Difficile non scadere nella banalità, dopo un anno come quello che stiamo per metterci alle spalle: si è detto e scritto tutto e il suo contrario, e ci sta che i temi siano quelli che hanno segnato indelebilmente le nostre vite.  A me piace andare controcorrente, cercherò quindi di non sprecare il tempo che state dedicando a questo mio messaggio proponendo un paio di riflessioni.

La prima riguarda il superamento della dimensione fisica che, negli ultimi tempi, in molti dipingono come una sorta di soluzione salvifica. Onestamente a me pare la scoperta dell’acqua calda, perché il passaggio da analogico a digitale non è la direzione imposta dalla pandemia, ma la strada che percorriamo da oltre 40 anni. Per giunta a tutta velocità.

Dico questo non per fare polemica ma perché, lavorandoci, ritengo che in questo ambito gli assolutismi producano veri e propri mostri comportamentali, peraltro con un indice di contagiosità drammaticamente alto.

L’equilibrio è fondamentale: certo che smart working e didattica a distanza sono meglio di un’interruzione totale di lavoro e scuola, ma questo non significa che possano sostituirli in pianta stabile come afferma qualcuno.

Lo dice uno che è tra quelli che, appena scattato il primo lockdown, hanno dovuto gestire decine di giovani tenendo alta la loro soglia d’attenzione attraverso l’occhio di una webcam.

Poi, oltre alle persone ci sono gli oggetti.

La dimensione fisica ci consente di collocare qualcosa nel tempo e nello spazio, pensiamo a un libro e alle informazioni che contiene: occupa un posto ben definito nei nostri scaffali e probabilmente, a meno che qualche scellerato non lo distrugga, ci sopravviverà e nel corso dei decenni capiterà tra le mani di diverse persone oggi non ancora nate che lo leggeranno, magari diffondendone i contenuti.

Medesimo ragionamento che possiamo fare per un disco, una foto o una pellicola contenente un film. I file invece no. Si accatastano nelle memorie dei nostri device o nei cloud e così, dopo qualche giorno, ci scordiamo di averli: per quanto comodi e sempre a portata di mano, è impossibile dare a un ebook lo stesso valore di un libro cartaceo, a una playlist quello di un cd e alla nostra galleria di foto quello di un album stampato.

Ogni volta che vado a casa di mia mamma ancora sfoglio gli album che i miei genitori facevano quando io e le mie sorelle eravamo piccoli, mentre se volessi aprire i file di vent’anni or sono farei fatica, perché formati e supporti digitali cambiano molto velocemente.

Insomma, rischiamo che la nostra generazione tramandi ai posteri molta meno storia rispetto a quelle precedenti, se non stiamo attenti potrebbe essere il vero paradosso dell’era dell’informazione: essere condannati a vivere in un oggi perenne, in cui non vi è memoria di ieri e tempo per pensare a ciò che verrà domani.

Che sia un’involuzione travestita da evoluzione? Se da una parte è vero che un popolo senza memoria – e quindi senza identità – è infinitamente più controllabile e manipolabile, dobbiamo osservare che la rivoluzione digitale è agli albori: governarla sta a noi, anche sfruttandone gli enormi vantaggi.