Gap letteralmente significa divario, spazio vuoto, interruzione. Dal suo significato in lingua inglese, gap indica infatti lo spazio tra due oggetti lasciato libero dalla mancanza di qualche cosa.

Ed è proprio questo il punto di partenza: la mancanza del requisito della continuità, della presenza costante della donna.

Ma procediamo con ordine.

Per quanto tempo “ci mancherà” qualcosa? Alcuni dati alla mano

Il Global Gender Gap Report 2020 pubblicato dal World Economic Forum, spesso citato quando si affrontano questi temi, ci anticipa che occorrerà ancora quasi un secolo prima di raggiungere la parità di genere. Sono 100 gli anni che devono trascorrere prima di poter veder colmato il gap, questo significa che nessuno di noi potrà toccare con mano la parità di genere sul lavoro.

Un dato sconcertante se letto unitamente a quello che vede l’Italia posizionata al 76esimo posto nelle pari opportunità lavorative fra uomo e donna, e al 17esimo posto se si contano solo i 20 Stati dell’Europa Occidentale (siamo davanti solamente a Grecia, Malta e Cipro).

Volendo poi citare un altro report, l’ultimo rapporto Censis del 2019 descrive una situazione femminile in Italia niente affatto positiva. Le donne che lavorano sono 9.768.000, cioè il 42,1% degli occupati totali. Il tasso di attività è pari al 56,2%, che ci pone all’ultima posizione tra i Paesi europei; la Svezia guida la classifica con 81,2% di donne occupate. Per fasce di età la situazione è ancora peggiore; il tasso di occupazione nella fascia di età 15-64 anni è del 49,5% per le donne e del 67,6% per gli uomini.

Il nostro posto nella società: una questione di ruoli

Solo il 27% delle donne in Italia è una manager,  negli altri paesi europei la media sale al 33,9%. Nelle posizioni apicali  storicamente esiste una predominanza maschile: le donne sono spesso sottopagate e “demansionate”, visto che lo stesso Censis (Rapporto 2019) riporta “non solo le donne sono sottorappresentate nelle posizioni apicali, ma tendono anche ad essere vittima di overeducation, vale a dire che, anche quando sono occupate, non è raro trovarle in posizioni per cui sarebbe sufficiente un titolo di studio più basso”. Una conferma che si trova anche tra la popolazione, il 48,2% degli italiani è infatti convinto che le donne per raggiungere gli stessi obiettivi degli uomini debbano studiare di più.

“When a position is filled, the decision needs to be based on the best and most suitable qualifications, not on the person’s gender.”

 Marianne Heiss, Audi AG Supervisory Board

Marketing e comunicazione: l’entità dello spazio vuoto

Sempre il World Economic Forum ci indica un altro dato interessante: i divari di genere sono evidenti in ruoli qualificati specifici. I ruoli legati al Marketing, vendite e sviluppo del prodotto sono più vicini alla parità di genere rispetto ad altri, con le donne che rappresentano il 40%, 37% e 35% della forza lavoro.

Da questo punto di vista è molto interessante analizzare il secondo rapporto italiano (anno 2019) di UNA, l’Associazione delle Aziende della Comunicazione Unite, dal titolo “Il mercato del lavoro nel settore della comunicazione italiana”.
Oggetto d’analisi del rapporto sono le società di comunicazione attive in Italia, ovvero “tutte quelle realtà che offrono consulenza creativo/strategica (le agenzie creative, digital e social), che si occupano di realizzazione e produzione (case di produzione audio, video, stampa, digital, etc.) e di pianificazione media, pubbliche relazioni, listening e social”, come si legge all’interno del report. L’industria creativa, per definizione, necessita più di altre di capitale umano e apporto intellettuale, non a caso il settore registra una elevatissima presenza di giovani, anche in virtù della loro apertura verso le nuove tecnologie digitali e i mezzi di comunicazione più innovativi.

Ma quali sono i principali risultati del Rapporto?

  • Il settore è caratterizzato da un’occupazione molto giovane e da una forte presenza femminile. Gli occupati con un’età compresa tra i 15 e i 34 anni sono il 47% del totale, le donne il 65%.
    Dall’analisi della composizione della forza lavoro per genere, emerge chiaramente come nel settore delle società di comunicazione lavori un elevato numero di donne, valore pressoché stabile in tutte le fasce di età.

 

  • Nonostante un’occupazione a maggioranza femminile, le donne appaiono fortemente sottorappresentate nelle posizioni apicali delle società. Se guardiamo alla percentuale di donne in corrispondenza di ciascun livello di inquadramento, le società di comunicazione mostrano una presenza femminile superiore a quella del resto del comparto servizi in corrispondenza di tutti i livelli di inquadramento. Tuttavia, un forte divario di genere emerge proprio confrontando la percentuale media di donne tra tutti gli occupati del settore con quella nelle posizioni apicali delle società. Tra i dirigenti, infatti, la quota di donne scende drasticamente di ben 30 punti percentuali al di sotto della media di settore (passando da 66% a 36%). Tale sottorappresentazione delle donne è molto più pronunciata nelle società di comunicazione che nel resto del settore servizi. Viceversa, se guardiamo ai livelli di inquadramento più bassi, le donne sono fortemente sovra-rappresentate.

Please, “Mind the gap”

Gli stereotipi di genere sono ancora un dato di fatto, anche il settore della comunicazione si conferma caratterizzato da una forte disparità di genere nella probabilità di accesso ai livelli di inquadramento più elevati e, di conseguenza, alle posizioni apicali all’interno delle aziende.

Il contesto attuale, quello caratterizzato dalla pandemia, tende ad acuire le disparità esistenti sia nel lavoro che nella sfera sociale. Secondo il report The Impact of Covid-19 on Women, le conseguenze di questa situazione sono ancora più devastanti: donne che lavorano molto meno degli uomini e con stipendi inferiori.

Nonostante questo, il mondo occidentale ha adottato il paradigma della sostenibilità, una rivoluzione auspicata, volta a mantenere uno sviluppo socioeconomico duraturo che è anche stato declinato tramite gli obiettivi espressi in Agenda 2030. Il numero 5, chiaramente definito “Parità di Genere” (Gender Equality), apre alla concreta speranza di colmare un vuoto: la parità di genere non è solo un diritto fondamentale dell’umanità, ma condizione necessaria per un mondo sostenibile.

“Se le donne vincono, gli uomini stessi vincono.”

Peterson, London Business School