Riproponiamo l’intervista uscita sul numero cartaceo di Media Duemila (marzo/aprile n. 298) fatta a Lucy Lombardi, Responsabile di Partenership & Industry Relations di Telecom Italia. Una interessante analisi sui problemi relativi alla privacy nell’era dell’Internet delle cose.
Lucy Lombardi - TelecomInnovazione oggi, a che punto siamo?
“Stiamo in una fase bellissima. Ogni periodo di grandi cambiamenti porta con sé ossigeno, stimolo, innovazione. Abbiamo vissuto, negli anni ‘90, un primo periodo di grande rivoluzione con la diffusione del cellulare su larga scala grazie alle economie di scala e all’interoperabilità. Questo ha permesso di connettere le persone. Abbiamo poi vissuto una seconda fase iniziata nel 2002, di grande innovazione portata dalla diffusione di Internet sul mobile che ha permesso alle persone di accedere ad un infino ecosistema di servizi. Oggi stiamo all’inizio del diffondersi della cosiddetta Internet Of Things, dove connettività mobile e servizi non saranno più un privilegio delle persone, ma delle cose. Saranno connessi oggetti per telemetria, misuratori di glucosio, contapassi, autovetture, lampioni della luce, cassoni dell’immondizia, magliette… Insomma, tutto sarà potenzialmente connesso”.
Industria per lei significa Telco?
“Certamente. La grande evoluzione che stiamo vivendo è il connubio di due elementi: quello delle app di Internet e quello della connettività delle persone. Il mobile, soprattutto nei paesi emergenti, ha permesso di connettere persone che prima non lo erano, ed un accesso più diffuso a servizi precedentemente riservati a pochi. Telco ha una grande responsabilità sociale come abilitatore per la diffusione dei servizi e come volano dell’economia: si stima che in media il raddoppio dello usage mobile corrisponda ad un incremento dello 0.5% sul GDP. Ma vive un momento di grandi sfide in quanto è stato catapultato da un ambito innovativo di tecnologia domestica e locale ad un ecosistema globale dove le regole vengono influenzate da Est e da Ovest”.
Un mondo che affascina e incute timore…
“Certo, la riflessione è opportuna. Questa fase di innovazione tecnologica si porta dietro una evoluzione sociale che non abbiamo ancora compreso e capito come gestire. Penso alla sicurezza e alla privacy, agli episodi di bullismo tanto pericolosi per i nostri giovani, alle difficoltà dei genitori nati in un’epoca dove non esistevano i computer ad educare i figli nativi digitali. Gli oggetti saranno prodotti anche in paesi quali Asia e Usa, con regole diverse ed a volte meno ferree. Ma evolvendo verso un mondo digitale connesso, e verso l’Internet delle cose dove gli oggetti si auto-organizzano intorno all’uomo, la sicurezza e la privacy diventano fondamentali, non solo dal punto di vista tecnologico, ma anche emotivo per le persone che affidano dati sensibili a piattaforme cloud e altro. C’è difficoltà a capire chi è il responsabile che tutela la sicurezza, la privacy. Se succede qualcosa, a chi mi rivolgo? Quali sono le regole che mi tutelano? A queste domande è sempre più difficile dare risposte. Dobbiamo imparare a gestirle definendo delle regole di comportamento: dal mondo dell’educazione, al mondo del lavoro, o del privato. Ciò serve affinché l’innovazione diventi un beneficio condiviso da tutti e dunque un miglioramento generalizzato”.
L’ammodernamento delle infrastrutture viaggerà alla stessa velocità in tutto il mondo?
“Direi di no. I paesi cosiddetti emergenti hanno uno sviluppo tecnologico di infrastrutture più lento rispetto ai paesi cosiddetti sviluppati. Tuttavia, quello che stiamo vedendo, è che i paesi emergenti sono anche caratterizzati da una minor pressione delle regole e da esigenze sociali tali da spingere verso uno sviluppo dei servizi a volte più avanzato che non nei paesi sviluppati. L’esempio dei pagamenti via mobile che si è rapidamente diffuso in Africa stenta a diffondersi in Europa. A questo si affiancano anche processi storici secondo i quali chi è indietro salterà alcune fasi di transizione. Gli Stati Uniti, ad esempio, sono oggi il primo paese al mondo come diffusione della tecnologia 4G, erano fanalino di coda sul 2G e sul 3G dove invece dominava l’Europa. Vedo con particolare interesse le evoluzioni tecnologiche nel settore della salute che beneficerà dell’Internet delle cose dal punto di vista wellness e da quello health, anche alcuni trend futuribili un po’ mi turbano se non sviluppati all’interno di un ecosistema di regole a tutela del cliente, e credo sia condivisibile. Parliamo del medico che gestisce tutta la mia cartella clinica: chi ne ha accesso, come gestisco le informazioni, l’operatore che gestisce il Cloud, dove risiede? Mi posso fidare? Dettagli da non trascurare”.
La tutela dell’individuo dunque è determinante?
“Le generazioni cambiano, le persone dai 30 anni in su hanno un concetto di privacy distante da coloro che sono più giovani e che stanno perdendo questo genere di sensibilità. Io faccio purtroppo parte della prima categoria, e forse è per questo che a mia opinione bisogna essere sempre attenti quando si diffondono dati personali e sensibili. In questo quadro evolutivo il peso della parte economica e di responsabilità di gestione dei dati conferma l’esigenza di analisi”.
Essere donne oggi?
“Il mondo digitale introduce il concetto di identità virtuale che di fatto può mascherare il sesso. Sui social network, ad esempio, i dati personali sono forniti dagli utenti ma non sono verificati e quindi si possono inventare. Inoltre inserisce concetti tipo Avatar che mascherano gli schemi sociali di bellezza femminile. Esso pertanto crea una certa normalizzazione tra le persone dove anche le caratteristiche di essere donna vengono in qualche modo smussate, sia in positivo sia in negativo. Storicamente, in quasi tutte le culture, le donne sono quelle più versate per le relazioni sociali. Questo le rende più protagoniste nelle innovazioni digitali che hanno una componente sociale come i social network. Quest’ultimi ampliano la Rete sociale e rendono più veloci gli scambi di informazioni. Il rovescio della medaglia però è che si ampliano fenomeni sociali negativi come il bullismo che vede le donne più vulnerabili”.
La sua visione da qui a 5 anni?
“Abbiamo vissuto una prima fase di entusiasmo per l’innovazione digitale, per le nuove funzionalità, nuovi servizi. Negli ultimi anni abbiamo vissuto e stiamo vivendo una fase di preoccupazione per la privacy delle comunicazioni personali, per il dilagare di fenomeni di bullismo, per riuscire ad educare i figli di fronte alla diffusione dei videogame, per la profilazione Internet, etc… Si sta aprendo la terza fase nella quale inizieremo a dare risposte alle molte domande aperte. Sono relativamente serena che tra 5 anni saranno più chiare le regole, e l’innovazione sarà indirizzata per portare un valore aggiunto alle persone senza violarne lo spazio creando di fatto una maggiore tranquillità nell’adozione”.

Maria Pia Rossignaud