Televisioni, la responsabilità morale e legale del giornalista viene meno nella Rete senza nome e senza volto. Il rischio è la diffusione incontrollata di fake news senza la possibilità di riconoscerne la paternità: secondo le parole di Carlo Chianura, direttore del Master in Giornalismo della LUMSA, il giornalista deve restare la prima fanteria contro la disinformazione.
In suo aiuto accorre proprio la tecnologia: Diego Ciulli, responsabile di Google nel Mediterraneo, ha dichiarato che da qualche giorno YouTube ha integrato un programma capace di riconoscere contenuti realizzati con l’AI, applicando un ban di avvertimento per l’utente.
Ma potrebbe non bastare: serve una educazione digitale che parta dal basso. Roberto Natale, consigliere di amministrazione RAI, nel suo intervento ha proposto la proiezione di pillole informative di un minuto sul tema del digitale prima della trasmissione dei programmi in prima serata. Enrico Borghi, senatore di Italia Viva, ha presentato il caso della scuola finlandese, dove già dalle elementari i ragazzi sono educati al riconoscimento critico delle fake news. L’Italia resta invece il Paese europeo con maggiore tasso di disinformazione, causa e al tempo stesso conseguenza di maggiore ‘fragilità democratica’, come ha sottolineato il sottosegretario all’Editoria Alberto Barachini.
L’intervento di chiusura del sociologo canadese Derrick De Kerckhove suona come un monito per le future generazioni. L’avvento dell’Intelligenza Artificiale è la quarta industrializzazione del linguaggio umano dopo la scrittura, la stampa e la digitalizzazione, ma a differenza delle altre è più pericolosa: per la prima volta nella storia l’uomo affida a un sistema esterno ciò che gli ha reso possibile vivere in un regime democratico: la mente. In Brainframes, saggio del 1993, De Kerckhove aveva avanzato la teoria per cui l’ambiente mediale esterno modifica la configurazione del nostro cervello: dobbiamo impedire alla disinformazione di sopraffarci e cambiarci, prima che sia troppo tardi.
Il direttore de La Stampa: “Piattaforme cancellano le differenze tra notizie”, di Lorenzo De Socio
Secondo Andrea Malaguti «il giornalismo qualificato non è più distinguibile a causa delle piattaforme, dove ogni contenuto è presentato allo stesso modo. Tra cinque anni l’informazione sarà solo sul web e non sapremo più di chi fidarci per capire il mondo». Il direttore de La Stampa è intervenuto nel corso dell’incontro Europa alla sfida della guerra ibrida e cognitiva: responsabilità dell’informazione, avvenuto nella sede del Parlamento Europeo di Roma mercoledì 27 maggio.
Il convegno, promosso dall’Osservatorio TuttiMedia, ha coinvolto figure politiche, imprenditoriali, giornalistiche e rappresentanti delle BigTech. In ballo le possibili risposte da mettere in campo da parte dell’Ue contro la disinformazione e il mutamento percettivo di paesi autoritari, come Russia e Cina, nelle loro azioni di guerra mediatica e cibernetica.
Secondo il giornalista bolognese, l’informazione sarebbe «oggetto di pirateria» da parte dei social che rendono gratuito e accessibile a tutti un prodotto che le redazioni giornalistiche devono pagare per la sua realizzazione. Il confronto tra informazione tradizionale e social media è stato quindi «uno scontro perso male» dalla prima.
«Questo significa che l’informazione è distrutta perché si pensa che sia tutta uguale. E’ una distruzione di senso che tra alcuni anni, quando non ci saranno più i giornali, porterà a chiedersi “Adesso, di chi mi fido?”. Alla fine di questa ubriacatura, si ripartirà cercando di capire chi è che sta dietro all’informazione e se sia davvero affidabile».
La crisi della carta stampata, però, non coincide con la crisi dell’editoria periodica:«anche se nelle edicole vendiamo a stento 60 mila copie al giorno, grazie ai social raggiungiamo 5 volte tanto il numero di persone rispetto a vent’anni fa. Ciò significa che la gente ha ancora fame di informazione. In tutti i momenti più importanti degli ultimi cinque anni, dal Covid fino alle ultime guerre, i lettori si sono affidati alla nostra testata. Abbiamo registrato accessi moltiplicati per dieci nei periodi più intensi».
Le persone cercano una comunicazione qualificata quando sono in difficoltà e si affidano a nomi e volti che dimostrano professionalità e confronto. Invece «l’anonimato garantito dai profili social non consente di conoscere chi sta parlando, perché e se sia affidabile. Per disporre di un’informazione qualificata e riconoscibile bisogna pagare e fidarsi dei giornalisti».
«Solo in questo modo», prosegue, «puoi decidere se ti piace quello che sto scrivendo oppure se denunciare come una notizia falsa. Quello che non puoi fare è domandarti se chi ti sta parlando ti sta manipolando, perché è riconoscibile».Contrastare le notizie false e esprimere dissenso sono azioni fondamentali per la tenuta della democrazia.
Malaguti conclude riportando i dati del Democracy Report 2026 del V-Dem Institute dell’Università di Goteborg:«Più del 90% della popolazione mondiale non vive sotto una democrazia liberale piena. Il 74% vive sotto forme autocratiche». Per la prima volta dopo 50 anni anche gli Stati Uniti non sono più considerati una democrazia perfetta, ma hanno perso terreno a partire dalla seconda presidenza Trump. Il direttore del giornale torinese individua nel nuovo rapporto instaurato tra big tech e politica americana un segnale di pericolo per la democrazia. «La tecnologia si è messa al servizio del potere. Ed è un problema se si pensa che la tecnologia controlla l’informazione».,



