Digital Europe: Super calcolo – Intelligenza Artificiale – Competenze digitali avanzate -Cybersecurity- E-government

“L’investimento digitale del prossimo programma quadro dell’Unione Europea è fondamentale per lo sviluppo del continente e dell’Italia” ha aperto così il suo intervento Roberto Viola, Direttore Generale della DG Connect della Commissione Europea al convegno “Digital Europe 2021-2027, il nuovo programma finanziario per il futuro digitale della UE”. “Il settennale sarà di circa 1000 miliardi e l’attuale proposta della Comunità Europea è di destinare circa il 30-35% all’innovazione, ai nuovi programmi e agli investimenti digitali. È il segnale che l’UE ha voluto dare per dire che dobbiamo vivere nel futuro e non nel passato”.

In una sala gremita di autorità, rappresentanti di aziende e associazioni di settore, studiosi e dirigenti pubblici e privati, presso la sede della Confcommercio di Roma, si è svolta una lunga giornata di lavori dedicati al nuovo programma “Digital Europe”. Sempre Viola spiega di cosa si tratta: “Si affiancherà a ‘Horizon Europe’ ma svolgerà una funzione completamente nuova: creare capacità di operare nel digitale sia dal punto di vista della ricerca scientifica sia sul versante pratico, di utilizzo per le imprese e per le Pubbliche Amministrazioni, introducendo per tutti la possibilità di poter essere parte dell’innovazione. L’idea alla base è la possibilità di diffondere le nuove conoscenze e le nuove capacità a tutti i soggetti, in tutti i territori. È importante mettere tutti nella condizione di poter affrontare le nuove sfide che la contemporaneità pone. Le direttrici finora identificate saranno tre: Intelligenza Artificiale, super-calcolo (e qui l’Italia è in prima linea con il centro di Bologna) che si evolverà, immaginiamo, nel calcolo quantistico e ‘cyber-security’. A ciò si aggiunga un quarto elemento, ovvero la scommessa sulle nuove generazioni al fine di diffondere competenze avanzate (mediante corsi di istruzione secondaria, corsi dedicati ai dipendenti d’impresa, corsi di perfezionamento ecc…) che servano a creare i professionisti del futuro”.

Non a caso la maggior parte degli interventi ha evidenziato la persistenza di problemi comuni quando si tratta di tecnologia. La trasmissione delle innovazioni da ambienti macro (ad esempio i “big data”, gli archivi degli Stati, le organizzazioni internazionali) ad ambienti micro (come quelli delle piccole imprese o delle amministrazioni locali più isolate), la condivisione delle pratiche migliori e la loro applicazione in contesti più svantaggiati, la necessità di applicare la tecnologia e l’informatica anche a campi che sembrerebbero estranei, come l’agricoltura. Inoltre la necessità di unire alle competenze la consapevolezza dei mezzi e l’adattabilità agli usi territoriali che, come ha sottolineato Luciano Gaiotti di Confcommercio “devono diventare una peculiarità del sistema italiano”.

Tutto ciò nell’ottica di innovazione generale che dovrebbe riuscire a non lasciare nessuno indietro, in una sorta di processo a cascata che dai gruppi industriali più grandi includa via via le imprese più piccole, fino a raggiungere l’ossatura del sistema produttivo nazionale, costituito dalle piccole e medie imprese. La coscienza che il grande cambiamento in atto si può affrontare soltanto uniti, come sistema-Paese orientato a uno sforzo e a obiettivi comuni, sembra assodata. Purtroppo però, i dati del rapporto DESI 2019 evidenziano ancora una volta l’arretratezza dell’Italia in materia di digitalizzazione e ci pongono al ventiquattresimo posto in Europa. I problemi sono sempre gli stessi: “digital divide”, scarsa efficienza della Pubblica Amministrazione, scarsa capacità di traino del digitale, pochi investimenti nelle aziende più piccole e, di conseguenza, scarsa visibilità di un intero segmento produttivo nostrano. Non mancano, però, le rinomate “eccellenze” del sistema nazionale, sia a livello privato che pubblico. Proprio per questo il recupero del terreno perduto appare possibile, la situazione di arretratezza non è strutturale, né tantomeno tragica. Anche perché ci sono domini, come il 5g in cui l’Italia è ai primi posti in assoluto.

È evidente che il nuovo programma “Digital Europe” 2021-2027 può costituire davvero un punto di svolta per la trasformazione digitale del nostro Paese. Ma ciò sarà possibile solo con un’azione politica oculata che miri a portare in Europa una voce comune, al di là delle compagini di governo, a un piano industriale di investimenti che sia inclusivo e tenga conto delle realtà più piccole e alla creazione di quelle infrastrutture fisiche e digitali fondamentali allo sviluppo degli altri processi.